You live you learn. You love you learn You cry you learn. You lose you learn
You bleed you learn. You scream you learn
- Alanis Morissette -
Rientro a casa quando il sole è appena tramontato. Per fortuna c’è ancora abbastanza luce e ci sono parecchie persone che girano nel quartiere. Non ho paura di girare al buio, solo che preferisco evitarlo così da non dover usare lo spray al peperoncino che porto sempre con me. Me l’ha regalato Zoe e ogni volta che lo vedo in fondo alla borsa, mi viene da sorridere.
Chissà cosa penserebbe di Marcanthonee.
Vorrei tanto chiamarla per raccontarle cos’è successo,
ma evito di farlo. La conosco troppo bene e le nostre
future telefonate s’incentrerebbero solo su quell’argomento. Zoe sa essere ossessiva e a tratti insopportabile, ma le voglio bene anche per questo e mi manca averla intorno.
Passo di fronte al pub che c’è all’angolo della strada e sto per andare dritta verso l’insegna del ristorante cinese che c’è sotto il mio appartamento, quando noto, con la coda dell’occhio, il cartello con scritto “KARAOKE, ore 22:00” posto sulla vetrina. Mi fermo per un attimo, poi scuoto la testa e tiro dritto. Ho tanta voglia di cantare, visto che nell’appartamento lo faccio tenendo un tono di voce non troppo alto per non disturbare i vicini. Mi piacerebbe chiudere gli occhi e sfogarmi con un microfono, abbandonando ogni percezione tranne quelle provenienti dalle note e le melodie. Quello che non mi convince è il tipo d’ambiente in cui dovrei cantare.
Non è granché quel pub.
Arrivo di fronte al portone del palazzo e vedo spuntare il padrone di casa.
«Buonasera, signor Liang».
Replica al mio saluto con un veloce cenno del capo e
poi s’infila dentro il ristorante.
O quell’uomo mi odia oppure… no, nessun oppure,
quello mi odia.
Salgo le scale, arrivo al mio appartamento e appena entro mi getto sul divano. Sono esausta, anche se in pratica oggi non ho fatto nulla se non camminare e parlare. Mi guardo intorno e i miei occhi ballano sbattendo tra le pareti. Non ci metto molto tempo perché questo posto è davvero piccolo. Questa stanza fa da salotto, cucina e camera da letto e per fortuna il bagno non è condiviso. I muri sono stati ridipinti da poco e a parte qualche oggetto che mi sono portata dietro, non c’è molto nell’arredamento che faccia capire chi vive qui. Ho deciso che comincerò ad arredarlo solo quando troverò un lavoro che ne valga la pena e non mi faccia pentire di essere venuta a New York.
Appoggio la nuca sul cuscino e sbuffo così forte che la ciocca di capelli, che solitamente mi finisce davanti agli occhi, si sposta all’indietro. È quasi ora di cena ma non ho per niente fame, ho quel dannato hot-dog che mi balla ancora nello stomaco.
La mia mente crea un’associazione di pensieri che mi porta direttamente a lui. Non ho mai incontrato una persona così affascinante. Sarà consapevole del sex appeal che emana ogni cellula del suo corpo? Da come si comporta la risposta non può essere che sì. Se ripenso al suo sguardo, alle labbra perfette anche quando s’imbronciano e alle sue mani… dio, quelle dita! Lunghe, affusolate e ideali per un pianoforte. O anche per altri scopi decisamente più piccanti.
Ma che diavolo penso? Scatto in piedi mentre scuoto la testa con forza, strizzando anche gli occhi. Per fortuna non lo rivedrò più, anche perché uno così cosa se ne farebbe di una tipa noiosa come me? Secondo i calcoli che ho fatto mentre parlava, dovrebbe avere ventotto anni… Sarà fidanzato con qualche modella o magari prossimo alle nozze?
Smetto di pormi queste domande proprio quando il cellulare inizia a squillare. È lunedì quindi so che è mia madre April. E so già che questa telefonata sarà dura da sopportare.
«Pronto?»
«Che succede? Perché hai quella voce?»
«Ciao, mamma. Sì, sto bene, grazie. E tu?»
«Non fare la sarcastica. Che cosa pretendi? Siamo lontane, mi rispondi con un tono strano, è normale che mi preoccupi. Ora attacco e mi richiami con la videochiamata».
«Non ce n’è bisogno, mamma. Non ho nessun tono strano» replico, alzando gli occhi al cielo. «È solo stanchezza. Sono rientrata da poco».
«Hai novità?»
Ecco quello che temevo. In ogni telefonata mi chiede se ho novità. Conoscendola spera sempre che, dopo il no che ripeto ogni volta, continui dicendo “torno a casa”.
«Non ancora, ma domani ho altro materiale da consegnare, quindi incrocia le dita per me».
«Okay…»
Continuiamo a parlare di cose futili. Io le racconto del signor Liang e del suo strano carattere e lei mi tiene informata sugli ultimi gossip di Kenton. Stiamo in linea per più di mezz’ora e poi la saluto ignorando, come le ultime volte, il suo groppo in gola.
«Ti voglio bene, Kim. Stai attenta».
«Certo, mamma. Ci sentiamo venerdì. Ti voglio bene».
Chiudo la telefonata e mi alzo dalla poltrona. Mi spoglio in fretta, infilandomi nella doccia. Mentre ero al telefono, ho preso una decisione: vado alla serata karaoke, ho troppa voglia di cantare come piace a me. In questo momento solo la musica può migliorare il mio umore. Lavo dalla mia pelle ogni traccia di questa giornata orribile. Ogni traccia sì, tranne una. La sua voglio tenermela stretta ancora un po’. Voglio che mi solletichi mentre dormo e disturbi i miei sogni.
Mezz’ora dopo sono pronta per uscire. Fisso il mio volto nell’unico specchio presente in casa e cioè quello posto sopra il lavandino del bagno. Mi sistemo prima la maglietta bianca e poi il bordo della gonna longuette nera che ho indossato. Una parte di me vorrebbe spogliarsi, mettersi il pigiama, infilarsi a letto a leggere un libro, ma obbligo a quella Kim di stare zitta e lasciarmi passare una serata diversa. Recupero la mia giacca nera con il cappuccio e la infilo tenendola però slacciata. Ai piedi ho un paio di sneakers.
Senza avere il tempo di ripensarci afferro il cellulare, la borsa e le chiavi dell’appartamento. Esco in fretta scendendo le scale come se fossi inseguita da un mostro e in realtà è così. Devo smetterla di farmi condizionare dal mostro dell’insicurezza, pensavo di averlo lasciato rinchiuso nella mia stanza a Kenton e, invece, inconsciamente me lo sono portato dietro.
Esco dal portone e l’odore proveniente dal ristorante si fa ancora più intenso. I primi giorni ho faticato a sopportarlo, mi venivano i conati di vomito ogni volta che aprivo la finestra. Ora non ci faccio più caso, è questione di abitudine.
M’incammino verso la mia meta, elettrizzata per ciò che sto per fare. Amo cantare, è una delle cose che mi fa stare più bene in assoluto. So già quale canzone scegliere, un inno a ciò che più mi ha insegnato la vita.
Arrivo al locale e appena entro mi accorgo che c’è un bel po’ di movimento. Un tizio si avvicina subito e con un sorriso sulle labbra mi saluta.
«Ciao! Sei qui solo per bere o anche per cantare?
Stasera è serata karaoke».
È mingherlino, con la pelle diafana e dei capelli tinti con un biondo troppo chiaro. È alto come me quindi i nostri occhi non faticano a incontrarsi. Ha l’aria simpatica, oltre a essere carino. Niente a che vedere con Marcanthonee e la sua prestanza sexypenda. Oddio, ma che mi succede? Perché finisco sempre per pensare a lui?
«Allora? Bere o cantare?» mi esorta il ragazzo.
«Cantare, decisamente» replico con fin troppo entusiasmo.
«Ottimo. Di solito c’è una band che accompagna le esibizioni, ma stasera dobbiamo accontentarci di DJ Paul che inserisce le basi. Non è la stessa cosa, ma è comunque divertente».
«Okay…»
«Se vuoi ti metto subito in lista. Devi solo scrivermi il titolo della canzone e il tuo nome».
Annuisco e lui mi porge il foglio dove segno tutto.
«DJ Paul ti chiamerà al microfono. Il bar è da quella parte. Buona serata!»
Seguo le sue indicazioni e raggiungo il bancone. Mi siedo su uno degli sgabelli vuoti e aspetto che il barman
noti la mia presenza, cosa che accade dopo qualche istante.
«Ciao, che cosa prendi?»
Fisso le bottiglie poste in fila alle sue spalle, indecisa su cosa bere. Non voglio alcol, non mi piace molto e quando lo bevo fatico a rimanere lucida. Voglio cantare come si deve, ne ho bisogno, così ordino una cosa innocua.
«Acqua tonica con ghiaccio, grazie».
«Wow, forse dovresti rallentare. Non vorrei chiamare un taxi che ti riporta a casa».
Lo fisso per un istante.
«Non ho capito…»
«Niente, ti prendevo in giro, vista la tua ordinazione».
«Ah, divertente» replico sorridendo per non sembrare ancora una stupida. Poi mi viene in mente che, se voglio informazioni sull’ambiente canoro, chi meglio di un barman che vede e sente tutto può aiutarmi?
«Senti, a me piace cantare e sono… sì, be’, sono anche una cantante. Sono mai venuti dei produttori ad ascoltare le serate karaoke?»
Il barman scoppia a ridere e mi mette davanti la mia ordinazione e un piattino con dentro delle noccioline.
«Sei seria? Qui siamo a Brooklyn, vedrai raramente quel tipo di persone. Ti conviene avvicinarti a Manhattan. Broadway è l’ideale. Lì c’è sempre qualcuno che bazzica nei locali dove si canta alla ricerca di nuovi talenti. Oppure potresti provare con qualche programma televisivo. Fanno spesso i provini per dei talent. Se sei brava come credi, magari ti prendono».
Scuoto la testa e metto in bocca una nocciolina.
«La TV non mi piace. Preferisco il teatro».
«La TV, però, fa fare un mucchio di soldi».
«Non m’importa dei soldi. Voglio altro dalla vita».
Non so perché continuo a parlare con questo tizio che già solo a guardarlo negli occhi si capisce quanto sia superficiale. Afferro il bicchiere e gli volto le spalle rimanendo seduta sullo sgabello. Fisso il palco, dove due ragazze stanno cantando una canzone di Beyoncé.
«Da come parli, ho intuito che sei in città da poco. Vedrai che cambierai presto idea. I soldi sono tutto, non dimenticartelo».
Alzo gli occhi al cielo e lo ignoro. Per fortuna ricomincia a servire i drink ad altre persone e non presta più attenzione a ciò che faccio io.
Ho bevuto metà della mia acqua tonica quando il DJ dice il mio nome al microfono e m’invita a salire sul palco.
«Ora Kimberly ci canterà “You learn” di Alanis Morissette. Fatele un applauso d’incoraggiamento».
Ho lo stomaco aggrovigliato ma raggiungo lo stesso il centro del palco. Sfilo il microfono dall’asta e lo stringo con le dita sudate della mano destra. Deglutisco un paio di volte mentre la base parte. Canto con gli occhi chiusi e non sento altre voci se non la mia. Quando arriva la parte dell’inciso decido di aprirli e quello che vedo mi riempie il cuore. Ho tutti gli sguardi puntati contro e sembrano rapiti dalla mia voce. Nessuno, però, canta. Possibile che non conoscano questa canzone? È famosissima. Continuo a seguire le note e il testo, caricandomi per il significato che racchiude.
I minuti a disposizione passano troppo in fretta e quando la canzone finisce, ripongo il microfono sull’asta. Quello che accade un attimo dopo mi destabilizza perché
non me lo sarei mai aspettato. Ogni persona presente nel locale inizia ad applaudire, alcune addirittura fischiano e acclamano il mio nome.
«Vedo che la voce di Kimberly non ha sorpreso solo me. Complimenti, ragazza!»
Mi volto verso il DJ che mi guarda con approvazione. Non riesco a smettere di sorridere, era proprio quello di cui avevo bisogno, anche se non immaginavo questa reazione.
Okay, un mucchio di persone mi ha detto che sono brava, che ho talento e bla bla bla. Devo essere sincera? Non ci ho mai creduto del tutto, pensavo che fosse un’esagerazione. In realtà mi sbagliavo. Sono brava, accidenti! Perché devo nascondermi come se questa fosse una colpa?
Torno a sedermi sullo stesso sgabello di prima e il barman viene di fronte a me.
«Te lo ripeto, bellezza. I soldi sono tutto e tu con quella voce potresti farne a palate».
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