Scritto il 25/06/2026
da RAFFAELLA V. POGGI


Un dono non gradito

 

La residenza londinese dei duchi di Ragland era maestosa: un palazzotto elegante in Grosvenor Place, interni decorati con stucchi e broccati, dipinti, statue in marmo e mobili pregiati che seguivano più i gusti di un architetto di fama che il desiderio di chi vi abitava di viverci bene; insomma, la perfetta casa di rappresentanza di una famiglia importante, pensò Valéry entrando. Tutti quegli orpelli le davano un senso di soffocamento, come quando, da ragazzina, andava a far visita con la nonna alla regina Carlotta.

Valéry si sistemò l’abito, lisciandone le pieghe e pregò che i suoi capelli ribelli non fuggissero impazziti dall’acconciatura, almeno per quella sera. Era una serata davvero importante: Charles l’avrebbe presentata ai suoi genitori; quando li aveva già conosciuti a Oakham, Edmund e sua moglie erano solo Lord e Lady Baxton. Adesso invece si trovava di fronte a un duca e a una duchessa e tutto doveva andare al meglio.

Mentre attendeva di essere introdotta insieme alle ragazze, ripensò di sfuggita a quella mattina. Le era stato recapitato un pacco leggero e voluminoso. Incuriosita, aveva aperto la scatola ed era spuntata la seta turchese di un meraviglioso vestito. Lo aveva tirato fuori e se l’era appoggiato al corpo per vederne l’effetto nel piccolo specchio del suo comò. Lo aveva poi posato sul letto e aveva letto il biglietto che lo accompagnava.

 

Questa sera sarete la più bella. C.B.

 

Valéry aveva ripiegato con cura il bell’abito, scritto in fretta due righe e, riconfezionato l’involucro, aveva dato ordine di restituirlo.

Era stata colta da un certo disappunto. Sapeva che il suo abbigliamento non era all’altezza di quelle serate ma vederselo rimarcare non era stato piacevole. Aveva capito le intenzioni di Charles, che desiderava che lei si presentasse al meglio e sicuramente non aveva secondi fini, tuttavia, se il dono non era appropriato, accettarlo sarebbe stato a dir poco sconveniente. Come giustificare un simile regalo, che sarebbe stato tra l’altro sotto gli occhi di tutti?

Ora però i padroni di casa le stavano sorridendo e stavano esaminando dalla testa ai piedi lei e il suo vestito riciclato e riadattato per l’occasione, notò la giovane, mentre si inchinava.

«È un piacere rivedervi e avervi qui questa sera, Miss Campbell», le disse la duchessa gentilmente. La nobildonna era elegantissima, fasciata in un abito di alta sartoria all’ultima moda, che da solo sarebbe bastato a pagare tre o quattro mesi della retta di Camille. Abito, acconciatura, trucco velato, profusione di brillanti e smeraldi che s’intonavano con i suoi occhi: “Una dama perfetta”, pensò Valéry, che la stava guardando con ammirazione. “Sembra una bambola fedelmente riprodotta in ogni dettaglio. Tutto è studiato per adattarsi con la massima precisione all’ambiente che la circonda”, rifletteva, mentre udiva la propria voce risponderle con la dovuta cortesia, così com’era stata educata a fare. “Tutto è perfetto in ogni dettaglio, ma artefatto. Ecco, è tutto perfettamente finto”.

«Valéry», la accolse il duca sorridente, «abbiamo sentito parlare molto di voi, in quest’ultimo periodo. Devo ammettere che mio figlio ha molto buon gusto». La guardò con gli occhi lucidi di ammirazione.

Valéry era imbarazzata. Non si aspettava una simile accoglienza e, invece di essere felice per un così cortese trattamento, si sentiva stranamente inquieta. In più non aveva ancora visto Charles tra le molte persone che affollavano il salone, viceversa aveva notato la presenza di tutti i suoi parenti.

Amanda presentò le sue compagne al duca suo zio, mentre la duchessa continuava a conversare con Valéry.

«Eloise vi manda i suoi saluti e ha promesso di scrivervi, ma i gemelli le danno molto da fare. Ha così poco tempo, sapete», disse la duchessa, parlando della figlia.

«Grazie, comunque ho sue notizie da Amanda», disse Valéry. «So che è contenta di vivere in Scozia, anche se voi le mancate molto».

«Eh sì, siamo state sempre molto vicine. È triste non averla qui con noi, ma lei sembra immensamente felice di aver sposato Andrew Mc Dowell. Noi avremmo preferito che accettasse la proposta di Lord Waterton, invece ha scelto altrimenti, spalleggiata da mio cognato…», disse troncando il discorso e accogliendo altri ospiti appena giunti.

Valéry notò con disappunto che la lunga mano di Lord Baxton si posava invadente su quella famiglia molto più di quanto avesse sospettato.

Entrata nel salone, non poté esimersi dal salutare per prima la duchessa madre, seduta accanto alla figlia. Di Charles, neppure l’ombra.

La serata prevedeva la cena e un ballo. Valéry aveva notato un giovane biondo, in piedi accanto alla parete, che osservava distratto la fauna che lo circondava, e aveva incrociato più volte il suo sguardo.

«Sono contenta che siate arrivata», la sorprese la contessa di Westbury. «Venite, vi presento alla mia famiglia», e la condusse dal giovane biondo che Valéry aveva notato poco prima.

«Tristan, vorrei presentarti Miss Valéry Campbell», disse sorridente. «Valéry, lui è il più giovane dei miei fratelli, Lord Tristan Butley».

«Incantato, Miss Campbell, sono felice di fare la vostra conoscenza. Carol è entusiasta di voi e, vi confesso che, appena vi ho visto entrare, ho sperato foste voi la nuova conoscenza di mia sorella. Attenta, non fatevi coinvolgere dai pazzi progetti di questa signora, sembra dolce e delicata, invece è un vero vulcano», scherzò, guardando con affetto la contessa.

«È vero, la sua energia è contagiosa», rispose Valéry sorridente. Stavano scambiando qualche allegra battuta quando, tutt’a un tratto, si ritrovò accanto Charles, come spuntato dal nulla. Resistette alla tentazione di gettargli le braccia al collo e gli sorrise.

«Tristan, stai lontano da Valéry», fece Charles con il suo solito contagioso sorriso. «Avete già fatto la conoscenza del mio amico Tristan, Valéry? Ci conosciamo dai tempi di Eton, vero, amico mio?». L’altro annuì. «Lui non ha frequentato Oxford, però: ha preferito combattere contro Napoleone… e gli è costato molto», finì mesto. Valéry aveva notato appena l’andatura claudicante di Lord Butley.

«Sì», fece il giovanotto. «Una palla di cannone a Quatre Bras mi ha sottratto qualcosa d’importante», parve scherzare. «Ciò mi priverà del piacere d’invitarvi a danzare, signorina. Purtroppo il ballo è una delle poche cose che mi è preclusa».

«Non importa, conversare è ancor più piacevole», rispose lei, gentile.

Fu annunciata la cena. Charles offrì il braccio alla contessa e Valéry fu scortata al tavolo da Lord Butley, cui fu fatta accomodare accanto. Sarebbe stato perfetto se dall’altro lato non avesse avuto Lord Baxton che fortunatamente sembrava ignorarla, tutto preso dalla conversazione con Lady Emery-Boyd e il suo amico Adam Blackbourn, il conte di Westbury.

Ben presto si dimenticò di lui, grazie al suo piacevole vicino: aveva notato che la contessa li osservava dall’altra parte del tavolo, lieta che il suo piano funzionasse.

Valéry dovette ammetterlo, la serata si stava rivelando molto al di sopra delle aspettative: per sua grande fortuna tutti i membri della famiglia di Charles la stavano ignorando, presi e compresi dai molti ospiti altolocati.

Dopo la cena iniziò il ballo e le ragazze furono impegnate con questo o quel cavaliere.

Mr Ogston fu il primo a invitarla a ballare. Era appena tornata al proprio posto, quando Charles la fece alzare e la scortò al di là della serra, la fece accomodare su una panchina in pietra e le si sedette accanto.

«Valéry volevo scusarmi con voi, sono stato imperdonabile», le disse angustiato. «Non avrei mai dovuto fare una cosa del genere e mi dispiace di avervi messo in imbarazzo».

«Oh, non dovete. Siete stato molto gentile. Ho compreso il vero scopo del vostro dono», rispose pronta la ragazza, che si era riconciliata con lui per la delusione che quel gesto avventato le aveva procurato.

«Non avrei dovuto in ogni caso…».

«Non parliamone più, ve ne prego», disse ansiosa. Charles la stava guardando ammirato, con una strana luce negli occhi. Valéry si aspettava che lui la baciasse: era il momento perfetto. Invece il giovane prese le mani inguantate di lei fra le sue e se le portò alle labbra.

«Valéry, ho parlato di voi alla mia famiglia. Voi siete una Guildford e non ci sono molte famiglie più nobili e antiche della vostra in tutta l’Inghilterra. Purtroppo la vostra situazione non depone a nostro favore. Fortunatamente abbiamo un alleato: mio zio David».

Valéry non lo ascoltava più. “Non ho dubbi in proposito”, pensò. David Baxton gliel’aveva detto esplicitamente: avrebbe appoggiato la loro unione in cambio di un’amicizia particolare.

«Credo sarebbe più opportuno non anticipare troppo gli eventi», disse Valéry con un filo di voce. «Non desidero che voi andiate contro i desideri della vostra famiglia e che vi troviate in contrasto con loro».

«Voi non capite. È stato mio zio David che ha permesso a Eloise di sposare il suo Andrew. Lui ci aiuterà, ne sono certo. Non lo conoscete», concluse, convinto.

«Bene», disse Valéry con un falso sorriso. «Ora, però, sarà meglio rientrare». E intanto pensava: “Forse siete voi a non conoscere vostro zio”.

 





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