Scritto il 26/06/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


I am burning brighter Roaring like a storm

And I am the one I’ve been waiting for

- Halestorm -

 


 

La settimana passa in fretta così come il tempo libero che ho avuto a disposizione da quando mio padre è partito per Londra. A parte andare da mia madre per controllare le sue condizioni, non ho fatto altro che passare da una festa a un’altra. E si sa, festa è sinonimo di divertimento e non c’è divertimento senza una bella ragazza di fianco. Ne ho incontrate molte, di alcune non ricordo nemmeno il nome. Ma non ha importanza perché sono state un bel passatempo.

Come un idiota sono tornato quasi ogni giorno a Central Park con la speranza di rincontrare lei.

Kimberly.

La ragazza che odorava di hot dog. Non so bene cosa mi spinga a comportarmi così, so solo che vorrei tanto rivederla e questo mi porta dritto verso l’atteggiamento patetico e disperato che di certo non mi appartiene.

Arrivo a teatro a metà mattina e quello che mi ritrovo davanti non mi piace. Confusione. Anche troppa. Ragazze che scaldano la voce, ballerini che provano i passi in ogni angolo e gente che dovrebbe aiutarmi a dirigere questo caos intenta a fare altro.

«È vero che non possiedo la severità di mio padre, ma questa non mi sembra una scusa per accettare tutto questo casino» dico a voce alta sbattendo la porta d’ingresso e attirando l’attenzione di tutti. Il silenzio che scende mi soddisfa. Indosso ancora gli occhiali da sole e il mio sguardo è celato dalle lenti. Lancio occhiate veloci verso chi aspetta di fare il provino e individuo già un paio di bellezze che vorrei provinare in privato, se solo fosse possibile. Mi fissano, analizzando ogni mio movimento mentre mi avvicino alla reception. Sono

impeccabile nel mio completo blu di Armani, oltre a essere sexy. Non è modestia, so di essere un bel ragazzo, perché fare l’ipocrita e fingere che non sia così?

«Buongiorno, signor Cohen. La stavamo aspettando. Abbiamo già stilato la lista dei nomi e assegnato loro un numero». Will Morgan mi viene incontro e io tolgo gli occhiali, recuperando un po’ di educazione.

«Ottimo, Will. Allora direi che possiamo cominciare.

Gli altri sono pronti?»

Annuisce e mi consegna un plico che contiene il materiale che mi serve. Sorrido all’uomo non più giovane che ho di fronte e gli do una pacca sulla spalla. I suoi capelli tendenti al bianco e le rughe comparse intorno agli occhi e sulla fronte, lo rendono diverso anche se il suo sguardo non è mai cambiato in tutto questo tempo. Lavora con mio padre da più di vent’anni, senza la sua precisa organizzazione non credo che questo teatro funzionerebbe alla stessa maniera.

«Grazie. A dopo e in bocca al lupo a tutti!» grido, rivolgendomi ai presenti.

Sto per raggiungere la sala principale dei provini, dove gli altri sono sgattaiolati appena sono arrivato e

dove mi staranno attendendo seduti dietro all’enorme tavolo, quando sento un bisbiglio fastidioso alle mie spalle.

«Fammi capire, sarà il figlio di Alexander Cohen a fare i provini?»

Mi volto di scatto e punto lo sguardo verso la persona che ha parlato. Avrà poco più di vent’anni, indossa una canottiera nera aderente e un pantalone grigio, dove già si vedono degli aloni di sudore. È alto, non troppo muscoloso ma con gambe e braccia sode. È un ballerino, il fisico non mente. Sul petto ha un adesivo con il numero undici, quindi è stato uno dei primi ad arrivare.

Non dico nulla, apro però il plico che ho tra le mani.

«Will, vieni qui un attimo». L’uomo mi raggiunge.

«La penna» chiedo, allungando una mano verso di lui che prontamente riempie con ciò che ho chiesto. Lo cancello dalla lista presente e poi fisso lo stronzo che ha bisbigliato il suo dissenso dritto negli occhi.

«Il numero undici non parteciperà più ai provini, quindi dal dieci si passerà direttamente al dodici».

«Cosa? Ma lei non…»

«Io non cosa? Sono un Cohen, questo teatro è anche mio e la informo che la sua presenza non è più gradita».

Si guarda intorno, cercando sostegno negli occhi dei suoi compagni di provino. Nessuno, però, osa mettersi contro di me.

«Signor Cohen, la prego…»

«Will, accompagnalo all’uscita» e dicendo così

sorpasso tutti e mi dirigo verso la sala.

Lo so, sono un bastardo e ho esagerato, ma la cosa mi diverte troppo. Adoro far capire agli altri chi ha il potere di decidere sulle loro vite. E qui quello con il potere sono io, almeno fino a quando non torna mio padre.

Raggiungo Clary e Ben, i casting director, due quasi cinquantenni che avrebbero voluto continuare a lavorare come attori, ma che sono stati costretti a ripiegare su questo lavoro perché considerati ormai troppo vecchi per Broadway. Vado piuttosto d’accordo con loro, anche perché sono professionali e sanno distinguere le persone con talento da quelle che fingono di averlo. Clary è una single incallita che sbava proprio dietro a Ben, un uomo attraente che dimostrerebbe anche meno dei suoi anni se solo si tingesse la chioma brizzolata che tende più verso

il bianco. Lui ama le donne più giovani e per questo non si accorge nemmeno dell’infatuazione di Clary. Le loro schermaglie amorose mi divertono, ma solo se non intaccano il lavoro. Qui sono come il mio vecchio, esigo professionalità.

Mi accorgo subito che seduta al loro fianco c’è Helen, l’assistente di mio padre.

«È il primo giorno di provini e ti ha già mandato a supervisionare?»

«Lo sai com’è fatto. Si fida di te, ma vuole lo stesso avere il controllo su tutto» replica lei alzandosi in piedi. Tolgo la giacca e la appoggio sulla spalliera della mia sedia.

«Si fida di me? Stronzate. Se sei qui, è proprio perché non si fida ed è certo che combini qualche casino. Ma si pentirà di avermi sfidato. Metterò su uno spettacolo che in molti ricorderanno. Ne parleranno per anni!»

«Mark, non prendertela. Se ti arrabbi, fai il suo gioco» continua Helen, cercando di placare la mia rabbia. Ma è inutile, quando si tratta di mio padre, scatto e m’infurio anche per piccolezze. La donna desiste e non dice più niente. La fisso per qualche istante mentre penso a

quanto apprezzi gli sforzi che fa per evitare le liti tra noi. Ha qualche anno meno di mia madre e, forse perché ero un ragazzino quando è successo tutto, inconsciamente ho sempre visto Helen come una figura materna. È una bella donna. Curata, distinta e sempre vestita elegantemente. Tra i suoi capelli biondo scuro sono comparse già delle ciocche ingrigite, ma lei non sembra intenzionata a nasconderle, ne va anzi fiera.

Ogni capello bianco ha qualcosa da dire su ciò che ho fatto nella mia vita. Un giorno mi ha risposto così e io non l’ho mai dimenticato.

«Forza, iniziamo questi provini che i ragazzi stanno scalpitando!» s’intromette Ben mostrando il suo entusiasmo.

«Chicago, vi rendete conto? È una pietra miliare di Broadway» aggiunge Clary. Sono davvero estasiati ed emozionati per questo traguardo. A me, invece, non importa nulla. Un musical vale l’altro. È comunque solo lavoro: noioso, ripetitivo e dannatamente insopportabile.

Mi siedo e Helen si accomoda alla mia destra. Appoggio i gomiti sul tavolo che hanno sistemato per noi e leggo il nome della prima persona da far entrare.

«Prego, avanti la numero uno!» grido e qualche istante dopo compare una ragazza bionda che di sicuro vorrà provare a ottenere il ruolo da protagonista.

«Presentati e poi mostra ciò che hai preparato» dice Ben spostando lo sguardo da lei al curriculum che ha tra le mani.

Ce ne sono molti qui sul tavolo, anche troppi.

Sono appena iniziate le audizioni e già mi sono reso conto che i prossimi giorni saranno letteralmente un inferno. Ma sono abituato a stare all’inferno perché, come dice “I am the fire” degli Halestorm, una delle mie canzoni preferite, io sono il fuoco e brucio illuminando tutto.

Ho imparato a essere il fuoco che brucia nel mio inferno personale anche perché l’alternativa qual era? Lasciarmi divorare.

E io non sono disposto a farmi demolire da niente e nessuno.

 





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