A song for your heart, but when it is quiet
I know what it means and I’ll carry you home I’ll carry you home
- James Blunt -
Le settimane di prove si susseguono senza intoppi. Il cast scelto lavora bene e non ci sono stati abbandoni o sostituzioni dell’ultimo minuto.
L’unica che sembra avere qualche difficoltà – proprio come avevo calcolato – è Kimberly. In alcune scene, soprattutto quelle dove deve confrontarsi con gli altri, fa fatica a stare dietro a tutto. Certo, è roba di poco conto che si riuscirebbe a risolvere in un tempo esiguo. Basterebbero delle prove intensive, mirate a risolvere quelle problematiche.
Sono onesto, mi dispiace perché ci tengo a lei. È una brava ragazza e una cantante straordinaria. Potrei stare ore ad ascoltare la sua voce.
Solo che tutto questo è necessario.
La distraggo il più possibile, portandola in giro per New York e presentandomi spesso a casa sua senza avvisare. Non ho mai passato così tanto tempo con una ragazza e devo ammettere che con lei mi diverto parecchio anche fuori dalle lenzuola.
Mi presento a teatro prima del previsto. Mancano due ore all’arrivo degli altri, ma io non sarò qui. Alle nove ho appuntamento con il medico di mia madre. Con lui valuteremo se sia opportuno come sostiene di trasferirla in un’altra clinica specializzata, questa volta in Svizzera. Se così fosse significherebbe vederla una volta al mese, due al massimo. Mio padre non sa niente, era inutile anche informarlo visto come si è comportato.
È da ieri che continuo a ripetermi che è per il suo bene, ma non è facile fare finta di niente e fingere che questa cosa non mi devasti.
Entro al Majestic e sorpasso l’ingresso.
«Ehi! Buongiorno».
Saluto in fretta Will che, però, mi blocca il passaggio.
«Mark, scusa. C’è una cosa che dovresti sapere. Forse avrei dovuto chiedere il permesso, ma non credevo venissi qua così presto».
«Che succede?»
«Niente di preoccupante. È che Kimberly…»
«Kimberly, cosa?» lo incito.
«È da inizio settimana che sta usando il teatro prima dell’arrivo degli altri. Non può permettersi l’affitto di qualche sala o palestra e così le ho suggerito quest’alternativa. So di aver sbagliato, ma lei non c’entra nulla. È una brava ragazza, Mark. Se devi prendertela con qualcuno, fallo con me».
Gli sorrido dandogli una pacca sulla schiena.
«Hai fatto bene, non c’è problema» dico sincero. Poi, spinto dalla voglia di vederla, decido di raggiungerla. «È in teatro o nella sala prove?»
«In teatro. Ha detto che preferisce usare il palcoscenico, così da renderlo familiare».
Ho imparato a conoscerla e quindi so il significato nascosto di questa frase. Replico con un okay veloce e cambio strada, andando dove c’è lei. Cammino in fretta,
seguendo il suono della musica come fanno i topi con il pifferaio magico. Sento la sua voce ancor prima di vederla sul palco ma quando si presenta davanti ai miei occhi, rimango senza fiato. È a piedi nudi e con addosso solo un body rosso scuro. È concentrata e, infatti, non si accorge della mia presenza. Sgattaiolo verso le poltrone e mi siedo a metà sala, stando attento a rimanere nell’ombra. Sta cantando la canzone che Roxie dedica al marito, un testo creativo che passa dall’essere romantico a veder insultato l’uomo cui è dedicato. Sorrido e mi godo ogni sua espressione
Dio, è stupenda lì sopra.
«That scummy, crummy, dummy, hubby of mineee».
L’acuto finale fa terminare la canzone. La musica si stoppa e le mie mani involontariamente cominciano ad applaudirla.
«Chi c’è?» chiede agitata.
«Tranquilla, sono solo io».
«Marcanthonee… oh, cazzo!» si sposta verso il retro del palco e recupera le sue cose. Scende poi dalla scaletta laterale e mi raggiunge. Ha il fiatone, la fronte imperlata
di sudore ed evita di guardarmi negli occhi. Appoggia tutto sul pavimento e inizia a giustificarsi.
«È colpa mia, Will non c’entra niente. L’ho in pratica
obbligato a farmi venire qua prima degli altri».
«Va tutto bene, non c’è problema. L’unica cosa che mi dà fastidio è che me l’hai tenuto nascosto. Non mi piace essere all’oscuro di ciò che accade, soprattutto qui in teatro».
«Hai ragione…»
«E soprattutto se è qualcosa che riguarda te» ammetto sincero perché è davvero quello che penso. Afferro le sue mani e le stringo nelle mie.
«Come mai sei qui a quest’ora?»
«Dovevo mandare qualche mail prima di andare in un posto. Oggi non sarò presente alle prove».
«Ah… okay».
Si morde il labbro inferiore e abbassa ancora lo sguardo. Vorrebbe chiedermi dove devo andare, ma si sta trattenendo nel farlo.
«Se vuoi sapere dove vado, basta che me lo chiedi, non è un problema» la stuzzico sorridendo.
«No, figurati. Non sono affari miei. E poi non sei obbligato a riferirmi ogni cosa».
«Devo vedere i medici che hanno in cura mia madre» rivelo, parlando per la prima volta con una persona che non è della famiglia, della donna che mi ha dato la vita.
«Ma… mi avevi detto che tua madre era morta».
«No, Kim. Quel giorno a Central Park ti ho detto che mia madre se n’era andata. Ed è così. Il suo corpo è qui, ma la sua mente, le sue emozioni e tutto ciò che la caratterizzava, non ci sono più».
Le racconto tutto. Delle crisi, del voltafaccia di mio padre, della sofferenza che provo nel vederla così inerme ogni volta che vado a trovarla. Sul suo volto compare un’espressione tenera che vorrei fotografare e fissare ogni volta che ne sento la necessità. Non c’è pietà, ma profondo affetto nei miei confronti.
Un affetto che non merito.
«Non esistono parole che possano darti conforto. Vedere soffrire le persone che amiamo è ancora più difficile che perderle del tutto».
«Concordo…» dico in un sospiro sconfitto. All’improvviso un’idea assurda si fa largo tra i miei
pensieri. «Ti va di venire con me? Vorrei tanto fartela conoscere».
«Marcanthonee, io… non so che dire. Sei sicuro?»
«Certo, altrimenti non te l’avrei chiesto».
«Mi piacerebbe venire, ma ci sono le prove e…»
«Al diavolo le prove! Per una volta le puoi saltare, no? Vorrà dire che domani lavorerai il doppio per recuperare la giornata di oggi. Che dici?»
Sono furbo e subdolo, ma questa volta non le sto impedendo di provare con gli altri per rendere ancora più raggiungibile l’obiettivo di fallimento del musical. Voglio davvero che conosca mia madre.
È strano, ma è l’unica persona che voglio al mio
fianco in questo momento.
«Okay, ma dammi il tempo di cambiarmi».
Raccatto con una mano tutte le sue cose e con quella libera afferro il suo braccio.
«Vieni con me. Ti farai una doccia mentre mando quelle mail».
Corriamo verso l’ufficio di mio padre e una volta arrivati, Kimberly va dritta in bagno. Mi siedo dietro la scrivania tenendo a bada l’impulso di raggiungerla sotto
la doccia e scoparmela come ho fatto l’altra sera nel suo
appartamento.
Da quando la frequento, non sono più uscito con nessuna donna.
Cazzo, non riesco a desiderare nessuna donna che non sia lei!
Questa consapevolezza mi fa sentire strano. Provo a fare finta di niente e mi concentro sul lavoro. Il debutto si avvicina sempre di più e devo tenere sotto controllo anche gli aspetti che non dipendono direttamente con il teatro, ma che ne diventano parte integrante una volta che il cartellone dello spettacolo è affisso fuori.
È il mio lavoro. Un lavoro che non ho scelto, ma che hanno scelto per me – o meglio che mi hanno imposto – e che mi sta sempre più stretto, come il piede in una scarpa di due numeri più piccola.
Avevo dei sogni, dei progetti diversi, ma tutto è sfumato quando mio padre ha deciso per me. Avrei voluto diventare un atleta professionista, ma quei sogni sono stati infranti.
«Non m’importa, papà. Non rimarrò chiuso in un teatro per il resto della mia vita. Voglio correre, voglio essere libero… non puoi obbligarmi».
Mi padre ha il volto livido di rabbia. Stiamo discutendo da un’ora, ma lui sembra non sentire quello che ho da dire.
«Sei un Cohen. Il tuo posto è a Broadway, che tu lo voglia o no. Potrai correre nel tempo libero».
«Ma, io…»
«Discorso chiuso, Marcanthonee. Ora vai a salutare tua madre. Tra poco la porto in clinica».
Annuisco anche se vorrei urlare. Ha deciso per me, io non conto nulla. Ho diciassette anni ma non ho più un futuro che m’interessa.
***
Dopo poco più di mezz’ora siamo nella mia auto. Kimberly è sul sedile del passeggero. La guardo mentre si allaccia la cintura di sicurezza, mettendola con cura intorno alla giacca nera, e sta seduta composta e rigida. Tiene le mani appoggiate sulle gambe coperte dal jeans beige che ha indossato.
«Ma hai paura dell’auto o non ti piace come guido?»
«Cosa?»
«Mi riferisco a come sei seduta. Sembri tesa come una corda di violino» ridacchio, mettendo gli occhiali da sole e accendendo una sigaretta. Apro il finestrino, così da non disturbarla con il fumo e poi metto in moto, uscendo dal parcheggio.
«Non ho paura, solo che la tua auto sembra così costosa che ho paura di rovinarla anche solo stando seduta».
«È solo una macchina, piccola Kim. Ci tengo, non lo nascondo, ma questo non deve impedirti di rilassarti e goderti il viaggio. Togliti le scarpe, accendi la radio… insomma, fai quello che vuoi».
Sorride, ma non fa nulla di ciò che ho detto. Mi guarda e poi fissa con disgusto la sigaretta incastrata tra le mie dita.
«Non dovresti fumare».
«Lo so. Ho provato a smettere ma appena
m’innervosisco, ricomincio peggio di prima».
La accontento e getto fuori la sigaretta. M’immetto sulla strada che non è ancora trafficata. Il cielo è grigio come le mie iridi ed è carico di pioggia.
«E ora sei nervoso per via di tua madre, vero?»
«Esatto» le confesso, dando un’ultima boccata prima
di gettare il mozzicone fuori dal finestrino.
«Fumare però, non è la soluzione ai tuoi problemi.
T’invecchia i polmoni».
«Sai che in certi giorni mi sento addosso molti più anni di quelli che ho in realtà? È come se fossi un vecchio e stanco trentenne che invece di avere la vita intera davanti, si sta arrendendo al decadimento».
Non dice niente però con la coda dell’occhio la vedo
annuire.
«Credi sia normale?» le chiedo.
«Non è normale e di certo non dipende dal fumo. E inoltre conosco la sensazione. La mia amica Zoe pensa che sia colpa delle preoccupazioni e dei pensieri che dobbiamo sopportare. Quando è morta sua madre ha dovuto accollarsi delle responsabilità che una ragazzina di quindici anni non dovrebbe mai sostenere. Ha
cresciuto suo fratello, ha aiutato suo padre e fatto da moglie e madre a entrambi. È un mito quella ragazza».
«Le vuoi molto bene».
«Sì. È più di un’amica, è un’anima gemella». Si sfiora il tatuaggio che ha sul polso sinistro e si sforza di sorridere, anche se vorrebbe piangere.
«Voglio conoscerla. Il primo giorno che avrai libero dopo il debutto ti accompagno a Kenton, così mi farai vedere anche la città in cui sei vissuta per più di vent’anni».
«Cosa? Tu vuoi andare a Kenton? Stai scherzando vero?»
«Non sono mai stato più serio in vita mia».
Serio, sì, come la stretta allo stomaco che ho in questo momento. Una stretta che fa davvero male. Perché m’interessa tanto la sua vita se la sto solo usando? Il dolore aumenta ma non faccio niente per farmelo passare. Me lo merito, è ciò che devo sopportare per colpa del rimorso che mi sta logorando.
Scoppia a ridere e la sua risata è un balsamo che inonda di allegria ogni fibra del mio essere.
«Va bene, ti porterò a Kenton».
«Be’, tecnicamente sarò io a portare te, visto che
andremo con quest’auto».
Mi dà una pacca sulla coscia e ride ancora.
«Scemo! Hai capito cosa intendessi».
Accende la radio, rilassandosi un po’ e io frugo nella tasca della giacca, recuperando il cellulare che poi le porgo.
«È collegato all’impianto stereo. Basta solo che cerchi una canzone e la fai partire».
«Okay…» digita per qualche secondo e poi appoggia la schiena al sedile, guardandomi soddisfatta. «L’ho trovata».
La canzone parte e riconosco vagamente gli accordi.
Appena la strofa inizia identifico il cantante e il titolo.
È “Carry you home”.
«Ti piace James Blunt?» le chiedo.
«Molto. Ha una voce suadente e affascinante. E adoro in particolare questa canzone, soprattutto una frase che dice».
«Facciamo un gioco. Se indovino la frase vinco qualcosa. Dopo decidiamo il premio».
«Ci sto».
Rimaniamo in silenzio ad ascoltare il susseguirsi delle note. Ho già individuato la parte di cui parla, ma aspetto a dirglielo.
«Allora?» m’incalza quando la canzone sta giungendo
al termine.
«Falla ripartire da capo. Canterò solo quel pezzo».
Obbedisce mentre una smorfia buffa compare sul suo volto. Mi piace giocare con lei, mi fa sentire un ragazzo normale. Appena inizia la seconda parte dell’inciso, inizio a cantarla.
«A song for your heart, but when it is quiet…» Kimberly batte le mani e canta con me.
«I know what it means and I’ll carry you home».
Il semaforo davanti a noi diventa arancione in quell’istante e, invece di accelerare e passare oltre, inchiodo così da poterla guardare negli occhi.
«Hai vinto».
«Lo so, ma era facile perché è la frase che preferisco
anch’io».
«Mi piace, sai. Questo nostro feeling musicale. E mi piace poter condividere con qualcuno questo mio amore per la musica».
Piace anche a me, penso, senza però dirglielo.
«Quando vuoi, piccola Kim».
Le prendo la mano sinistra e la porto verso le labbra. Bacio delicatamente prima il dorso, poi mi sposto sul suo tatuaggio.
«Grazie per essere venuta. Di solito durante il viaggio verso la clinica mi limito a imprecare, fumando una sigaretta dietro l’altra. Oggi, per merito tuo, ho il cuore più leggero».
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