Scritto il 15/07/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


Yeah now I’m never, never, never gonna be the same

I go crazy, crazy, baby I go crazy

You turn it on, then you’re gone

Yeah you drive me crazy, crazy, crazy for you baby

- Aerosmith -

 


 

Ho quasi finito i compiti che mi ha assegnato Will e devo ammettere che mi sento piacevolmente stanca.

Mi piace stare qui, sento molte vibrazioni positive su questo posto. E no, non c’entrano con il figlio del produttore che mi ha baciato come nessuno ha mai fatto prima.

Sono a Broadway, proprio dove volevo essere. E non importa se per il momento non salirò mai sul

palcoscenico, per adesso mi accontento del lavoro dietro

le quinte dove ho intenzione d’imparare il più possibile.

Will è gentilissimo e mi ha promesso che mi farà assistere alle prove dello spettacolo. Prima mi ha mandato nella sala principale per recuperare delle cose e appena ho visto il palcoscenico, non ho capito più niente. L’acustica era pazzesca e non sono riuscita a rimanere zitta. Ho dovuto cantare qualcosa, proprio per provare quella sensazione che immaginavo da tanto tempo. È stato stupendo, meglio di tutti i sogni fatti finora.

Giro per il teatro con un sorriso stupido tatuato sulla faccia. Passo davanti alla sala prove e sorrido anche ai ragazzi che sono qui per i provini, ma in cambio dalla maggioranza ricevo solo smorfie altezzose.

Okay, non è divertente stare ad aspettare per ore il proprio turno, continuando a provare passi di danza, testi di canzoni e tenere i muscoli costantemente caldi.

Ci vogliono nervi saldi e molta abilità nel sopportare la pressione psicologica.

Solo che un sorriso non ha mai ucciso nessuno…

«Lasciali stare. Se la stanno facendo sotto perché hanno sentito che oggi il produttore non risparmia nessuno» rivela la ragazza con il numero trentasei.

«Non importa. Sono abituata alle occhiatacce» replico. «Sono Kim» le porgo la mano.

«Naya» dice stringendola con la sua. È una ragazza minuta, ha dei capelli castani tagliati corti e le iridi di un azzurro quasi glaciale. «Tu sai qualcosa? Cohen ha cacciato le più brave e perfino quella che credevamo la favorita per la parte della protagonista».

Scuoto la testa.

«Non so niente, mi dispiace».

«Peccato. Mi avrebbe fatto comodo qualche consiglio» ammette sollevando le spalle.

La porta si spalanca e un ballerino esce da lì con

un’espressione livida sul volto.

«Merda, tocca a me…» sussurra, iniziando a saltare per scaldarsi. Chiamano il suo numero e così le auguro buona fortuna e rimango a fissarla mentre entra nella sala del massacro.

Stamattina, quando ho visto Marcanthonee, non era

nervoso, quindi dev’essere successo qualcosa che ha

rovinato il suo umore. La curiosità è molta e vorrei tanto sapere che cosa sta succedendo lì dentro.

Raggiungo Will al piano inferiore, pronta a fare

qualcos’altro, ma lo trovo in compagnia di un fattorino.

«Mi è stato detto di consegnarlo personalmente al signor Cohen. Non posso prendermi un richiamo per causa sua».

«E io non posso interrompere il signor Cohen solo perché si sta impuntando. Non è la prima volta che ritiro qualcosa per lui».

«Ascolti, io…»

«Che succede?» m’intrometto, anche se ascoltando il

loro battibecco, ho già capito tutto.

«Ho un plico per il signor Cohen, deve ritirarlo di persona».

«Be’, il signor Cohen non è disponibile, quindi o ti fai andare bene noi, oppure dovrai tornare domani, anche se te lo sconsiglio. Quel plico contiene di sicuro dei documenti importanti. Se non lo consegni rischi grosso e non solo un richiamo dal tuo capo».

Il fattorino mi fissa per qualche istante. Non riesce a stare fermo, con fare nervoso sposta il peso da una gamba all’altra.

«Va bene, firmi lei. Ma scriva che l’ha autorizzata il

signor Cohen, così mi evita problemi».

Will mi sorride con gratitudine e recupera il plico.

«Grazie, Kimberly. Hai una capacità di persuasione che invidio. Io stavo solo perdendo la pazienza».

«L’ho notato» ridacchio.

«I provini sono quasi finiti. Per favore porta questo nell’ufficio e appoggialo sulla scrivania. E poi per oggi hai finito. Rimango io a sistemare le ultime cose».

«Ah… okay» mi porge il plico che pesa meno di quanto mi aspettassi e faccio subito ciò che mi ha detto, anche se non voglio andarmene così. Lo ammetto, voglio rivederlo, ed è stupido anche solo pensarlo visto che ci siamo incontrati tre volte e gli sto dando troppa importanza. Lo conosco appena, possibile che sia già così coinvolta?

Raggiungo l’ufficio, dove trovo la porta chiusa. Abbasso la maniglia ed entro e l’odore di Marcanthonee invade i miei sensi. C’è il suo profumo in ogni angolo ed

è difficile non notarlo. Appoggio in fretta i documenti sulla scrivania ma aspetto ad andarmene. La voce di Zoe è come il becco di un picchio che batte contro il tronco e anche adesso sta martellando nella mia testa.

“Comportati come farei io”.

Afferro un pezzo di carta e una penna e scrivo in fretta e senza pensarci troppo. Non rileggo neanche perché facendolo, rischierei di cambiare idea. Appoggio il foglio accanto al plico e rimetto la penna al suo posto. Esco poi dall’ufficio, senza guardarmi indietro.

L’ho fatto davvero e non mi sembra vero.

Hai visto Zoe? Ho compiuto un gesto sconsiderato e per la prima volta in vita mia non ho paura di quello che accadrà dopo. “Crazy” degli Aerosmith mi risuona prima tra le pareti della mente e poi tra quelle del cuore. L’abbiamo cantata più volte e l’averla ricordata proprio in questo momento mi fa capire che non sto sbagliando.

Seguo l’istinto.

Un folle e pazzo istinto che permetterà a Marcanthonee, non solo di finire in seconda base, ma di conquistare anche la terza.

 





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