Mancavano due giorni alla data scelta dal duca e dalla duchessa Chiermontesi per festeggiare l’ingresso in società della figlia Filippa. Il ricevimento avrebbe avuto luogo nella loro residenza di campagna. Dal pomeriggio fino a sera tarda erano attese in villa le famiglie più in vista di Firenze.
La partecipazione del principe Marc Beauvau di Craon, al quale Francesco I aveva affidato la reggenza del granducato di Toscana, sembrava confermata. La sua presenza avrebbe dato lustro all’evento e alla figura di Pietro Chiermontesi, avvalorando le voci secondo cui godeva del favore dei regnanti austriaci.
A Tommaso di Monfalco, il duca Pietro non piaceva; lo giudicava ipocrita e servile. L’idea di andare a ossequiarlo lo aveva messo di cattivo umore fin dal mattino, ma Gemma aveva poi risollevato le sorti di quella giornata nata storta.
Dopo colazione, il conte l’aveva sentita suonare il clavicembalo, così si era affacciato alla sala della musica ed era rimasto ad ascoltare senza lasciarla mai con gli occhi.
Gemma pareva rapita dalla melodia. I suoi occhi guizzavano dallo spartito alla tastiera, mentre suonava accompagnandosi con dolci vocalizzi. A tratti si fermava, scuoteva la testa, si accigliava, per poi ricominciare con più lena: evidentemente era alle prese con un brano che non conosceva ancora a menadito.
“Una ragazza d’oro" pensò il conte, a un soffio dal commuoversi. "Invece di gingillarsi con i soliti spartiti, preferisce studiarne di nuovi, per giunta impegnativi.”
Ilaria lo trovò perso nella contemplazione della figlia.
— Ha ragione la badessa — disse Tommaso alla consorte. — La nostra Gemma ha un talento innato per la musica.
— Dev’essere un pezzo molto appassionante, se riesce a distoglierla dalla prova dell’abito per il ricevimento. Purtroppo le sarte non aspetteranno oltre; sono qui da un’ora e non so più come trattenerle.
L’uomo corrugò la fronte. — Avreste il coraggio di interromperla per una sciocchezza simile?
— Non posso farne a meno — affermò la donna avanzando nella sala e calcando i passi per attirare l’attenzione della figlia.
La musica cessò.
— Cosa c’è, madre?
— Mi spiace doverti interrompere, ma è necessario che tu provi adesso il nuovo abito, altrimenti non ci sarà il tempo di apportare eventuali modifiche.
— L’avevo scordato, perdonatemi. Ero presa dallo studio.
— Suonavi con tale partecipazione! Chi è il compositore?
Ilaria tese la mano verso lo spartito, ma Gemma lo afferrò prima di lei e lo arrotolò in fretta.
— È un anonimo — rispose in tono spiccio. — Un madrigale consigliatomi dalla badessa per tenermi in esercizio. Vogliamo andare? Sono ansiosa di vedere l’abito.
Madre e figlia raggiunsero le sarte in una stanza guardaroba al secondo piano. C’era anche Berta, intenta a esaminare balze e cuciture.
Gemma scoccò alla governante una lunga occhiata, poi mosse tra le pieghe della veste lo spartito arrotolato indicandole di prenderlo.
Berta rimase indifferente.
La ragazza trasalì: non si aspettava il suo rifiuto. Salì sul panchetto preparandosi a svestirsi con la carta ancora stretta in pugno, supplicando Berta con gli occhi.
Una lavorante iniziò ad allentarle sulla schiena le stringhe del corpetto. Per un minuto interminabile non accadde altro, poi, poco prima che il vestito scivolasse a terra, Berta le tolse il rotolo di mano e lo fece sparire in una tasca del grembiule, quindi indietreggiò mettendosi in disparte.
Visibilmente sollevata, Gemma indossò sulle sottogonne la gabbia di stecche d’ossa di balena ed entrò nel nuovo abito. Il corpino aderiva alla perfezione, impreziosito sulla scollatura quadrata da una ruche intessuta di fili d’argento; la balza di trine sul bordo delle maniche finiva appena sotto il gomito, com’era stato stabilito; la veste aveva la giusta ampiezza, di poco inferiore a quella dell’apertura delle braccia. I mazzolini di violette minuziosamente ricamati sulla stoffa rosata valsero alle sarte grandi lodi.
— Avevate ragione, madre mia — disse Gemma saggiando la consistenza del tessuto. — Il taffettà è di prima scelta.
— Dovresti avere più fiducia nel mio giudizio — rispose la contessa intenta a osservare la figlia nell’insieme. Poi, con l’aria di un pittore che dà il tocco finale alla sua opera, prese il cappello a ruota merlettato e glielo sistemò sul capo. — Ottimo! Mi figuravo proprio questo effetto. Metterai il girocollo di perle, naturalmente. Ti spiace provare da sola gli accessori, cara? Ho un piccolo problema da risolvere.
Senza attendere risposta, fece cenno a Berta di seguirla e lasciò la stanza.
Gemma misurò le scarpette di seta rosa a punta, approvò il disegno dell’acconciatura e la minuscola borsetta. Tolto l’abito di taffettà, si rivestì e uscì con una certa urgenza diretta nei propri appartamenti.
Era sicura che la governante l’attendesse nel boudoir, e non sbagliava.
La donna cincischiava il bordo del grembiule in piedi davanti a un tavolino basso guardando lo spartito arrotolato sul ripiano.
— Mi hai salvata! — esclamò Gemma entrando, e richiuse subito la porta. — Ho temuto che la mamma mi togliesse di mano lo spartito al posto tuo e leggesse…
— Non ho agito per il vostro bene.
— Oh, sì, Berta cara! Non sai cosa significhi questa musica per me.
— Ho sbagliato dall’inizio. Voi siete una bambina, non sapete niente della vita, io invece… — Si batté il petto. — Io la vita la conosco bene!
— Che parole sono queste? Che ti prende?
— C’è da chiederlo? — gemette Berta. — L’altra sera, quando il vecchio gentiluomo mi ha dato cinque soldi per farvi avere di nascosto quel rotolo di carta musica, ho preso il denaro e ho fatto quello che voleva. Non avrei dovuto. Mi vergogno così tanto!
— Sei troppo severa con te stessa, e i denari non c’entrano. Sapevi chi mandava la missiva e che sarei stata felice di riceverla, perciò hai accettato l'incarico.
Berta scoppiò a piangere, e non riusciva a smettere, malgrado Gemma si affannasse a confortarla.
— Non consolarla, figlia mia. È bene che si renda conto, che rifletta.
Gemma sulle prime non prestò attenzione a quella voce sommessa del tutto inaspettata nel contesto, con Berta che singhiozzava prossima al malore. Ma la voce seguitò e prese corpo: quello della contessa di Monfalco, comparsa sulla soglia della camera da letto.
— Berta, finiscila con i piagnistei. E tu, bambina mia, smetti di fissarmi a bocca aperta, lo sai che non sta bene.
La figlia obbedì in silenzio disorientata dall'apparizione.
Per nulla sorpresa, invece, era la governante. Aveva confessato il raggiro alla padrona quel mattino e sapeva della sua presenza nella camera da letto.
— Mia signora, perdonatemi! Sono pentita, ve lo giuro, altrimenti non sarei venuta a riferirvi tutto. Mi credete, vero? Oh, santa Vergine, che farò adesso?
— Quello che facevi ieri e che farai domani — rispose donna Ilaria senza degnarsi di guardarla. — Adesso lasciaci, torna al tuo lavoro.
— Volete dire...
— Voglio dire immediatamente.
Berta sgusciò fuori in un baleno.
La contessa prese il rotolo del componimento e lo svolse adagio per esaminarlo.
— Non è un anonimo come avevi detto — osservò in tono incolore. — C’è una firma, anche se a stento leggibile.
Gemma fremette. — Io la leggo benissimo.
— Quindi l’autore sarebbe Federigo Malaspina. Suppongo però che a riempire i pentagrammi sia stato Giandonati. Non crederai che l’abbia fatto il barone di suo pugno…
— So di aver sbagliato, ma vi prego, non infierite su di lui.
— Sto solo mettendo in evidenza un fatto al quale tu non sembri dare il giusto peso.
— A me non importa che sia cieco. La sua disgrazia non dovrebbe sminuirlo agli occhi di nessuno.
— A causa di quest’uomo ci hai mentito, e lo conosci a malapena!
— Ma penso a lui continuamente. Ecco, ora lo sapete. Ho risposto con poche righe alla sua lettera di scuse, nulla di sconveniente, dovete credermi. Due giorni dopo è arrivato lo spartito per tramite del precettore. Federigo ha composto per me sola quella melodia, e ci ha messo l’anima. Suonare la sua musica è come averlo accanto. — Si fermò per prender fiato guardando la madre con gli occhi colmi di speranza. — Capite cosa provo?
Quello che Ilaria vide nel suo sguardo era eloquente.
— Credo di aver compreso — rispose con un gran sospiro. — Mi chiedo se, mentre accadeva tutto questo, tu abbia mai pensato a Luigi.
— È stato inevitabile. A essere onesta, se prima il marchese Rigamonti mi era indifferente, ora mi irrita il solo sentirlo nominare.
— Figlia mia, per carità!
— Sono sincera, non volevate questo? Io non sposerò Luigi. Anzi, non prenderò mai marito, mai! — Poi corse nell’altra stanza e si gettò sul letto singhiozzando.
Dal boudoir, Ilaria la sentiva piangere. Le si spezzava il cuore pensando al calvario di tante nobili fanciulle costrette a maritarsi senza amore. Lei con Tommaso era stata fortunata. Aveva avuto in dono dalla sorte uno sposo imposto eppure amato, perciò si era facilmente illusa che per sua figlia sarebbe stato lo stesso. Ma per Gemma le cose si prospettavano diverse. E complicate.
Pochi istanti dopo, la stringeva forte a sé.
— Non ti ho messo al mondo per fare di te un’infelice — disse asciugandole le lacrime. — Rimedieremo, piccola mia. Abbi fiducia.
Ma Gemma non riusciva a crederle. Per la prima volta, l’abbraccio materno non poté confortarla.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione