QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 25 di 31

Scritto il 28/08/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


You’re aching, you’re breaking

And I can see the pain in your eyes

Says everybody’s changing, and I don’t know why

- Keane -

 


 

La festa procede senza troppi problemi. Mio padre è fin troppo gioviale e questo m’indispone. Helen gli sta sempre accanto. E questo m’indispone ancora di più.

Stiamo festeggiando, è vero, ma in molti hanno esagerato bevendo parecchio e sfiorando la sbronza. Per fortuna, temendo proprio ciò che è accaduto, avevo organizzato un servizio taxi che riporti tutti a casa, così da evitare incidenti. Anche Kimberly si è lasciata andare dando più importanza allo champagne che a me.

Dopo il nostro bacio di poco fa tutto è diventato più chiaro. Provo qualcosa per lei. Qualcosa di forte. Qualcosa di cui non posso fare a meno. Ho evitato di bere per rimanere lucido, per osservarla e capire se fosse solo frutto dell’enorme confusione che ho in testa o se i miei pensieri possano diventare qualcosa di concreto.

Non bere non ha risolto nulla. Il caos è rimasto e per il momento ho deciso di conviverci.

«Signor Marcanthonee Cohen… Tu e io non abbiamo avuto modo di conversare stasera».

Vivian mi ha raggiunto nell’angolo in cui mi ero appartato. Mi sono messo qui perché è una posizione strategica: osservo tutto e tutti senza attirare l’attenzione.

E guardo lei.

«Non ho molta voglia di parlare, Vivian».

«Oh, credimi che si nota».

«Ecco, allora vai a goderti la festa».

«E se volessi parlare di un argomento che ti sta a cuore?» Fisso il suo volto e aspetto che continui, anche se lei non lo fa. Beve un sorso dal suo bicchiere e io finisco d’un fiato la mia acqua tonica.

«Sto aspettando».

«Kimberly» pronuncia il suo nome e non dice

nient’altro.

«Okay. Che cosa devi dirmi di lei?»

«Lo sai che è innamorata di te, vero?»

Le sue parole arrivano come un fulmine in una giornata di sole. Sapevo che fosse coinvolta, proprio come lo sono io, ma non che avesse detto a qualcun altro la verità sui suoi sentimenti.

«È così innamorata da girare con gli occhi bendati».

«Vivian, dove vuoi arrivare?» le chiedo irritato.

«Da nessuna parte. Volevo solo dirti di stare attento perché anche una delusione d’amore potrebbe rovinare lo spettacolo e questo non può capitare, dico bene?»

«Non capiterà. Il musical andrà alla grande e la tua carriera sarà salva» replico sempre più adirato. Finge di preoccuparsi per il bene di Kimberly ma in realtà sta solo pensando a se stessa.

«Ti stai sbagliando, Cohen. Kim mi piace, è una brava ragazza e non merita di soffrire. Qui la carriera non c’entra nulla. Sto davvero parlando per il suo bene».

«Anche a me interessa il suo bene. Ci tengo a lei».

Mi lancia degli sguardi infuocati e poi si allontana di qualche passo. Si gira un’ultima volta e mi fa una richiesta strana.

«Visto che tieni a lei, accompagnala a casa stasera, così non sarà costretta a prendere la metro».

Non l’avrei mai fatta andare via così. È assurdo anche solo che l’abbia pensato.

Quando rimango da solo, cerco subito i suoi occhi tra la folla e mi sento meglio una volta trovati. Attraverso il salone e la raggiungo, ignorando la gente che la circonda.

«Vieni, ti accompagno a casa».

«Ma io non voglio andarmene» risponde.

«No, non andate via! Dobbiamo ballare!» s’intromette

Kevin che abbraccia Ana e Kimberly.

La afferro per mano e la trascino fuori dal salone.

«Marcanthonee, ma cosa fai?» chiede allarmata. «Ti rendi conto che il tuo comportamento è assurdo? Che cosa penseranno gli altri?»

«Non me ne frega un cazzo, pensassero ciò che vogliono. Ora ti porto a casa. Il discorso è chiuso».

Sono perentorio e mi sto odiando perché questo atteggiamento è tipico di mio padre. Però ho bisogno di andare via e voglio che lei venga con me.

Bramo il solo pensiero di rimanere in sua compagnia. Raggiungiamo Will nella zona dell’ingresso del teatro.

Dopo aver partecipato per un’ora alla festa, è tornato qui a godersi la tranquillità e il silenzio. Lui è fatto così, non ama la confusione.

«State andando via?»

«Sì, Will. Per noi la festa è finita».

Kimberly sbuffa mentre Will mi lancia un’occhiata

confusa.

«Sai che so badare a me stessa, vero?»

Smetto di darle le spalle e fisso i suoi occhi scuri.

«Lo so, ma qualcuno mi ha suggerito che fosse meglio riaccompagnarti».

«Qualcuno chi? È stata Vivian, vero? Che cosa ti ha raccontato?»

«Nulla… perché, c’è qualcosa che non so?»

Scuote la testa e abbassa lo sguardo, incrociando anche le braccia al petto come se dovesse rinchiudersi in un guscio protettivo.

Inspiro a lungo riacquistando lucidità.

«Will, tra non molto arriveranno i taxi che ho prenotato. Potresti assicurarti che nessuno si metta alla guida se ha bevuto?»

«Certo, Mark. Hai avuto un’ottima idea».

«Grazie» dico non riuscendo a pormi mille domande.

«Allora… vi prendo le giacche».

«Sì».

Dieci minuti dopo siamo nella mia auto. È mezzanotte passata da un pezzo ma devo lo stesso stare attento al traffico e agli idioti che non sanno guidare. Nessuno dei due dice una parola. Lei è tesa, io sono nervoso. Lei mi sta nascondendo qualcosa, io… be’, sono mister menzogna.

All’ennesimo semaforo rosso mi volto verso Kimberly ma mi accorgo che si è addormentata. Sorrido nel vedere il suo volto corrucciato anche mentre dorme.

Continuo a guidare fino sotto casa sua e prima di svegliarla, mi assicuro di posteggiare l’auto come si deve, visto che passerò la notte qui, che lei lo voglia o no. Trovo un posto non molto lontano dal palazzo e dal

ristorante cinese che è già chiuso. Appena spengo il motore, Kim si muove, apre gli occhi e si guarda intorno.

«Ben svegliata».

«Siamo arrivati?»

«Sì».

«Allora… ciao. Grazie del passaggio».

«Prego. Comunque, salgo con te. E non è una richiesta».

La vedo alzare gli occhi al cielo prima di scendere dalla macchina. Ignoro il suo strano comportamento e la seguo, camminando pochi passi dietro di lei.

Con le chiavi già in mano arriva davanti al portone che, però, trova già aperto. Saliamo le scale senza proferire parola. L’aria intorno a noi è tesa e proprio non capisco quale sia il motivo.

«Kim, vuoi dirmi che cosa succede? È da tutta la sera che sei strana e…» smetto di parlare appena noto il suo sguardo preoccupato. «Che c’è?»

«La porta è… aperta. Io l’avevo chiusa a chiave». Mi metto davanti a lei e la allontano dall’ingresso.

«Stai qui e non muoverti».

Spingo piano la porta e m’infilo nel suo appartamento, dove trovo tutto sottosopra. Accendo la luce e mi trovo davanti a un casino assurdo. Le sue cose sono sparse sul pavimento ma quel poco che c’era da rubare è stato portato via.

«Cazzo» sibilo a denti stretti, passando una mano tra i capelli. Faccio un’ispezione veloce per essere sicuro che chiunque fosse entrato sia già andato via. Scosto le tende e controllo nel bagno. Non c’è nessuno.

«Marcanthonee…» la sento bisbigliare il mio nome.

Torno da lei e le prendo la mano. «È tutto okay?» Scrollo le spalle.

«Vieni» replico, senza dire nient’altro.

Appena entriamo nell’appartamento, Kimberly si guarda intorno. L’espressione sconvolta sul suo volto vale più di mille parole. Fissa l’armadio rivoltato, poi il comodino, dove c’era appoggiato lo stereo mentre adesso c’è una maglietta buttata lì a caso.

«No» mormora. «Non può essere».

«Kim…» provo ad abbracciarla ma lei si divincola subito. Inizia a cercare non so cosa, spostando i suoi abiti e controllando ogni angolo. Quando finalmente smette,

capisco tutto. L’ukulele che le ha regalato suo padre c’è

ancora e sembra in buone condizioni.

All’improvviso scivola sul pavimento e, stringendo lo

strumento contro il petto, inizia a piangere.

Rimango inerme a fissare per qualche istante quella scena, poi m’inginocchio al suo fianco e con la mano accarezzo prima la sua testa e poi asciugo le sue lacrime. Odio vederla piangere. Ogni goccia che cade dai suoi occhi allarga la voragine che ho nel cuore. Vorrei assorbire il suo dolore e portarlo via, unendolo a quello già presente nella mia anima.

«Shh, tranquilla…»

«Hanno preso tutto».

«Lo so».

«Dobbiamo chiamare la polizia».

«Va bene, lo faremo domattina. Tanto ho paura che le tue cose non le recupererai più».

Tira su con il naso e smette di piangere ma l’espressione affranta non scompare dal suo volto. L’aiuto a rialzarsi e subito si mette a sistemare e raccattare vestiti e oggetti.

«Che cosa fai?»

«Metto in ordine. Non posso di certo lasciare tutto per aria».

«Non devi toccare nulla, lascia così ogni cosa. Ce ne andiamo».

«E dove, scusa?»

«Non puoi più stare qui».

Ride, anche se non c’è ilarità in quella risata.

«Sto bene. Andrà tutto bene».

«Stronzate. Verrai a stare da me. Discorso chiuso».

«Cosa? Assolutamente no».

«Non è una richiesta, Kim. È un dato di fatto».

«Non ho nessuna intenzione di venire a vivere con te».

La ignoro e cerco tra le cose in disordine un cambio da portare dietro. Afferro una borsa che trovo in un angolo e lo appoggio sul materasso. Ci infilo i vestiti ma lei un attimo dopo li tira fuori e li nasconde nell’armadio. Le lancio un’occhiata mentre li recupero e li ripongo nello stesso posto di prima. Kim, però, li toglie ancora dal borsone e questa volta li stringe tra le braccia.

«Continua pure. Non ho altro da fare. Per me possiamo giocare a questo gioco fino a domani mattina».

Kimberly alza di nuovo gli occhi al cielo e io vorrei ridere, ma blocco qualsiasi smorfia. Devo rimanere serio. Devo farle capire che non sto scherzando, anche se il mio comportamento è alquanto strano.

Non ho mai voluto nessuno intorno in questo modo, non ho mai lasciato intendere a nessuna ragazza che ci fosse spazio per lei nella mia vita. Con Kim, invece, è tutto diverso. Le sto offrendo un posto in casa mia, dove non pensavo ci fosse nemmeno per me. Le sto dando libero accesso alla mia anima e non lo credevo possibile. E forse le sto consegnando le chiavi del mio cuore, dove non pensavo ci fosse neanche un centimetro libero.

Da quando la conosco, poi, penso spesso alla musica, arrivando persino a pensare ai testi delle canzoni che molte volte sembrano scritte per me.

Ed è proprio quello che mi sta succedendo ora.

Più la guardo negli occhi, più mi viene in mente la canzone “Everybody’s Changing” dei Keane. Perché è così, tutti intorno a me stanno cambiando ma sono io quello che non si sente più la stessa persona da quando c’è lei.

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