I got all I need when I got you and I I look around me, and see a sweet life
I’m stuck in the dark but you’re my flashlight
- Jessie J -
In passato ho letto molti libri e mi sono informata in ogni modo possibile come funziona il mondo del teatro. È vero, però, che fino a quando non provi qualcosa sulla tua pelle non potrai mai comprenderne realmente ogni sfumatura.
Le prove vanno avanti da quasi un mese. È iniziata oggi l’ultima settimana. Questo tempo è necessario perché serve a preparare lo spettacolo e a potenziare l’equilibrio all’interno del cast. Tutto deve essere perfetto e non devono esistere tensioni che possano in qualche
modo incrinare qualche scena, cosa che per fortuna tra noi non si è verificata. Vado perfino d’accordo con Vivian, nonostante alcuni atteggiamenti da primadonna che innervosirebbero anche la persona più calma di questo mondo. Ma ho imparato a conoscerla, ama questo lavoro tanto da metterlo davanti a tutto e tutti, famiglia e amici compresi.
Ormai credo di essere entrata nella parte. So tutte le battute, ho personalizzato con qualcosa di mio ogni canzone e studiato i balletti.
Sono esausta, sì, ma anche tanto euforica. E lo sono ancora di più da quando ho detto a mia madre e a Zoe quello che in realtà mi sta succedendo.
Per settimane ho evitato le loro chiamate per poi mentire inventando un lavoro che non ho mai avuto come segretaria in un teatro. L’altro giorno, però, Marcanthonee mi ha mandato sul cellulare la locandina del musical dove appare anche il mio nome. L’ho girata subito a Zoe scrivendole di non chiedermi spiegazioni ma di andare dritta da April e una volta lì chiamarmi su Facetime. È stata la videochiamata più assurda che abbia fatto in vita mia. All’inizio non sapevano cosa dire, poi
hanno urlato di gioia per un’ora, alternando risate e
lacrime. Sembravamo tre pazze.
L’orgoglio che ho letto nei loro occhi, però, non lo dimenticherò mai. Una parte di me ancora non ha realizzato che è tutto vero. Presto debutterò in un musical a Broadway, realizzerò il mio sogno e papà vedrà la sua piccola stella brillare.
Finisco di cambiarmi, indossando l’abito dell’ultima scena del secondo atto: un body rosso con le maniche lunghe e pieno di paillettes che non mi fa sentire totalmente a mio agio, visto come lascia scoperto metà del mio corpo. Sopra metto il soprabito nero con i bordi di pelliccia che mi arriva alle caviglie e ai piedi le scarpe argentate con il tacco di cinque centimetri.
Raggiungo gli altri sul palcoscenico. Marcanthonee è seduto in prima fila, proprio accanto a suo padre. Insieme a loro ci sono altre persone che devono controllare che tutto sia funzionale.
Negli ultimi giorni l’ho visto meno di quanto avrei voluto. Siamo entrambi troppo impegnati con le prove e la buona riuscita del musical da non avere tempo per nient’altro.
Non vorrei ammetterlo ma mi manca. E non perché sia diventata un’abitudine averlo intorno, ma perché mi manca lui. Mi manca il profumo che si porta addosso, un misto di sandalo e fumo. Mi manca il caos che solo la sua presenza crea nel mio appartamento. E mi manca come mi sento quando sono al suo fianco: la versione migliore di me.
Dal giorno in cui siamo stati da sua madre, ho notato un cambiamento nel suo comportamento. È diventato incostante. Alcuni giorni tiene un certo distacco, in altri è come se fosse sempre il solito Marcanthonee. Ho preferito non farci troppo caso proprio per concentrarmi sullo spettacolo.
Anche se questa situazione non mi piace.
Saluto tutti e raggiungo Vivian. Anche lei indossa
l’abito di scena e le sta davvero bene.
«Sei pronta a provare il numero finale? Abbiamo un grande pubblico oggi» fa un gesto veloce verso il produttore e poi solleva le sopracciglia provocando una mia risatina.
«Siamo proprio diverse. Quando c’è il signor Cohen,
ti esalti. Io m’innervosisco».
«A quale signor Cohen ti riferisci?»
«Il senior».
«Non avevo dubbi, l’altro ti piace averlo intorno. E comunque è colpa del fascino che emana il potere. M’infiamma tutta».
«Se siete pronte, possiamo cominciare».
La voce di Marcanthonee interrompe il nostro assurdo discorso. Ci mettiamo al centro del palco indossando anche i cappelli che useremo in questa scena. La musica parte e Vivian e io iniziamo a cantare in sincrono, seguendo la stessa coreografia.
«You can like the life you’re living, you can live the life you like. You can even marry Harry, but mess around with Ike».
Siamo sensuali e spiritose, ammicchiamo verso le prime file, dove noto subito lo sguardo di Marcanthonee fisso su di me. È come se fossi sola su questo palco, mi divora con gli occhi e l’intensità che leggo in quelle iridi grigie scatena dello squilibrio dentro di me.
Il numero finisce e so di aver commesso diversi errori. Vivian mi lancia un’occhiataccia veloce alla quale replico con uno guardo mortificato. Mentre il produttore
parla con i casting director, ne approfitto per bere un po’ d’acqua e riprendere fiato.
«Siete state bravissime!» dice Ana.
«Vivian sì. Io ho sbagliato troppe volte» ammetto trattenendo le lacrime. È colpa mia, mi sono distratta e ho saltato un paio di passi, andando fuori tempo.
Dannazione!
Torno al centro e affianco Vivian che fissa tesa Alexander Cohen.
«Voglio essere onesto, il numero è da migliorare. Lo ripeterete alla fine delle prove. Ora cambiatevi. Voglio vedere la scena del tango delle assassine».
Vivian si allontana in fretta e io le vado dietro.
«Aspetta!»
«Che cosa vuoi?» replica secca voltandosi verso di me.
«Scusa, ho combinato un casino».
«Kimberly, questo spettacolo è importante per me, okay? Sono a Broadway da sette anni ed è la prima volta che mi offrono un ruolo così rilevante. Non fallirò. Non finirò di nuovo in fondo al palco, nell’ombra, insieme alla scenografia».
Annuisco e provo a trattenere le lacrime ma non riesco. Ha ragione, se sbaglio rischio di farle commettere errori che potrebbero comprometterle la carriera.
Sono proprio una stupida.
«Ehi» bisbiglia dandomi un colpetto sul braccio.
«Smetti di piangere niente è perduto. Stiamo provando, non abbiamo ancora debuttato. Concentrati, ripassa la coreografia e provala fino a farti sanguinare i piedi. Abbiamo un’altra possibilità».
Mi dà le spalle e va verso i camerini. Questo suo gesto cortese mi ha sorpreso. Ho commesso un errore, ho giudicato quella ragazza troppo presto. Vivian e io potremmo perfino diventare amiche e ci riuscirei di sicuro se arrivassi al suo stesso livello di bravura.
***
Quando torno a casa, sono così stanca da non avere nemmeno la forza per mangiare. Sono le dieci passate, ho evitato la metropolitana, preferendo un Uber che ho condiviso con altre due persone così da spendere meno. Dovrei evitare spese extra, ma per questa volta ho fatto
un’eccezione. Fuori ha iniziato a piovere con più
intensità e io non vedo l’ora di sdraiarmi sul letto.
Mi spoglio in fretta, scalciando via i vestiti e mettendomi addosso solo una vestaglia. Mi butto sul materasso che fa il solito rumore fastidioso. Chiudo gli occhi e rimango così per un po’, immersa nei miei pensieri.
La seconda prova della scena finale è andata meglio, anche se qualche piccolo errore l’ho commesso ancora. Ho chiesto a Vivian di riprovarla domani in sala solo lei e io e per fortuna ha accettato. Frequentarla mi fa bene perché mi spinge a migliorare così tanto da rasentare la perfezione.
All’improvviso dei rumori secchi provenienti dalla porta mi fanno sobbalzare. Ho il cuore che batte forte nel petto, ne sento il suono fin dentro le orecchie. Mi avvicino in punta di piedi verso l’uscio, dove sbircio dallo spioncino. Appena comprendo chi ha dato quei colpi, spalanco quest’ultima. Marcanthonee è davanti a me, bagnato dalla testa ai piedi e con il volto avvilito.
«Che cosa succede? Come sei arrivato qua?»
«In auto».
Il suo alito sa di alcol e la cosa mi preoccupa.
«Hai guidato in queste condizioni?»
«No, quando sono arrivato qua sotto, avevo bevuto solo uno scotch. Ho parcheggiato per poi continuare a bere nel bar che c’è all’angolo. Lo sai che hanno la vodka alla cannella? È la mia preferita».
Lo prendo per mano e lo trascino dentro, chiudendo di nuovo la porta a chiave.
«Spogliati, altrimenti ti prendi la polmonite».
«Sono arrivato da cinque minuti e già vuoi vedermi nudo? Ci sto, piccola Kim».
Rido, anche se l’inquietudine nel vederlo ridotto in questo stato non mi abbandona. Lo aiuto a levarsi tutti i vestiti e poi, una volta rimasto in boxer, gli metto addosso la coperta che uso quando dormo.
«Vuoi dirmi cos’è successo? Ti ho lasciato in teatro con tuo padre e…»
«Non mi va di parlarne. Voglio solo stringerti tra le braccia. Sono qui perché è assurdo, ma sei l’unica che riesce a rendere questo schifo di mondo un posto migliore».
Mi avvicino a lui e con l’indice sfioro il suo petto.
«Anche tu hai incasinato il mio mondo, ma in mezzo a quel caos ho trovato la vera me stessa».
Avvicina la sua bocca alla mia, ma non mi bacia. Appoggia le labbra sulla fronte e le lascia lì per alcuni istanti, giusto il tempo che la mia mente inizi a canticchiare la canzone di Jessie J, “Flashlight”.
Perché Marcanthonee è diventato la mia torcia. Una torcia che produce una luce così luminosa che non mi fa provare più paura dell’oscurità.
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