I never thought I needed saving I was right where I should be Good God, I know it’s dangerous But it’s you that I need
I’m in love this time
- Dermot Kennedy -
«Chiudi gli occhi».
«No, è tardi. Tuo padre ci sta aspettando e devo ancora prepararmi».
«Abbiamo tempo, quindi non farmelo ripetere ancora».
Obbedisce e io sorrido mentre infilo la mano sotto il cuscino ed estraggo la scatolina di velluto che ho nascosto ieri sera. Non è un anello, non le sto chiedendo di diventare mia moglie, è ancora presto per questo. Ha una carriera avviata da poco e non le impedirò di provare nuove esperienze, di viaggiare e di scoprire il mondo.
Dopo Chicago e le innumerevoli repliche che ci sono state, e grazie all’aiuto di George Lexar, è riuscita a entrare nel cast di “Mamma Mia”, una produzione completamente diversa ma che l’ha vista di nuovo protagonista. Certo, vederla recitare su un palco che non appartiene ai Cohen mi ha dato un po’ fastidio, ma non posso pretendere che lei rimanga sempre accanto a me, soprattutto nel lavoro.
Papà e io, dopo il grande successo ottenuto, continuiamo a lavorare fianco a fianco. Le cose tra noi sono cambiate in meglio. Ora parliamo, ci confrontiamo, il nostro è diventato un vero rapporto padre/figlio. Tutto il passato e la sofferenza provata fanno ancora parte della nostra vita, ma sono ormai un ricordo lontano.
Anche mia madre sta meglio. Ora vive in una villetta appena fuori New York. Andiamo a trovarla due volte
alla settimana – in molte occasioni ci accompagna anche papà – e ogni volta che mi vede, il suo viso s’illumina. La malattia che l’aveva allontanata da me sta lentamente regredendo e ha riacquistato un po’ di lucidità.
Siamo sdraiati sul letto di casa nostra. Da quando ci siamo svegliati abbiamo fatto l’amore due volte e vorrei già rifarlo. Kimberly non mi basta mai. Lei mi completa e mi fa sentire un uomo migliore.
«Okay, conta fino a cinque e poi apri gli occhi».
«Uno, due, tre, quattro e cinque» dice in fretta facendomi ridere. Kimberly spalanca lo sguardo e trattiene il respiro quando vede cosa c’è sul palmo della mia mano.
«So quello che può sembrare, ma non è un anello» rivelo, evitando che vada nel panico. «Non ti chiederò di sposarmi, non oggi, ma ti giuro che lo farò. Non dovrai attendere ancora molto».
«E se non è un anello, cosa mi hai regalato?»
«Aprila». Non se lo fa ripetere due volte. Le lacrime pizzicano i suoi occhi quando vede il ciondolo d’oro a forma di stella che le ho comprato.
«Ti piace?»
«E me lo chiedi? Lo adoro, grazie».
«Lo indosserai ogni giorno, così ti ricorderai sempre che sei la mia piccola stella, la luce che illumina i miei giorni. La terrai intorno al tuo collo anche quando sarai a Los Angeles».
Il suo sguardo allarmato si attacca al mio.
«Marcanthonee, io…»
«Non c’è bisogno, Kim. Non devi dire niente perché so già tutto».
«Come…»
«Me l’ha detto George. Anzi, a dire la verità gliel’ho estorto. Avevo capito che c’era qualcosa che t’impensieriva e allora sono andato direttamente da lui».
«Scusa, dovevo dirtelo».
Le sfioro il viso e appoggio la fronte sulla sua.
«Va tutto bene. Sono fiero di te. Ti stanno offrendo una parte in un film di Tim Burton, dovresti essere al settimo cielo».
«Lo sono. Solo che… noi? Che cosa accadrà a noi se parto per Los Angeles?»
«Niente, piccola».
«Ne sei sicuro?»
La bacio e anniento la sua paura, zittendo la vocina che nella sua testa le sta facendo dubitare del nostro rapporto.
«Quando si ama una persona, la cosa più bella è saperla contenta, sapere che può fare quello che la rende felice. È questo che voglio per te. Voglio solo la tua felicità».
Kimberly si getta tra le mie braccia e mi stringe forte. La spingo sul letto, obbligandola a poggiare la schiena sul materasso. Intreccio le dita ai suoi capelli e le muovo il viso verso il mio. Le nostre bocche entrano di nuovo in collisione e per qualche istante il mondo intorno a noi svanisce.
«Ti amo, Marcanthonee Cohen».
«Ti amo, futura signora Cohen».
Ridacchia e la smorfia che compare sul suo viso fa ridere anche me. Le appoggio il bacino contro il fianco e lei nota subito l’erezione.
«Lo sai che se non ci presentiamo tuo padre non si può sposare?»
Già. Mio padre oggi si sposa con Helen. Sono davvero contento, si merita questa seconda possibilità. Dopo le sofferenze provate, anche lui sembra finalmente sereno.
«E se arrivassimo un po’ in ritardo?»
«Non se ne parla. Sei il suo testimone».
Mi spinge via e si alza dal letto. Recupera da sopra la sedia la camicia bianca che ho tolto ieri sera e se la infila.
Oddio, quanto è sexy.
«Lo stai facendo apposta? Ti piace così tanto torturarmi?»
«Be’, tu lo fai sempre con me. Per una volta mi
diverto io».
«Sei crudele».
«Solo un po’».
Faccio per alzarmi ma lei è più veloce. Si chiude in bagno e apre l’acqua della doccia. Mi arrendo, ma solo perché rischiamo davvero di arrivare in ritardo. Mi ributto sul letto e fisso il soffitto pensando alla mia vita. Oddio, per la prima volta posso davvero pensare di essere felice. Ho Kimberly. Faccio un lavoro che mi piace e mi dà soddisfazioni.
Sì, sono felice e non ho paura di ammetterlo. Perché la vita mi ha già tirato parecchi tiri mancini e se mai deciderà di darmene altri sarò pronto a insaccare e agire di conseguenza.
Allungo una mano verso il comodino e recupero il telecomando dell’impianto stereo. Premo play e faccio partire la musica. In questa casa è sempre presente, è la coinquilina che tutti dovremmo avere perché nessuno dà consigli come lei. Le note di “What have I done” di Dermot Kennedy risuonano tra le mura della camera. Kimberly esce dal bagno avvolta in un telo rosa.
«Adoro questa canzone» dice avvicinandosi lentamente a me.
«Lo so, per questo è nella playlist».
Mi siedo sul bordo del letto e lei si mette tra le mie gambe. Ascolto con attenzione il testo anche se lo conosco bene. Le parole le sento mie perché anch’io ero convinto di non dover essere salvato e, invece, mi sbagliavo. Kimberly mi ha salvato dalla spirale di odio e indifferenza in cui ero piombato e non smetterò mai di ringraziarla per questo.
«I’m in love this time» canta per me come fa ogni giorno, anche quando è troppo stanca. Canta anche per mia madre e mi rendo conto di amarla ancora di più quando lo fa. La circondo con le braccia e sollevo il viso verso di lei.
«Ti amo anch’io, piccola Kim».
E il tempo si ferma ancora, con noi due stretti in un abbraccio che nessuno arresterà mai.
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