Staring at the ceiling in the dark Same old empty feeling in your heart
‘Cause love comes slow, and it goes so fast
- Passenger -
Ho il fiato corto e lo stomaco aggrovigliato, ma è niente rispetto al tormento presente nella mia anima.
Finalmente gli ho confessato ogni cosa, ora mio padre sa tutto, compresa la faccenda di Kim. L’unica rimasta all’oscuro è lei, ma le dirò la verità solo a spettacolo ultimato. Non vorrei che fraintendesse le mie parole.
Sono venuto in teatro perché mi ha chiamato lui, perché nonostante manchino solo due giorni al debutto, è ancora convinto che ci sia qualcosa che possa andare storto solo perché, per la prima volta, non ha seguito tutta
l’organizzazione. Non si fida di me, mi considera ancora un ragazzino che non distingue un musical da una tragedia. Sono stato per più di un’ora a sorbirmi le sue paranoie e poi non ce l’ho più fatta. Ho sbottato e finalmente ho tirato fuori ogni cosa.
Mi sono tolto anche il più piccolo sassolino dalla scarpa.
«Hai detto di aver preso la ragazza per farmi fallire.
Era una bugia?»
Mi accascio sul divano e pongo la testa sullo schienale. Papà mi viene dietro e si siede accanto a me.
«No, l’intento iniziale era quello».
«Ma Kimberly è molto brava, ha un talento innato e sarà una Roxie fantastica».
«E pensi che non lo sappia? Mi sono innamorato del suo talento. E credo di amare anche lei» mi sfugge questa confessione e per la prima volta da mesi sento il cuore leggero.
«Sei innamorato? Oddio, forse mi sono perso qualcosa».
«Ti sei perso molte cose, papà» replico socchiudendo gli occhi. Sono esausto, tutta questa situazione mi sta
devastando. Vorrei solo uscire da quest’ufficio e
scendere all’ingresso, dove lei mi starà già aspettando.
«Sono stato un padre di merda…»
«Già».
«Quando ti ho detto che molte cose non le sai, era la verità».
«E quando me le dirai queste cose?»
«A tempo debito».
Scatto in piedi e lui rimane sorpreso da questo movimento improvviso.
«Tempo debito un cazzo! Ora mi dici ogni cosa. Sono stanco di giocare con te, non ho più quindici anni, non mi puoi più zittire quando vuoi. Sono un uomo e da uomo mi tratterai».
Papà appoggia i gomiti sulle ginocchia e curva la schiena in avanti. Si copre il viso con i palmi e lo massaggia per alcuni secondi.
«Va bene, ti dirò ogni cosa».
Vado verso la scrivania e mi appoggio al bordo del legno, incrociando poi le braccia al petto. Lui rimane immobile sul divano, con lo sguardo basso e l’aria di uno che sta per confessare tutti i suoi crimini.
«Amavo tua madre, una parte di me la ama ancora e non smetterà mai di farlo. Quello che le è successo mi devasta. Tu hai sempre visto le cose con i tuoi occhi. Gli occhi di un bambino, di un adolescente e ora di un uomo ferito che vuole bene alla donna che l’ha messo al mondo. Ti ho detto che molte cose non le sai, ma solo perché sono stato bravo a tenertele nascoste».
«E assurdo, a che servono tutti questi segreti?»
«Ho preferito farmi odiare piuttosto che dirti la verità».
Quella frase mi spiazza, ma non ho il tempo di replicare perché lui continua.
«Ma ci siamo, il momento è arrivato e io non posso più tirarmi indietro, l’ho fatto per troppi anni» sospira e alza gli occhi verso di me. «Tua madre è andata in depressione dopo la morte di Richard, il suo amante».
Le tempie iniziano a pulsare. Mi bruciano gli occhi e un senso di nausea risale dal mio stomaco e arriva alla gola.
«Richard chi?»
«Norton».
«Quel tuo amico, l’imprenditore?»
Annuisce e una parte della mente comincia a rimettere insieme le tessere disordinate del puzzle della mia intera esistenza.
«Ho provato in tutti i modi a farla uscire, ma la sua mente si è sempre rifiutata di collaborare. Ecco perché ora è in queste condizioni, l’amnesia dissociativa è curabile in molti casi ma solo se il paziente reagisce bene alle cure. Il dolore che ha provato è stato così forte da farla arrendere».
Ho lo sguardo e la bocca spalancati come se fossi il personaggio di un cartone animato. Mi manca solo la lingua arrotolata e gli occhi che schizzano fuori dalle orbite. Margaret Cohen, mia madre, la donna che ho sempre idolatrato, aveva un amante.
È tutto così assurdo.
«E io che ho sempre creduto che fossi tu quello con diverse amanti pronte a scaldare il tuo letto durante gli innumerevoli viaggi che facevi».
«E, invece, ti sbagliavi. Non è così. Non ho mai tradito tua madre, la amavo davvero. La mia unica colpa è stata quella di averla trascurata per colpa del lavoro. Un viaggio dietro l’altro non ha di certo aiutato il nostro
matrimonio e nemmeno la sua paura di volare. Se non avesse avuto quella fobia, non l’avrei lasciata in quella casa da sola. E se solo mi avesse detto ciò che sentiva, non l’avrei abbandonata».
«C’ero io, non era da sola» ribatto seccato.
«Ovvio che c’eri tu, ma per quanto tempo? Tra la scuola, gli impegni extrascolastici, gli allenamenti di atletica e i tuoi amici, quanto stavi in casa?»
Ripenso a quegli anni e devo ammettere che ha ragione, ero sempre fuori, impegnato a fare chissà cosa da non accorgermi di niente.
«Dopo che ho scoperto di lei e Richard avrei voluto spaccare tutto, chiedere il divorzio e provare a rifarmi una vita. Non l’ho fatto perché avevi appena compiuto undici anni, non ti avrei mai lasciato crescere con un altro uomo a farti da padre. E così siamo arrivati a un compromesso: avremmo aspettato i tuoi sedici anni per dirti ogni cosa e farti scegliere con chi rimanere. Ma la morte improvvisa di Norton ha cambiato ogni cosa…»
«Non ne avevo idea. Credevo che fosse colpa tua.
L’esaurimento nervoso, la depressione, ogni cosa… ho
sempre incolpato te. E ho creduto che odiarti mi avrebbe fatto stare meglio. Oddio, quanto sono stato stupido».
Papà non dice niente, ma sul suo volto stanco finalmente riesco a leggere tutto quello che ha passato in questi anni.
Rimaniamo in silenzio per quasi mezz’ora a metabolizzare le parole che queste pareti hanno assorbito. Per un attimo tutto il mio mondo è crollato per poi ricostruirsi in maniera differente, proprio come accade a una costruzione fatta con i Lego, che cade e si distrugge ma che si può ricomporre meglio di prima.
«E con Helen?» gli chiedo all’improvviso.
«Come fai a sapere di lei?»
«Vi ho visto, anche se da come ti guarda e ti difende, avrei dovuto capirlo prima quello che prova per te».
«Non la merito. Mi ama così tanto da essere disposta ad aspettarmi».
«Che cosa deve aspettare ancora? Hai ottenuto il divorzio, sei un uomo libero».
«Non è così semplice. Non ho chiesto il divorzio perché ho smesso di amare Margaret o per essere… libero».
Un sospiro affranto esce dalla sua gola.
«Papà, c’è altro che mi devi dire?»
Annuisce. Poi si alza dal divano e va dritto verso la cassaforte che c’è dietro il quadro sulla parete opposta. Digita la combinazione e la apre. Torna da me stringendo tra le mani dei fogli che non mi sembra di aver mai visto.
«Qui c’è tutto. Devi solo leggere».
Afferro i documenti iniziando subito a comprenderne il contenuto. È un atto notarile che certifica il testamento di Richard Norton. Non capisco perché mio padre ne sia in possesso, ma appena trovo scritto il nome di mia madre, tutto diventa più chiaro.
«Ho dovuto chiederle il divorzio perché quei soldi le spettano di diritto. Se fosse stata ancora sposata con me, non le sarebbe toccato nemmeno un centesimo».
«E quindi ti sei tirato indietro, mettendo fine a un matrimonio a cui tenevi, solo per questo denaro?»
«L’ho fatto per lei, Marcanthonee, perché sono convinto che uscirà dalla condizione in cui si trova e con quei soldi si potrà rifare una vita».
Una lacrima riga il suo volto. Mi rendo conto che è la prima volta che lo vedo piangere e questo mi devasta.
Sono spiazzato.
Non pensavo che mio padre avesse un cuore così grande. Per un decennio ho pensato che fosse un bastardo della peggior specie, ho persino provato ribrezzo verso il cognome che porto perché mi collegava a lui. E, invece, mi sbagliavo. L’unico bastardo in questa stanza sono io. Se mai Kimberly non dovesse perdonarmi per ciò che ho fatto, mi meriterei di soffrire come un cane bastonato.
Vado incontro a papà e lo stringo tra le braccia. Lo abbraccio come non ho mai fatto prima, con sincero affetto e gratitudine per la vita che mi ha donato.
«Scusa, papà. Potrai mai perdonarmi?»
«Non devo perdonarti niente. Abbiamo sbagliato entrambi, ma visto che siamo arrivati fino a questo punto, io direi di mettere una pietra sopra a tutto il male che ci siamo fatti. Ricominciamo da qui, da quest’abbraccio e da questo fantastico musical che sei riuscito a mettere su con molta professionalità».
«Il merito è di Kimberly. La sua passione e il suo talento mi hanno fatto rivalutare questo mondo che, fino a qualche settimana fa, detestavo profondamente».
«L’amore a volte è in grado di mutare anche gli
aspetti più nascosti di noi».
«Papà, aspetterei a parlare di amore. Non so neanche cosa prova lei per me».
«E cosa aspetti ad andare a scoprirlo? In amore non serve la fortuna, ma tanto coraggio».
Esco dall’ufficio in fretta e raggiungo l’ingresso. Mi guardo intorno ma lei non c’è. Sto per raggiungere la sala prove quando incontro Will.
«Ehi, hai visto Kimberly?»
«Be’, sì. È corsa via, non mi ha dato il tempo di dire nulla. Sembrava sconvolta».
«Come sconvolta?»
«Piangeva… Non capisco cosa sia successo. Ho appena chiesto a Roger, visto che era lì con lui, ma non sa nulla».
Recupero il telefono dalla tasca posteriore dei jeans e provo a chiamarla.
«Sta squillando» dico rivolto a Will. Kimberly non risponde, riprovo altre tre volte ma è tutto inutile.
«Ha risposto?»
«No, continua a squillare a vuoto. Vado a cercarla».
Corro dritto in garage, dove recupero la mia auto mentre mi chiedo che cosa possa essere successo. E se c’entrasse la sua famiglia? Se fosse capitato qualcosa a una persona a lei cara?
Mille pensieri invadono la mia testa mentre guido verso casa. Le sue cose sono tutte nel mio appartamento. Spero che sia lì o che almeno risponda al telefono e mi dica dove raggiungerla.
Venti minuti dopo sto varcando la soglia del palazzo. Michael, il portiere, mi blocca subito, dando conferma alle mie speranze.
«Signor Cohen, ho provato a contattarla, ma il telefono era sempre occupato. La signorina West ha chiesto di salire nel suo appartamento e io mi sono permesso di aprirle la porta».
«Hai fatto bene, Michael» gli do una veloce pacca sulla spalla ed entro in ascensore. Per fortuna stamattina ho presentato Kimberly al portiere, dandole così libero accesso al palazzo. Arrivo al ventesimo piano e mi accorgo subito che la porta di casa mia è solo accostata e non chiusa.
«Sì, Vivian. A Manhattan. Grazie, davvero. Non so come ringraziarti».
Seguo la sua voce rotta dal pianto stando attento a non fare rumore. La trovo in camera da letto dove ha raccolto anche le poche cose che aveva lasciato in giro.
«No, sto bene. Poi ti spiego, voglio solo tornare a casa mia. Okay, ci vediamo tra poco».
Interrompe la chiamata e infila il cellulare nella tasca della giacca nera che ha addosso.
«Perché hai chiamato Vivian?»
Il mio tono cupo la fa voltare di scatto, ma l’espressione con cui mi guarda è ben lontana dall’essere spaventata.
«Tolgo il disturbo» replica secca, tenendo con una mano l’ukulele e afferrando con l’altra la borsa che contiene le sue cose. Prova a sorpassarmi ma io le blocco l’uscita ponendomi proprio in mezzo tra lei e l'uscio.
«Prima mi spieghi che cazzo sta succedendo».
«Non ho nulla da dirti».
A sorpresa mi spinge all’indietro e riesce ad allontanarsi di qualche passo, ma io le vado subito dietro.
«È successo qualcosa a Zoe? Lei e tua madre stanno bene?»
«Non osare nominarle. Anzi, non devi neanche pensare a loro. Non sei degno di persone così pure».
Sono sempre più confuso. Si rivolge a me con odio e mi guarda come se fossi l’assassino più ricercato d’America.
Ma che diavolo sta succedendo?
Questa domanda è riprodotta all’infinito nella mia mente fino a quando i miei neuroni cominciano a elaborare il tutto e finalmente realizzo quale possa essere la cosa orribile che ha scatenato tutto questo odio nei miei confronti.
«Cazzo, lo sai…» sussurro. Kimberly butta sul pavimento la borsa, poi appoggia l’ukulele con cura sul divano per non rischiare di romperlo.
«Cos’hai detto?»
«Come l’hai scoperto?» le chiedo, anche se il quesito è davvero stupido.
Che importanza può avere il come? Il problema è che l’ha scoperto da sola, senza che io avessi l’occasione per spiegarle che le mie intenzioni sono cambiate già da
settimane e che prenderla per lo spettacolo è stata la cosa più bella che potessi fare.
«Come l’ho scoperto? Non meriteresti nemmeno di saperlo, ma voglio accontentarti. Ti ho sentito mentre lo confessavi con orgoglio a tuo padre».
«No, Kim, aspetta hai frainteso e…»
«Basta!» m’interrompe. «Non ho frainteso proprio
niente. Le tue parole sono state chiarissime».
«Lasciami almeno provare a spiegarti».
«Ma è tutto molto chiaro. Mi hai mentito per settimane, mi hai ingannato, manovrato… da questo non c’è via d’uscita».
Faccio qualche passo verso di lei, ma poi mi blocco. Non riesco a sostenere il suo sguardo ferito, non riesco a trovare le parole giuste per raccontarle la verità.
«Hai calpestato i miei sogni, Marcanthonee. Li hai ridotti in briciole. Per la prima volta mi hai fatto odiare la musica e tutto ciò che le gira attorno. Non era successo neanche dopo la morte di mio padre».
Deglutisco a vuoto e faccio fatica a respirare.
Kim sta piangendo e io vorrei davvero consolarla, stringendola contro il mio petto, ma in questo momento
non merito niente, nemmeno di condividere con lei lo stesso ossigeno.
Come ho potuto essere così meschino?
«Sai, credevo di essermi innamorata di te, ma mi sbagliavo. Come potrei mai amare un uomo tanto ignobile?»
«Ti prego… lasciarmi spiegare».
«È tardi per le scuse. È tardi per tutto».
«E se ti dicessi che anch’io mi sono innamorato di
te?»
Scoppia a ridere, ma è una risata falsa che appena termina, ha lo stesso effetto di un boomerang scagliato lontano che quando torna indietro ti colpisce sulla testa.
«Non sai cosa sia l’amore».
«Ti sbagli. Me l’hai fatto capire tu».
«Non ha più importanza perché tanto questa è l’ultima
volta che ci vediamo».
«Che cosa dici?»
«La verità». Anniento la distanza che ci separa e senza pensarci due volte afferro il suo volto con entrambe le mani, obbligandola a guardarmi.
«Preferirei vivere una vita di merda piuttosto che una dove non sei presente» la stringo e inspiro l’odore della sua pelle.
«Lasciami, non mi toccare» sibila a denti stretti, divincolandosi dal mio abbraccio.
«Kimberly, no…»
«Stai tranquillo, Mark, una cosa ti è riuscita. Hai rovinato lo spettacolo di tuo padre perché al debutto di Chicago, la sottoscritta non sarà su quel dannato palcoscenico a interpretare Roxie Hart».
Non so per quanti minuti rimango immobile a fissare
la porta d’ingresso.
Se n’è andata. Ho rovinato tutto e sono stato così stupido da non riuscire a dire nulla.
Prima di andare via ha pronunciato con disprezzo il diminutivo del mio nome.
Prima di andare via non è riuscita a lanciarmi
un’occhiata che non contenesse odio.
Prima di andare via mi sono reso conto di quanto fosse entrata dentro di me, conquistando anche la più piccola parte del mio cuore.
Mi trascino verso il mobile bar e mi verso subito un bicchiere di whiskey. Lo butto giù tutto d’un fiato e poi lo riempio di nuovo.
Mi butto sul divano e la mia gamba sinistra urta qualcosa di duro. Sollevo il cuscino che ho spostato sedendomi e trovo il suo ukulele.
Oddio, l’ha dimenticato qui.
Lo afferro dal manico e accarezzo prima le corde e poi il corpo. Socchiudo gli occhi immaginando lei che suona. Il suo viso rilassato, le sue labbra leggermente incurvate, le sue dita che volano riproducendo le note e la sua voce meravigliosa che accarezza ogni parola facendola diventare poesia.
Smetto di riprodurre la sua immagine perché non merito neanche quella. Ha detto che le ho fatto odiare la musica.
Come potrò mai rimediare a questo?
Sfilo il cellulare dalla tasca per mettere su qualche canzone, così da sentirla più vicina. Apro l’applicazione e scorro la playlist, mandando avanti quelle troppo allegre. Appena trovo “Let her go” dei Passenger mi
fermo e la ascolto tutta. Appena finisce, la faccio ripartire, mettendola poi in loop.
È successo di nuovo, una canzone mi sta parlando di lei o di quello che sto provando, anche se questo non colma la sensazione di vuoto che ho nel cuore.
Sono devastato.
Ho capito di amarla ora solo che l’ho persa.
L’amore è arrivato lento ma se n’è andato in fretta.
Succede sempre così, capisci di essere felice solo quando vedi quella stessa felicità sfumare davanti ai tuoi occhi.
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