Scritto il 10/07/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


What am I now? What am I now?

What if I'm someone I don't want around?

I'm falling again, I'm falling again, I'm falling What if I'm down?

What if I'm out?

What if I'm someone you won't talk about?

- Harry Styles -

 


 

È tardo pomeriggio quando finalmente mi rimetto in auto per tornare a Manhattan.

Ho annullato la sessione di provini previsti per il resto della giornata perché credevo davvero che l’incontro con il professor Moore avrebbe portato a qualcosa di concreto per aiutare la donna che mi ha messo al mondo. Purtroppo, però, è stato un buco nell’acqua.

L’ennesimo, dannazione!

Quando ho sentito parlare dell’innovativa cura di Moore, non ci ho pensato due volte e ho chiesto a John, il medico di mia madre, di fissarmi un incontro con lui. Ho raggiunto così il suo studio a Newark nel New Jersey e per più di un’ora l’ho sentito parlare del nulla. Lui tratta casi di Alzheimer piuttosto che di amnesia dissociativa ed è fermamente convinto che la malattia di mia madre evolverà presto, diventando una cosa irreversibile. Per me è impensabile perché spero sempre nella sua guarigione. Ci sono giorni buoni in cui mi guarda negli occhi e rivedo la stessa persona che mi accompagnava a scuola e non vedeva l’ora di venirmi a riprendere per passare il tempo con me.

E io mi aggrappo proprio a quegli sguardi.

«Dai Marcanthonee, apri il tuo regalo».

Annuisco, anche se non ho molta voglia di festeggiare il mio compleanno. Ultimamente mamma è sempre triste e non so cosa fare per rimediare. Ho appena compiuto tredici anni ma mi accorgo di quando si estranea e fissa il vuoto.

«Chissà cosa c’è dentro. Forse un’automobile?» Scuoto il pacco rettangolare che ho tra le mani e per fortuna riesco a farla sorridere, anche se solo per un attimo. Mi guarda con gli occhi pieni d’amore, proprio come piace a me. È la nostra connessione, un legame che solo madre e figlio possiedono.

«Sei troppo piccolo per una macchina. E poi credimi, quando sarà arrivato il momento, vorrai decidere da solo che modello comprare».

«Di sicuro andrà veloce. E mi porterà in giro per

l’America, da una costa all’altra».

Il suo sguardo si spegne e lo sconforto la avvolge di nuovo. Scarto il regalo sperando in una sua reazione, ma lei rimane in silenzio. Mi ha comprato l’ultimo modello di scarpe da ginnastica, quelle che si adattano ai piedi e ti fanno correre più in fretta.

«Grazie, mamma. Sono bellissime».

Con una mano mi sfiora il viso. La afferro e la stringo forte, non lasciandola più andare. Fisso il tavolo e leggo di nuovo il bigliettino attaccato sulla carta regalo.

BUON COMPLEANNO MARCANTHONEE.

TI VOGLIAMO BENE. MAMMA E PAPÀ

Trattengo il respiro e anche la voglia di disintegrare ogni cosa. Ha messo anche il suo nome, anche se non mi ha nemmeno fatto una telefonata. È partito di nuovo, lasciandomi solo a gestire i suoi sbalzi d’umore. Sono un ragazzino, ho bisogno del suo aiuto per affrontare la situazione ma a lui non importa nulla.

Lui deve lavorare. Lui deve fare soldi. E, intanto, la sua famiglia sta andando in pezzi.

Il sole tramonta alle mie spalle mentre raggiungo il garage sotterraneo. Parcheggio l’auto e mi dirigo all’ascensore senza guardarmi troppo intorno. Non ho voglia di socializzare, anche un semplice ciao detto alla persona sbagliata mi obbligherebbe a intrattenermi in chiacchiere inutili.

Sono esausto.

Entro in ascensore e premo il pulsante che chiude le porte. Abito al ventesimo piano di un palazzo di lusso. L’appartamento è moderno e molto grande, ma a me

piace avere spazio. E mi piace che questo spazio sia strapagato da mio padre. È il minimo, visto ciò che devo sopportare. Convivo costantemente con l’odio che nutro nei suoi confronti, un odio che cresce a dismisura ogni volta che trovo lei in pessime condizioni.

Entro in casa e all’improvviso il telefono inizia a suonare. Lo sfilo dalla tasca della giacca e sbuffo fuori la frustrazione vedendo lampeggiare il suo nome.

È come se avesse percepito i miei pensieri.

«Come mai chiami a quest’ora? Lì non è mezzanotte passata?»

«Ciao anche a te».

Serro gli occhi mentre metto il vivavoce e appoggio il cellulare sul tavolo, così da essere libero di fare altro mentre parlo.

«Hai ancora il fuso orario di New York?»

«Ripeto: ciao anche a te».

Alzo gli occhi al cielo.

«Sì, okay. Ciao, papà» replico infine, accontentandolo.

«Per rispondere alla tua domanda, sono appena rientrato da un party».

«Da quando fai vita mondana?»

«Se serve per lavoro…»

«Giusto, che stupido».

«Come procedono i provini?»

«Pensavo che prima volessi chiedermi come sta mamma» rispondo seccato.

«Te l’avrei chiesto dopo, prima ci sono delle priorità.

Abbiamo delle scadenze, non te lo dimenticare».

Priorità? Certo, anche se la sua unica priorità è il lavoro e non la sua famiglia.

«E chi se lo scorda? Me lo ricordi ogni dannato giorno».

«Senti, se hai la luna storta, è meglio chiudere questa telefonata. Sono in piedi dalle cinque di questa mattina e sono esausto».

«Non sei l’unico».

«La settimana prossima torno a New York e il cast dovrà essere già formato».

Non rispondo, mi limito a digrignare i denti, anche se vorrei spaccare qualcosa.

«E mi raccomando con le protagoniste. Devono essere talentuose ma soprattutto devono avere esperienza pregressa. Non voglio sorprese».

«Certo, sarà fatto».

Mi saluta velocemente e la telefonata s’interrompe. Vado dritto verso il mobile bar, dove estraggo una bottiglia di vodka e una di whiskey. Non ho ancora raggiunto il divano che ho già cominciato a bere un po’ di liquido ambrato. Tolgo la giacca e le scarpe, slaccio i bottoni della camicia e mi abbandono tra i cuscini. Non mi preoccupo nemmeno di usare un bicchiere, bevo direttamente dal collo della bottiglia, così da stordirmi più in fretta.

Ho bisogno di dimenticare per un attimo il cognome che porto. Devo dimenticare in che famiglia disastrosa mi tocca stare. Voglio dimenticare il dolore che mi porto dentro da anni.

Un sorso dopo l’altro finisco il whiskey, ma prima d’iniziare la vodka recupero il pacchetto di sigarette appoggiato sul tavolino che ho di fronte. Avevo smesso con questa merda e ancora non so perché l’altro giorno ne ho comprata una stecca intera. Ne fumo tre di seguito.

Ho la gola che mi brucia e lo stomaco contratto, ma non smetto. La vodka è alla cannella e il retrogusto che mi lascia in bocca mi piace. Scivolo dal divano e mi siedo sul pavimento. Il marmo è fresco e mi dà un po’ di sollievo. Chiudo gli occhi e continuo a bere.

Quindi, è questa la mia vita? Seguire gli ordini di mio padre, vedere mia madre che si spegne lentamente e non sentirsi felice nemmeno un minuto di ogni dannato giorno?

Sono davvero nato per vivere in questo modo?

Eppure, quel giorno a Central Park ho detto a Kimberly che bisogna vivere senza rimpianti, preoccupazioni e senza trovare scuse.

Perché le ho detto quelle parole se io per primo non riesco a vivere così?

Mi accendo un’altra sigaretta. Fisso il fumo che sale verso l’alto e rimango in quella posizione per non so quante ore. Mi addormento con la bottiglia vuota appoggiata al petto; il mio è un sonno privo di sogni.

Non sono degno nemmeno per quelli.

***

Mi risveglio all’alba e, purtroppo, nel peggiore dei modi e cioè correndo verso il bagno per vomitare anche l’anima.

È quello che mi merito per avergli permesso, ancora una volta, di condizionarmi. Odio dargli tutto questo potere. E odio non riuscire a gestire la rabbia che solo lui è in grado di far esplodere dentro di me.

M’infilo sotto la doccia e consento all’acqua calda di donarmi un po’ di sollievo. Sono a pezzi e non solo per la sbornia. Vorrei rinchiudermi tra queste quattro mura e buttare via la chiave. Vivere da eremita, senza contatti con il genere umano.

Sarebbe bellissimo.

Poiché la mia idea non è attuabile, finisco di lavarmi e mi preparo. Decido d’indossare un blazer nero e un jeans dello stesso colore. Sotto metto una maglia grigia con lo scollo a V. Recupero un pacchetto di sigarette che infilo nella tasca interna della giacca, poi prendo portafogli e cellulare ed esco dal mio appartamento. Ho l’emicrania così forte che non ho neanche voglia di guidare. Chiamo un Uber che cinque minuti dopo vedo accostare di fronte al palazzo.

«Ciao, devo andare al Majestic sulla quarantaquattresima strada» dico entrando in auto. L’autista, un biondino che avrà all’incirca vent’anni, annuisce e s’immette subito sulla strada.

Nascondo il mio sguardo dietro un paio di occhiali scuri e mi appoggio al sedile guardando fuori dal finestrino. Il cielo è torbido e grigio. Riflette alla perfezione il mio schifo di umore. Ieri sera non dovevo esagerare con l’alcol, ora dovrò subirmi i postumi per tutto il giorno.

Venti minuti dopo arrivo a destinazione. Pago il ragazzo, dandogli dieci dollari di mancia, visto che l’ho obbligato a spegnere la radio impedendogli perfino di parlare. Esco dall’auto con un senso di nausea che mi rivolta le viscere. Ho bisogno di un antidolorifico e in fretta. Appena entro in teatro, però, le cose migliorano anche se di poco. Kimberly è vicina alla reception. Mi ero completamente dimenticato che l’avrei trovata qui, come ho potuto? Mi sono divertito a stuzzicarla nell’ufficio di mio padre e più volte ho pensato a quanto non vedo l’ora che le cose diventino concrete. Spero solo che non si faccia davvero intimidire dalle stupide

etichette di capo e dipendente che le convenzioni sociali ci hanno imposto appena lei ha accettato di lavorare qui.

«Buongiorno a tutti» dico, attirando l’attenzione,

soprattutto la sua.

«Mark, come mai così mattiniero?» mi domanda Will, incuriosito dalla mia presenza. Di solito mi presento dopo le dieci e non alle otto.

«Insonnia. Ciao Kimberly» tolgo gli occhiali e la saluto e lei per un attimo abbassa lo sguardo, ma poi lo riporta sul mio viso.

«Buongiorno», dice. Oggi è vestita con un jeans blu chiaro e una camicia viola da cui vedo spuntare un top bianco. È casual, ma preferisco il suo abbigliamento di ieri che metteva in mostra le sue gambe mozzafiato.

«Vado in ufficio, ho delle cose da fare prima dei provini» mento. Ho appena avuto un’idea e voglio metterla in pratica, soprattutto per migliorare il mio umore. «Ah, Kimberly, potresti portarmi una tazza di caffè?»

Guarda Will – che nel frattempo sta guardando me – e poi annuisce.

«Grazie!» Salgo le scale e raggiungo l’ufficio, dove tolgo il blazer prima di sedermi dietro alla scrivania. Apro il portatile per farle credere che sto davvero lavorando ma l’icona della mail che lampeggia attira la mia attenzione. Entro nella casella e leggo subito i vari indirizzi delle mail ricevute. Una è di mio padre, l’ha scritta ore fa. Sto per aprirla quando sento bussare alla porta.

«Avanti!» grido. Kimberly entra nell’ufficio e io mi godo la sua camminata fino alla mia scrivania. Ha tra le mani una tazza fumante di caffè che, per mia sorpresa, non è quella di plastica e cartone presa allo Starbucks che c’è dietro l’angolo.

«Nero con un cucchiaino di zucchero».

«Ti ricordi come mi piace il caffè? Sono colpito».

«Ho un’ottima memoria».

«Anch’io, Kim, soprattutto su ciò che mi piace, come

te».

Appoggia la tazza sulla scrivania.

«Ti lascio lavorare…» fa per andarsene ma io sono

più veloce. Le afferro il polso e le impedisco di

allontanarsi. Mi alzo in piedi e senza lasciarla andare, giro intorno alla scrivania e le vado di fronte.

«Aspetta un attimo, perché scappi?»

«Non sto scappando».

«Non sembra… hai paura di me?»

Sorride e scrolla le spalle.

«Perché dovrei avere paura di te?»

«Lo stai rifacendo. Rispondere a una domanda con

un’altra domanda. È scortese sai?»

Sospira.

«Non ho paura di te».

Intreccio tra le dita alcune ciocche dei suoi capelli. Sono sciolti, solo una parte sono racchiusi da un fermaglio a forma di farfalla che ha sulla nuca.

«Ci stai ancora pensando?»

«A cosa?»

«Al bacio che non ti ho dato».

«Assolutamente no».

Sta mentendo e la cosa mi piace.

«Peccato. Perché ora avrei tempo per metterlo in pratica, oltre ad avere davvero voglia di baciarti».

«Io no».

«Bugiarda. Ti sta crescendo il naso a furia di dire tutte queste bugie» replico, sfiorandole la punta. Mi accosto di più a lei, le nostre iridi sono incatenate. «Adesso chiudo gli occhi e conto fino a cinque. Appena scade il conto alla rovescia, ti bacio. Se non sei d’accordo, sei libera di uscire da questo ufficio, non ti tratterrò».

La guardo un’ultima volta e poi socchiudo le palpebre, incominciando a contare.

«Cinque, quattro…»

Sento ancora la sua presenza di fronte a me. È indecisa, non sa se rimanere. Trattengo il sorriso e continuo.

«Tre, due, uno…»

M’interrompe mettendo la mano sulle mie labbra. Riapro gli occhi e mi trovo le sue iridi nere lucide e vogliose.

«Zero» dice. Sposto la sua mano e anniento quel poco di distanza che c’era tra noi. M’impossesso della sua bocca con veemenza, catturandole subito la lingua e tutti i respiri. La bacio come desideravo fare da quel giorno al parco e Kimberly lo restituisce con la stessa passione. Le metto una mano dietro la nuca e la obbligo a

indietreggiare verso la libreria presente nell’ufficio. La inchiodo con i fianchi e le impedisco di muoversi. Divoro la sua bocca e poi mi sposto sul collo. Lambisco con la lingua ogni centimetro di pelle, succhiandola in più punti ma stando attento a non lasciarle segni. Non siamo dei quindicenni, anche se l’erezione che sta esplodendo nei jeans sembra un vulcano pronto a eruttare sotto le pressioni di una forte tempesta ormonale.

«Perché sento di non avere più il controllo di me quando sono in tua presenza?» dice all’improvviso ansimando al mio orecchio. La guardo e le regalo un sorriso sornione.

«Perché è proprio così, piccola Kim. Ed è stupendo».

«Ma non ti conosco…»

«Non ancora, vorrai dire».

La bacio di nuovo, questa volta con più dolcezza. Accarezzo i suoi capelli e le sfioro le spalle, scendendo verso la schiena. Poi interrompo tutto, anche se a malincuore.

«Per il momento dovremo accontentarci di questo. Ma stasera, se vuoi, potremmo continuare».

Spero in una risposta positiva che, però, non arriva.

«Kim…» la incalzo e lei mi fissa con sguardo

indeciso.

«Sei il mio capo…»

«Non importa».

«A me sì».

«Okay, allora facciamo così. Pensaci per qualche ora. Più tardi mi darai una risposta che, so già, sarà positiva. Lasciati andare, Kimberly. Sei a New York, una metropoli piena di vita e hai l’età giusta per divertirti un po’».

Sfioro le sue labbra con le mie e poi le volto le spalle. Torno alla scrivania e mi risiedo, iniziando a sorseggiare il caffè che mi ha portato. Nascondo il sorriso dietro alla tazza continuando a guardarla.

«Ci vediamo dopo» dice mentre raggiunge l’uscita. Le faccio l’occhiolino e poi rimango solo.

Oddio, la sua bocca.

Non avrei mai immaginato che fosse così bello baciarla. Avrei voluto continuare per ore: assaporarla con voracità e incendiare la sua pelle candida con le mie labbra roventi. Kimberly è così diversa dalle ragazze che frequento di solito. Si vede che è cresciuta in un piccolo

paese e non solo perché la sua ingenuità è quasi poetica. Ormai credo di averla inquadrata e il suo modo di fare mi stuzzica ancora di più.

M’impongo di pensare ad altro e appena finisco di bere il caffè, riapro la casella mail. Ne leggo una dopo l’altra, rispondendo a tutti e risolvendo delle problematiche legate all’organizzazione del musical. Quando finalmente riesco ad aprire quella di mio padre, ciò che leggo mi devasta oltre a farmi incazzare.

Da: Alexander Cohen A: Marcanthonee Cohen Oggetto: Documenti

Marcanthonee, ti allego dei documenti che dovresti in qualche modo far firmare a tua madre.

In giornata, inoltre, ti verrà consegnato un plico da

parte dell’avvocato. Dovrai portarle anche quello.

Non ci giro troppo intorno, anche perché leggendo quei fogli, capirai di cosa si tratta. Ho dovuto chiedere il divorzio a tua madre. Le ragioni per questa scelta le

saprai a tempo debito. Sappi solo che devi fidarti di me e che ogni mia azione è fatta sempre per il vostro bene.

Ho preferito scriverti questa mail, piuttosto che chiamarti perché ultimamente le nostre conversazioni sono fraintese da entrambe le parti.

Tu e io abbiamo caratteri uguali, per questo ci scontriamo ogni qualvolta si presenta un problema da gestire.

Ti prego, per una volta vienimi incontro e non creare altre difficoltà.

A. C.

Rileggo tre volte per essere certo di non aver distorto le sue parole. Purtroppo, però, è tutto chiaro.

Vuole il divorzio da una donna che non è in grado di gestire da sola la propria vita.

Vuole il divorzio dalla madre del suo unico figlio.

Vuole il divorzio da una persona che ha passato con

lui, nel bene e nel male, trent’anni della sua vita.

Vuole il divorzio per mettere un punto a una situazione che ha sempre considerato un enorme peso.

Chiudo sbattendo il portatile e afferro il cellulare. Cerco il suo numero e lo chiamo, ma lui non risponde. Provo decine di volte, ma l’esito è sempre lo stesso. Non ha il coraggio di parlare con me perché sa che, per quanto mi riguarda l’ultima frase scritta nella mail, non esiste. Sarò sempre dalla parte di mia madre.

Infilo il telefono in tasca ed esco dall’ufficio. È opportuno che non rimanga da solo circondato dalle sue cose perché potrei davvero spaccare ogni oggetto presente e poi radere al suolo l’intero teatro.

Sono furioso e ho bisogno di fumare. Scendo veloce le scale e senza dare retta a nessuno, mi dirigo all’uscita. Ho ignorato ogni saluto e perfino il mio nome pronunciato da altre voci. Non voglio sentire nessuno. Ho però una grande voglia di vendicarmi con l’uomo peggiore che conosco. L’uomo il cui sangue scorre, purtroppo, nelle mie vene e che vorrei prosciugare fino all’ultima goccia piuttosto di dover sopportare questa condizione.

Alzo lo sguardo e fisso il cielo. Non è una bella giornata, il sole non ha voglia di farsi vedere e un po’ lo capisco. Mi sento soffocare e anche se sto cercando di

restare calmo, la rabbia che ha riempito ogni cellula del mio corpo mi fa mancare l’aria nei polmoni. Fumo a fatica, sbuffando fuori una boccata dopo l’altra. Sto tremando.

Che diavolo mi succede?

Io non sono così. Dov’è finito l’imperturbabile Marcanthonee Cohen che non si fa toccare da niente e nessuno? Perché in questo momento ho più l’aria di un bambino smarrito che ha paura di vedere la sua famiglia andare ulteriormente in pezzi?

Spengo la sigaretta e torno dentro il teatro. Devo distrarmi e il lavoro mi sembra la via più sicura e meno deleteria.

«Mark, tutto bene?» mi domanda Will vedendomi rientrare. Spalanca gli occhi scioccato quando sollevo il viso alla sua altezza.

Devo avere un aspetto di merda per averlo fatto reagire così.

«Sto bene. Iniziamo con i provini».

***

È ormai pomeriggio quando mi concedo una pausa.

Per tutto il giorno sono stato intrattabile. Ho interrotto le audizioni di persone che tutto sommato non erano male. Una tra queste, addirittura, avrebbe meritato la parte della protagonista se solo non si fosse chiamata Alexandra e questo non mi avesse fatto pensare a mio padre.

«Marcanthonee, è meglio chiudere qui. Oggi non è giornata» mi ha detto a un certo punto Helen. Io l’ho guardata senza replicare ma mi sono chiesto se fosse informata della decisione di mio padre, visto che lei è la sua assistente. Odio stare con il seme del dubbio che mette radici nel mio cervello.

Esco dalla sala prove e mi dirigo verso l’uscita posteriore, quella che si usa solo in caso di emergenza. Ho bisogno di un posto tranquillo per fumare senza che nessuno mi fissi o mi rivolga la parola. All’improvviso sento qualcuno che canta e d’impulso decido di avvicinarmi. La voce mi porta nella sala principale, dove si tengono gli spettacoli. Canticchio nella mente la canzone, seguendo la melodia. È “Falling” di Harry Styles. E, dannazione, sento mia ogni parola perché è da

stamattina che ho la sensazione di cadere di nuovo in un dirupo infinito di cui non vedo il fondo.

Dopo alcuni istanti riconosco la voce, anche se non credo alle mie orecchie.

Oddio, è Kimberly.

Canta magnificamente, ha un talento naturale da mezzosoprano. Rimango nell’ombra ad ascoltare, seguendo gli acuti della sua voce e la danza che riesce a far fare alle note. Ho la pelle d’oca. Trattengo il fiato per non rovinare tutto con lo stupido rumore del mio respiro. Finalmente la vedo. È di spalle e non sa che sono qui. Fissa il palcoscenico aggrappata con entrambe le mani a una delle poltrone della seconda fila.

Cazzo quanto è brava!

Non riesco a muovermi, è come se sentissi la necessità di ascoltarla mentre canta. Poi non so cosa succede, qualcosa dentro di me cambia. Ogni cosa assume un suono diverso. Ogni cosa assume una luce strana.

Indietreggio di qualche passo, barcollando. Cammino in fretta verso l’uscita di emergenza e, una volta fuori, espiro l’aria che stavo trattenendo.

Ciò che mi è venuto in mente è geniale ma anche molto perfido.

Ecco l’asso nella manica che mi giocherò per vendicarmi su mio padre e affossare lui e questo dannato musical su cui sta investendo tanto.

Kimberly sarà Roxie Hart.

Una ragazza così giovane e alla prima esperienza non reggerà il peso di una grande produzione come questa. Chicago sarà un fiasco e mio padre perderà molti soldi.

E, come se tutto questo non fosse già un enorme appagamento, avrò la piccola Kim alla mia completa mercé.

 





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