Scritto il 02/09/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


Looking back, see no words can save this

You’re broken and I’m pissed

- Kasabian -

 


 

Quando la mattina dopo mi sveglio, ci metto qualche secondo per capire dove mi trovo. Sono circondata da silenzio e non sono abituata, visto che nell’appartamento a Williamsburg il rumore della città si sente certamente di più rispetto al ventesimo piano di un palazzo signorile di Manhattan.

Marcanthonee ha insistito che venissi a stare qui e l’ho accontentato solo perché avrei avuto paura a rimanere in una casa appena visitata dai ladri.

Che stupida.

Mi ero ripromessa di stargli lontano così da non fargli capire cosa provo per lui e, invece, ora vivo addirittura qui.

Bel lavoro, Kimberly.

Okay, è una situazione momentanea e non ho di certo intenzione di trasferirmi. È vero anche che mi sono portata dietro tutte le mie cose. Sono rimaste nei borsoni con i quali sono arrivata in questa città. Mancano solo quei pochi oggetti di valore che mi hanno portato via e cioè un paio di scarpe da ginnastica firmate ricevute per il compleanno, un bracciale che mi ha regalato mia madre e lo stereo che condividevo con Zoe. Sono poche cose, è vero, ma per me valevano molto.

Mi stiracchio tra le sue profumatissime lenzuola di seta e guardo il cielo sereno fuori dalla finestra. Manca una settimana al Ringraziamento e un mese alle feste di Natale. La città si riempirà di turisti e i teatri ne beneficeranno. Il nostro spettacolo sarà una delle punte di diamante a Broadway e farne parte è davvero incredibile. Mi ripeto spesso “Se questo è un sogno, vi prego non svegliatemi”. Perché davvero non voglio svegliarmi. Chi l’avrebbe mai detto che sarei finita in un musical così

famoso? Io no di certo. E non avrei mai pensato che un uomo come Marcanthonee potesse anche solo guardare una come me, una semplice e ingenua ragazza di periferia piena si sogni e fantasie.

Mi volto verso la sua parte del letto ma lui non è al mio fianco, anche se ci siamo addormentati in contemporanea. È stato strano dormire insieme senza fare prima altro. Mi aspettavo una sua mossa che non è arrivata e devo ammettere che un po’ ci sono rimasta male.

Il telefono appoggiato sul comodino inizia a vibrare e io lo prendo subito. Ci sono dei messaggi, quattro per l’esattezza, e due chiamate perse. Tutto proviene dalla stessa persona. Leggo il nome di Zoe sul display e sorrido, poi apro whatsapp e inizio a leggere.

BUONGIORNO! TI HO CHIAMATO, STAI ANCORA

DORMENDO?

TI RENDI CONTO CHE DOMANI SARÒ LÌ CON TE? NON VEDO L’ORA!

PERCHÉ NON RISPONDI?

SEI PRONTA A BRILLARE SU QUEL PALCOSCENICO?

Scuoto la testa immaginandomi la sua voce che pronuncia quelle parole. Anch’io non vedo l’ora di riabbracciarla. Domani a quest’ora lei, Ryan e mia madre saranno in città. Ancora non mi sembra vero.

Le rispondo in fretta dicendole che non posso parlare inventando una scusa riguardante lo spettacolo, ma che l’avrei chiamata più tardi. Mi alzo poi dal letto e prima di andare a cercare Marcanthonee, mi sistemo un po’ davanti allo specchio del bagno per non sembrare uno spaventapasseri appena scampato a una tempesta. Apro l’acqua e mi lavo il viso velocemente, spazzolo i capelli e li lego in una coda morbida. Esco dalla stanza e ripercorro il corridoio che conduce all’enorme open- space che si affaccia all’ingresso dell’appartamento. Trovo Marcanthonee seduto intorno al tavolo posizionato di fronte alla cucina. Ha tra le mani una tazza fumante di

caffè e appena avverte la mia presenza, si gira di scatto e mi sorride.

«Buongiorno, piccola Kim. Hai dormito?» Annuisco.

«Vuoi del caffè?» Scuoto la testa.

«Vedo che sei di molte parole stamattina».

«Ah… scusa. Hai ragione. Sono un po’…»

«… confusa?» conclude la mia frase e io annuisco di nuovo. «Lì c’è il frigorifero e nel mobile ci sono biscotti, cereali e pane. Mangia quello che preferisci».

Cammino a piedi nudi sul marmo pregiato e mi avvicino al frigorifero. Marcanthonee segue i miei passi senza perdersi un movimento.

«Da quanto sei sveglio?» gli domando afferrando il

cartone del succo d’arancia e versandone un bicchiere.

«Dalle sette».

«Ma per colpa mia? Non dirmi che ho russato».

Ridacchia e sposta all’indietro la sedia accanto a lui

così da indicarmi dove sedermi.

«No, colpa di mio padre e delle sue mail improvvise. A lui basta dormire quattro ore a notte e crede che anche

per gli altri sia così. Ma non voglio parlare di questo argomento. Dimmi, piuttosto, come stai?»

«Un po’ meglio, anche se stanotte ho fatto fatica ad

addormentarmi».

«È normale, eri sconvolta».

«Lo sono ancora, anche se stare qui mi ha aiutato.

Grazie per avermi… convinta».

Sorrido e lui fa lo stesso.

«Le mie doti di persuasione sono sempre state efficaci. Più tardi ti accompagno dalla polizia».

«Okay» butto fuori l’aria impregnata d’ansia e provo a rasserenarmi un po’.

Mi distraggo sbirciando i fogli che ha di fronte e che mi ha indicato poco fa. Li stava visionando prima che arrivassi io. Uno in particolare attira la mia attenzione.

«Cos’è?» gli chiedo.

«È una lista provvisoria dei biglietti già venduti».

«Mi stai dicendo che su quel foglio c’è davvero scritto il numero esatto delle persone che saranno presenti alla prima?»

«Sì… perché?»

«Fammi vedere».

«No, Kim. Lo capirai vedendo il pubblico in sala quando sarai sul palcoscenico. Non ti toglierò questa emozione facendoti leggere un dato scritto su un foglio» replica alzandosi in piedi e infilandosi il foglio ripiegato in tasca.

«Ti prego, voglio capire».

Scuote lentamente la testa ma sulle labbra ha stampato il sorriso che preferisco.

Quel sorriso.

Lo osservo mentre si allontana, si siede sul bordo del divano e fa finta di niente. Senza pensarci due volte gli vado incontro, supero il tavolino e con un balzo improvviso gli atterro tra le braccia, facendolo così cadere all’indietro. Finiamo entrambi sul pavimento, lui con la schiena sul marmo e io sopra di lui.

«Ma che fai?» dice senza fiato continuando a ridere.

Non rispondo e inizio a infilare le mani nelle tasche dei suoi pantaloni, anche se lui prova in tutti i modi a impedirmelo.

«Dai, dammi quel dannato foglio».

Marcanthonee grugnisce mentre io mi stendo meglio sopra di lui. Riesco a mettergli la mano nella tasca ma è quella sbagliata.

«Oh, piccola Kim, se frughi bene un po’ più in basso, trovi di certo qualcos’altro».

Blocco ogni movimento e lui ne approfitta per ribaltare la situazione. Con un movimento improvviso mi capovolge sulla schiena e si sdraia sopra di me, immobilizzando le mani ai lati della testa.

«E ora cosa devo fare con te?»

«Non lo so… quello che vuoi» replico trattenendo il

respiro. «Però non farmi il solletico».

«Il solletico non è poi così interessante. Preferisco

altro…»

Marcanthonee smette di ridere. I suoi muscoli sono tesi e appena i nostri sguardi s’incontrano, l’aria intorno a noi cambia. La tensione sessuale divampa e diventa un incendio che nessuno dei due riesce a controllare. Era inevitabile, stanotte abbiamo dormito nello stesso letto senza nemmeno sfiorarci, anche se entrambi lo desideravamo.

«Marcanthonee…» pronuncio il suo nome con voce profonda. Il suo viso si avvicina e un istante dopo la sua bocca si attacca alla mia già schiusa. La lingua entra con prepotenza e avvinghia la mia mentre mi circonda il viso con le mani. Intreccia poi le dita tra i miei capelli e un verso gutturale esce dalla mia gola. È un verso provocato sia dall’eccitazione, sia dalla mancanza di ossigeno, visto che è così focoso che fatico a respirare. Questo, però, non lo fa fermare a differenza di quel dannato telefono che comincia a squillare proprio adesso.

«Cazzo!» impreca, staccandosi da me con le labbra gonfie e rosse. «Scusa, devo rispondere. Aspetto una chiamata dal direttore del New York Post».

Si alza in piedi e mentre va a recuperare il suo cellulare, sfioro le mie di labbra che sentono già la sua mancanza. Ho il viso bollente, i capelli scompigliati e il top – che ho indossato per la notte – quasi del tutto sollevato.

Se solo non ci avessero interrotto…

Il suo sguardo cambia non appena legge il nome che compare sul display.

«Che c’è?»

Non sento la replica, ma non ne ho bisogno. La mascella di Marcanthonee si contrae e le vene sul suo collo si gonfiano.

«Va bene, arrivo». Interrompe la chiamata e lancia il telefono sul tavolo.

«Qualcosa mi dice che era tuo padre e che devi andare al Majestic» mi alzo in piedi e lo raggiungo.

«Già… non vedo l’ora che ci sia il debutto, così

finalmente si darà una calmata».

«È un problema se vengo con te? So che c’è Roger in

teatro e vorrei provare ancora un paio di canzoni».

Ridacchia e mi bacia in fretta la fronte.

«Non ne hai bisogno, ma okay, puoi venire. Poi andremo a denunciare la rapina e dopo ti porterò fuori a pranzo. Mangeremo il sushi più buono di New York».

***

«Puoi metterla dall’inizio? C’è qualcosa che non mi

convince».

Sono in teatro da quasi due ore e ho già provato diverse canzoni. Roger è sempre gentile e ha molta pazienza, ma se continuo così, rischio grosso.

«Kimberly, io posso anche farla ripartire, ma ti assicuro che era perfetta».

«Tra due giorni c’è il debutto…»

«Lo so, ma cantare fino allo sfinimento rischiando di perdere la voce, non ti farà di certo bene».

Oddio, ha ragione! Non avevo pensato alla voce.

«Okay, basta così» metto entrambe le mani intorno alla gola e la massaggio come se questo possa servire per evitare qualsiasi imprevisto.

«Vai a casa, rilassati e bevi una tisana con il miele». Annuisco mentre lo aiuto a sistemare gli spartiti.

«Lo farò. Grazie, Roger e scusa se ti ho fatto perdere tempo».

«Tranquilla. Non è la prima volta che mi capita. Appena passerà la sera del debutto, vedrai che il resto sarà tutto in discesa».

Esco dalla sala prove e sono indecisa se seguire le direttive di Marcanthonee e aspettarlo all’ingresso o andare al piano di sopra, raggiungerlo in ufficio e salvarlo dalle grinfie del padre, magari inventando una scusa.

Okay, vado a salvarlo.

Salgo in fretta le scale, addirittura su alcuni gradini non metto piede. Non mi sta aspettando e questa improvvisata lo spiazzerà.

Per una volta capirà come mi sento quando piomba

all’improvviso, mi sconvolge e poi se ne va.

Arrivo pochi istanti dopo davanti alla porta dell’ufficio. Mi avvicino e sto per bussare ma le voci che sento provenire dall’interno, bloccano la mia mano a mezz’aria.

«Sei tu quello che non capisce! Hai idea di quello che mi hai fatto passare da quando mamma è in quelle condizioni?»

«E quello che ho passato io?»

«Certo, da buon egoista contano solo i tuoi di sentimenti, vero papà?»

Oddio, stanno litigando.

Le urla di Marcanthonee fanno tremare il legno della porta. Trattengo il respiro e, anche se dovrei allontanarmi, rimango immobile con l’orecchio ben teso.

«Molte cose non le sai… non puoi capire».

«È con questa frase fatta pensi di calmarmi? Sei mio padre, dannazione! Dovremmo essere complici, volerci

bene e, invece, ti detesto! Ho perfino preso una principiante per il ruolo da protagonista perché voglio che questo fottuto spettacolo fallisca, così da farti perdere un bel mucchio dei tuoi preziosi soldi. Che dici, è abbastanza grave da farti capire il mio livello di odio?»

Non sento la risposta di Alexander Cohen perché il battito furioso del mio cuore ha invaso ogni senso. Smetto di respirare e una forte nausea s’impadronisce del mio stomaco.

Non ci credo, non può averlo fatto davvero.

Sono in questo spettacolo solo per… vendetta? E tutti gli elogi sul mio talento e la mia voce? Erano solo menzogne? Sto piangendo, anche se non dovrei. Alcune lacrime sfuggono e rotolano sul mio viso. Le scaccio via con rabbia, la stessa che sto provando per lui. Mi allontano e scendo in fretta le scale. Passo davanti a Will che appena nota la mia espressione affranta, pronuncia il mio nome con una dolcezza che aumenta la voragine che ho nel cuore. Lo ignoro, perché non ho la forza di parlare con nessuno, ed esco dal Majestic.

Perché mi ha fatto questo? Perché a me? Come ha potuto? Quello che c’è tra noi faceva parte del suo meschino piano?

Sono domande che non riceveranno mai risposta, anche perché qualunque risposta non servirebbe a nulla.

Come se il destino non fosse già abbastanza beffardo, sento provenire dallo stereo di un’auto ferma al semaforo la canzone perfetta per questo schifo di momento. La voce del cantante dei Kasabian che canta “Goodbye Kiss” fa male, proprio come un pugno in pieno viso. Mi volto e fisso l’enorme cartellone che pubblicizza il musical. Lo stesso cartellone dove appare anche il mio nome. Deglutisco mandando giù il groppo presente nella mia gola mentre torno a guardare in avanti.

Ormai ho preso una decisione. Nessuna parola potrà salvare la nostra storia, qualunque essa fosse.

Marcanthonee mi ha tradito, ha calpestato il mio talento, la mia stupida voce, la mia passione per la musica e ridotto il mio fottuto cuore in mille pezzi.

 





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