Scritto il 31/07/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


I’ll rise up, I’ll rise unafraid I’ll rise up

And I’ll do it a thousand times again

- Andra Day -

 


 

Sono passati quattro giorni da quando ho lasciato il suo ufficio. Anzi, non proprio lasciato, è più adatto dire che mi ha cacciato via.

Non ho capito cosa sia successo, continuo a rimuginare sul suo comportamento, tanto da non riuscire a fare nient’altro. Mi ero ripromessa di concentrarmi sulla parte così da non rischiare figuracce durante le prove, ma ogni volta che apro il copione e cerco di memorizzare le mie battute, mi torna alla mente la

freddezza con cui mi ha liquidato. Lo ammetto, mi aspettavo un “ti chiamo”, oppure qualcosa di simile. Non ha risposto nemmeno ai tre messaggi che gli ho inviato.

Ho smesso solo per non sembrare ancora più patetica.

Non credevo che sparisse così.

Tra quarantotto ore lo rivedrò e forse capirò il motivo di questo allontanamento.

Cammino avanti e indietro, non riuscendo a fare passi lunghi. Sbuffo frustrata perché le mura del mio minuscolo appartamento cominciano a starmi strette. Sono nervosa, troppo nervosa. Nessuno sa che avrò la parte di Roxie nella prossima rappresentazione teatrale, non l’ho detto nemmeno a mia madre. Sto evitando le loro chiamate perché l’ansia si sta facendo largo dentro di me, prendendo a calci tutto il mio ottimismo e la capacità di affrontare le cose. È panico da palcoscenico, ricordo di averlo già avuto in passato, prima di recitare nel musical della scuola. La differenza rispetto a quella volta è che si sta presentando troppo presto, dannazione! Mi sta fottendo il cervello anche se ora non sono più una stupida ragazzina.

Non ho nemmeno incominciato le prove e già sto perdendo il controllo. Non riesco a mangiare. Non riesco a dormire e neppure a concentrarmi. Le lacrime pizzicano i miei occhi, ma non voglio piangere. Prendo un bel respiro e stringo tra le mani l’ukulele che in questi giorni ho tenuto sempre vicino. Mi manca mio padre, vorrei poterlo stringere tra le braccia. Lui era riuscito a tranquillizzarmi e farmi riacquistare il controllo. In questo momento mi servirebbe il suo tono calmo o il suo tocco taumaturgico che alleviava ogni disagio.

Mi servirebbe lui.

Pizzico le corde dell’ukulele senza suonare niente di specifico. Poi, come se qualcuno mi spingesse verso quelle note, inizio a strimpellare “Rise up” di Andra Day. Gli accordi si susseguono. Chiudo gli occhi e inizio a cantare quando arrivo alla parte del ritornello. Riconosco la mia voce, è sempre la stessa, però non posso evitare di sentirmi strana. Sento la presenza di mio padre qui, accanto a me. È lui che mi ha condotto verso questa canzone. È lui che mi sta dedicando queste parole per farmi capire che non devo arrendermi e continuare a

essere positiva. È il suo modo di farmi capire che lui c’è

sempre perché vive nel mio cuore.

Inizio a piangere mentre la canzone giunge al termine. Non ho il tempo di lasciarmi andare come vorrei, come avrei bisogno, perché c’è qualcuno che sta bussando alla porta. Con i dorsi delle mani asciugo in fretta le mie guance. Tiro su con il naso mentre vado ad aprire. Sarà sicuramente il signor Liang che mi sgriderà per aver ricevuto lamentele dovute alla musica.

«Ha ragione, smetto subito di cant…» interrompo la frase che rimane incastrata nella mia gola.

Non ha bussato il mio padrone di casa, ma qualcun altro che di certo non mi aspettavo.

«Sono qui fuori da più di cinque minuti. Ho aspettato a bussare perché non volevo interromperti».

«Marcanthonee…» pronuncio il suo nome in un

sussurro.

«Dovresti cantare più spesso. E lascia perdere quello che ti impone Liang, paghi l’affitto, questa è casa tua e hai tutto il diritto di fare ciò che vuoi».

Mi sorpassa, infilandosi nell’appartamento senza aspettare il mio invito a entrare. Con due passi raggiunge il letto e prende tra le mani il mio ukulele.

«Canta qualcosa, piccola Kim. Per una volta fammi diventare quel qualcuno per cui dovresti cantare» mi porge lo strumento che afferro subito. Però, invece di seguire la sua richiesta, lo ripongo nella custodia che infilo poi dentro l’armadio.

«Come mai sei qui?» gli domando, dandogli di proposito le spalle.

«Perché volevo vederti» replica senza troppi giri di parole.

«Be’, mi hai visto. Ora puoi anche andare».

«Che cos’hai?»

«Niente. Non sono in vena di stare in compagnia, tutto qui» mento, almeno in parte. Non voglio vedere lui, non dopo come mi ha ignorato per giorni.

«Kimberly, guardami».

«Non c’è bisogno, mi ricordo come sei fatto».

Scoppia a ridere e vorrei tanto voltarmi per vedere

quel dannato sorriso, ma m’impongo di non farlo. Fingo

di sistemare le cose in giro spostando, da una parte

all’altra, vestiti e oggetti. Sembro una pazza.

«Ho letto i tuoi messaggi. Pensavo che ti avrebbe fatto piacere vedermi».

«Di solito quando si ricevono messaggi, è buona

educazione rispondere. Tu l’hai fatto?»

«È per questo che sei arrabbiata?»

Questa volta mi giro e lo fulmino con lo sguardo.

«Non sono arrabbiata, sono nervosa per… altre cose».

«Sei nervosa per le prove?» chiede indicando i fogli che mi ha dato sparsi sul materasso. Non rispondo ma mi avvicino al letto e metto in ordine.

«Non devi essere nervosa. Andrai alla grande».

«Facile dirlo per te, non devi cantare, ballare e recitare davanti a un sacco di persone. Farò schifo, già lo so. Non dovevo accettare, ancora non so perché ti ho permesso di convincermi».

«Sono un ottimo persuasore» mormora inchiodando gli occhi ai miei. «E tu sei perfetta per quella parte. Perché devi per forza denigrarti?»

«Io sono così. Sono capace di sentirmi inadeguata anche davanti alla dimostrazione assodata che sto

sbagliando. Ho la capacità di mettere in dubbio anche l’evidenza e lo faccio sempre, ogni volta che la paura prende il sopravvento».

Marcanthonee annulla la distanza di sicurezza che avevo messo tra noi. Appoggia entrambe le mani sul mio viso e porta il suo a pochi centimetri di distanza.

«Tu. Sei. Roxie. Hart» scandisce ogni parola mentre il suo sguardo serio incendia il sangue nelle mie vene.

«Tienilo bene a mente e allontana questa paura del cazzo. Io credo in te».

Appena smette di parlare le sue labbra premono con forza sulle mie. Mi bacia con urgenza, come se avesse bisogno di sancire le sue certezze con questo gesto. Le nostre lingue s’incontrano a metà strada e mentre lo bacio, capisco quanto mi sia mancato in questi giorni.

Eh sì, sono proprio rovinata…

Stacco le labbra dalle sue e indietreggio ancora.

«Kim…»

«Perché non hai risposto ai miei messaggi?»

«Scusami, hai ragione. Avrei dovuto rispondere, ma il lavoro e la famiglia mi hanno tenuto occupato. Abbiamo finito i provini, il cast è finalmente al completo. E come

se non bastasse mio padre è tornato stamattina da Londra».

Ecco, ora mi sento in colpa.

Mi sono comportata come una ragazzina ferita, senza pensare ai vari motivi per cui non avrebbe potuto rispondere. E poi che cosa pretendevo? Non abbiamo quel tipo di rapporto.

Sì, ma allora che rapporto abbiamo?

Cosa c’è tra noi?

Vorrei tanto rivolgergli queste domande, ma preferisco tenermele per me.

«Ho capito».

«Dài, riprendi l’ukulele e suonami qualcosa».

Scuoto la testa. Non me la sento di cantare mentre lui è così vicino. Quando suono lo strumento che mi ha regalato papà, metto a nudo la mia anima e non sono ancora pronta per mostrargliela del tutto.

«La prossima volta, okay? Te lo prometto».

«Allora preparati perché ti porto fuori».

Guardo la sveglia che c’è sul comodino e mi rendo conto che sono le sette passate. Vorrà forse portarmi a cena fuori?

«E dove andiamo?»

«Vedrai. Mettiti qualcosa di comodo, scarpe basse mi raccomando».

Fisso il suo abbigliamento sportivo ma sexy che somiglia molto a quello che aveva quel giorno a Central Park. Ha solo aggiunto un giubbottino nero con il cappuccio. Decido d’indossare un jeans e una felpa scuri, seguendo le sue direttive. Mi cambio davanti a lui e mi accorgo che, quando rimango con addosso solo la biancheria, Marcanthonee deglutisce e distoglie lo sguardo.

«C’è qualche problema?» gli domando, facendo finta

di niente.

«No, no» replica voltandomi le spalle. Simula di guardare fuori dalla finestra e io mi mordo il labbro inferiore per nascondere il sorriso.

Finisco di vestirmi, poi m’infilo in bagno e lego i capelli in una coda di cavallo. Metto prima il blush sugli zigomi e poi un po’ di mascara sulle ciglia. Non abbondo con il trucco, non mi piace esagerare. Do un’ultima controllata al mio aspetto riflesso nello specchio e poi lo raggiungo.

«Sono pronta».

Usciamo da casa in fretta. Appena siamo in strada vedo Marcanthonee che attraversa e va verso il marciapiede opposto.

«Dove vai?»

«Ho l’auto parcheggiata proprio lì. Seguimi».

Gli vado dietro e cinque minuti dopo sono seduta nella sua Porsche che mi dà conferma che i Cohen sono messi davvero bene economicamente.

«Bella macchina».

«Grazie!» sorride. «Allora? Sei pronta a scatenarti?»

«Cosa? No, mettiamo subito in chiaro che i locali dove si balla non mi piacciono».

«Mi credi così banale? Ho intenzione di stupirti, piccola Kim. E anche di permettere alle tue insicurezze di svanire e a ogni sensazione che hai dentro di scoppiare come una bomba».

Queste parole non mi danno nessun indizio di dove siamo diretti anzi, mi hanno solo confuso. Guardo la strada davanti a noi e mi rendo subito conto che ci stiamo allontanando da Williamsburg. Marcanthonee vuole stupirmi e sono certa che ci riuscirà.

 





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