Una rivale all’orizzonte
Era passata quasi una settimana dalla sua ultima visita alla madre e i segni dell’aggressione subita non erano del tutto scomparsi dal suo volto.
Miss Langton le aveva chiesto spiegazioni e solo a lei aveva confidato la verità; agli altri aveva riferito di essere incorsa in un piccolo infortunio a causa della sua sbadataggine. Tuttavia, a un attento esame si poteva ancora notare l’ombra delle dita impresse sul suo viso.
Quella sera fu costretta a passare un velo di cipria sulle guance. Aveva indossato un abito molto particolare, trovato nella soffitta della scuola, blu scuro con piccoli fiori viola ricamati. Era appartenuto a una sua allieva che lo aveva volutamente dimenticato, per via della tonalità non proprio allegra. Valéry lo aveva riadattato, ampliandone la scollatura e applicando un nastro in tinta sotto il seno, per ammodernarlo. Era molto brava a cucire, infatti aveva, fra gli altri, anche il compito di rammendare per tutte le allieve.
L’abito le donava molto: era splendida. Aveva acconciato i suoi lunghissimi capelli castani molto alti, in una foggia più civettuola del solito, lasciando liberi alcuni boccoli per fare in modo che i ricci le coprissero le guance il più possibile.
«Speriamo che i capelli restino al loro posto e nessuno noti il livido». Voleva apparire al meglio per Charles e non desiderava sfigurare proprio a casa della bella contessa che le aveva dimostrato tanta simpatia.
La dimora dei conti di Westbury era situata in un quartiere elegante e denotava tutto il buon gusto e la sobrietà di chi l’abitava.
Valéry attese che fossero introdotte tutte le ragazze, poi porse i propri omaggi ai padroni di casa.
«Miss Campbell, siamo lietissimi di avervi qui», disse il conte, accogliendola. «E non solo noi…», ammiccò allusivo. «C’è qualcuno che vi sta aspettando da un po’».
«Adam», lo redarguì la moglie, «non mettere in imbarazzo la nostra ospite. Scusatelo, Valéry, scherza sempre», disse Carolyn, allegra e gentile come sempre. «Comunque, questa sera, c’è più di una persona che sarà felice di vedervi. Stiamo aspettando la mia famiglia al gran completo».
«Che piacere rivedere vostra madre! Dite, ci sarà anche Maggy?»
«Sì, sì. È stata felicissima di sapere che ci sareste stata pure voi. Purtroppo, per un impegno di mio padre, sono tutti in ritardo e arriveranno dopo cena».
«Aspetterò con piacere. Carol, la vostra casa è stupenda», si complimentò Valéry, guardandosi intorno ammirata.
«Vi piace? Non la trovate un po’ troppo essenziale?»
«No, anzi. È perfetta».
«Bene, perché a me piace proprio così».
La giovane seguì le sue allieve nel grande salone, dove molte persone stavano chiacchierando. Le ragazze si diedero da fare a salutare questo o quell’ospite. In effetti quelle riunioni settimanali, cominciate come cene in famiglia, si erano trasformate in veri e propri eventi mondani di fine stagione cui molti facevano a gara per partecipare.
«Avete notato, Miss Campbell, quante persone importanti?»
«Sì, Amanda, queste non sono certo semplici cene intime ma grandi feste di tutto riguardo».
«Ecco la mia famiglia. C’è anche lo zio David. Strano. Lui non ha mai amato farsi vedere in società: credo che faccia un’eccezione per il suo amico, il conte di Westbury», osservò Amanda.
«È possibile», rispose Valéry, celando il suo scetticismo e si avvicinò ai Ragland insieme alla sua allieva.
«Buona sera, Vostra Grazia», salutò prima i duchi di Ragland e la duchessa madre con una riverenza, poi Lady Quinlan. Charles e Lord Baxton erano intenti a conversare con due signorine vestite all’ultima moda.
«Valéry, non conoscete ancora Miss Olivia Benton, vero?», chiese Lady Elenoire. «È la figlia di un vecchio amico di mio marito. David ha fatto in modo che anche lei e sua cugina fossero dei nostri, questa sera. Venite che vi presento», e si avvicinò loro.
«Ah, Valéry», la salutò Charles con un sorriso fanciullesco. «Benissimo, siete arrivate. Amanda, Valéry, vorrei presentarvi Miss Rose Frost e Miss Olivia Benton, avrete sicuramente sentito parlare di lei», le spiegò Charles, ammirato.
«Sì, certo», disse Amanda asciutta, mentre Valéry si limitò a sorridere, giacché non aveva la più pallida idea di chi fossero le due giovani che aveva di fronte.
Miss Frost era completamente anonima, nonostante l’abito elegante, invece l’altra signorina era di una bellezza non comune: bionda, con una pettinatura elaborata creata dalle abili mani di un acconciatore esperto, occhi blu e un atteggiamento affettato, studiato ad arte per interpretare il ruolo di una debuttante di successo. Le signorine rivolsero appena uno sguardo alle nuove arrivate e tornarono a prestare la propria attenzione ai signori.
Lord Baxton aveva accennato un inchino, indirizzandole un’occhiata ancor più cupa del solito.
Charles, invece, sembrava rapito da Miss Benton e non le aveva quasi rivolto la parola, notò Valéry.
Una rabbia feroce la assalì e indirizzò la sua ira verso David Baxton. “Ecco il suo geniale piano per allontanare Charles da me”.
Invece di essere arrabbiata per la volubilità del nipote, era inferocita per l’intromissione dello zio. “È stato lui a portarla qui. Lei è ricca e lui non dovrebbe sborsare un penny, se Charles la sposasse”.
Fortunatamente Amanda le venne in aiuto: «Miss Campbell, credo che Lady Westbury vi stia cercando», e si allontanarono insieme.
«Scusate se vi seguo, ma non tollero proprio quelle due smorfiose: ci conosciamo fin da bambine e fanno finta di non avermi mai visto. Solo perché Olivia è il diamante della Stagione, si crede chissà che. Mio cugino è proprio uno sciocco a dedicarle le sue attenzioni. Chissà quanto avrà insistito Olivia con suo padre affinché convincesse zio David a portarle qui stasera. Probabilmente nessuno dei suoi pretendenti è all’altezza dei Ragland o dei Norwich: vuole diventare duchessa, quella. E cosa crede, Rose, di riuscire ad accalappiare mio zio perché è ricco? Se lo può togliere dalla testa». La giovane sembrava parlasse più per sfogarsi che per essere udita, invece la sua insegnante era molto attenta.
«Valéry, vi andrebbe di conoscere i miei figli?», le domandò la contessa, quando lei e Amanda l’ebbero raggiunta. «Sto andando a dar loro la buonanotte».
«Mi piacerebbe molto».
«Lady Carolyn, perdonate la mia invadenza», s’intromise Amanda. «Io adoro i bambini, potrei conoscerli anch’io?»
«Ne sarei onorata», rispose la contessa, commossa dal candore della richiesta.
Nella nursery regnava una gran confusione. La governante faceva del suo meglio per tenere a bada tre maschietti, mentre reggeva in braccio una bimba piccola. Lord Butley, sdraiato a pancia in giù sul grande tappeto, subiva gli attacchi dei piccoli assaltatori. Alla vista della madre, i bambini si quietarono un poco, lasciando libero il loro prigioniero.
«Se continui a eccitarli in questo modo, non si addormenteranno mai, Tristan», lo rimproverò bonariamente la sorella.
«Non lamentarti, noi facevamo di peggio», obiettò lui, alzandosi con una certa fatica.
«Miss Campbell, Miss Quinlan, desidererei presentarvi i miei figli Philip e George e mio nipote Daniel. Questa invece è la piccola Viola, l’ultima arrivata», disse, prendendo la piccola dalle braccia della balia.
«Posso?», domandò Valéry, allungando le braccia per prendere la piccina.
«Certamente». La madre sorrise, porgendogliela.
«State giocando ai pirati?», chiese Amanda ai maschietti.
«Sì», rispose per loro Tristan. «Lui è il famigerato Capitan Skin con la sua ciurma di tagliagole».
«Non fatemi del male, capitano Skin, ve ne prego», scherzò la ragazza. «Sarò vostra prigioniera, ma risparmiatemi la vita».
«Va bene», gridarono in coro i bimbetti.
Restarono un poco in compagnia dei bambini: Carol e Valéry con la piccina e Amanda e Tristan pericolosamente in balia di una ciurma scatenata.
«Non credevo che la festa fosse qui». Il conte di Westbury era comparso sulla soglia, accompagnato da David Baxton.
«Papà!», urlò Philip, il più grande, non appena vide il padre. «Abbiamo fatto due prigionieri: zio Tristan e Miss Amanda», spiegò tutto contento.
«È ora di liberarli e andare a dormire», disse severo. «Ve lo ordina il colonnello Blackbourn, al comando dell’esercito di Sua Maestà».
«Finalmente la cavalleria!», celiò Amanda.
Lasciarono i bambini alle cure della bambinaia e scesero tutti insieme le scale per andare a cena.
«Sono una splendida famiglia». Lord Baxton sorprese Valéry con la sua considerazione: erano rimasti in coda ed entrambi stavano osservando i padroni di casa. «Hanno dei figli stupendi», continuò lui assorto.
«È ovvio, la contessa è una delle signore più affascinanti che abbia mai incontrato», puntualizzò Valéry.
«Io, questa sera, vedo una più bella di lei».
«Chi, Miss Benton? È evidente che abbiamo gusti diversi», disse la giovane, scendendo in fretta gli ultimi scalini, piccata.
Lord Baxton rimase a fissarla mentre si allontanava.
La cena fu perfetta, nonostante il gran numero di commensali. Come la prima sera, Valéry fu fatta accomodare accanto a Lord Emery-Boyd, che la coinvolse in una piacevole conversazione. Riuscì persino a farle dimenticare che Charles era seduto accanto a Olivia Benton, con cui aveva intavolato una vivace chiacchierata.
Il dopocena fu ancor meglio: i duchi di Norwich fecero il loro ingresso nel salone e attirarono l’attenzione di tutti.
«Valéry!». Una giovane le corse incontro allegra.
«Che piacere rivederti, Maggy». Margareth Butley, ora signora Handerton, le stava tendendo entrambe le mani.
«Edward, lei è la mia amica Valéry Campbell», disse la ragazza al marito.
«Felice e ansioso di conoscervi, Miss Campbell», cominciò il giovanotto. «Maggy mi ha raccontato tutto di voi, di quanto le siate stata vicino durante il suo primo anno».
«È vero», intervenne la ragazza. «Se non ci fossi stata tu a confortarmi e proteggermi, sarei caduta nella più cupa disperazione».
«…e che fantastica insegnante siate stata poi», concluse il marito.
«Siete tutti troppo buoni con me».
«No. Lo sai che ti siamo molto affezionate, io e la mamma. Anche Carol e Adam ti trovano fantastica. Vieni, la mamma vorrebbe salutarti».
«Vostra Grazia». Valéry fece una riverenza alla duchessa di Norwich, che stava conversando con Lady Emery-Boyd e i Ragland.
«Valéry, che piacere rivederti», la accolse la nobildonna, rivolgendosi a lei in tono informale. «Voi non sapete che perla sia questa giovane e quanto le sia grata di essere stata vicina alla mia Maggy quando ne aveva più bisogno», la elogiò davanti alle altre signore.
«Voi mi confondete, Vostra Grazia». Valéry era arrossita.
«Vieni, Valéry, ti voglio far conoscere i miei fratelli e le mie cognate. Scusate signori, me la riporto via», continuò allegra Margareth.
Presi sottobraccio marito e amica, si avvicinò a un gruppo di giovani distinti, tutti piuttosto belli, notò Valéry. Peccato che fra loro ci fosse, ancora una volta, quell’essere odioso.
«Val, lui è mio fratello maggiore, Simon, e Lady Annabelle Butley, sua moglie. Tristan già lo conosci, vero?» presentò i suoi parenti.
Simon Butley, visconte di Norwich, scambiò con lei qualche battuta sul fatto che conoscesse il padrone di casa da tempo immemore, e con lui anche Lord Baxton. «Eravamo tutti e tre compagni all’Accademia, un secolo fa», spiegò all’uditorio. «Io, David e Adam dividevamo la stessa stanza ed eravamo inseparabili».
«Curioso», esordì Margareth, «in un modo o nell’altro siamo tutti compagni di scuola».
«Non c’è niente di strano», osservò il marito, «significa che apparteniamo tutti allo stesso ambiente».
«In effetti, hai ragione», ammise la giovane, piegando un po’ il capo di lato.
“Per quel che mi riguarda, era vero un tempo”, rifletté Valéry mesta, pensando alla propria attuale condizione.
Dal salone grande cominciarono a diffondersi le note dell’orchestra e molte coppie diedero il via alle danze. Valéry non aveva perso di vista nessuna delle allieve della St Andrew, le quali, come al solito, si stavano comportando in maniera perfetta. Quasi tutte avevano trovato un cavaliere, sotto l’occhio vigile delle madri e delle tante matrone. Non poté far a meno di osservare che Charles stava danzando con Miss Benton e fu colta da un attacco di gelosia. Lui l’aveva ignorata per tutta la sera, dedicando ogni attenzione al “diamante della Stagione”.
“Forse gli sono apparsa troppo distaccata e poco entusiasta della sua proposta. Magari ha pensato che io non fossi abbastanza interessata, mentre lei continua a ridere di ogni cosa che lui dice. Ma d’altronde è stato lui a dire di aver parlato ai suoi genitori di me: non l’ho mica sognato. E ora m’ignora come se non fosse accaduto nulla”.
Gli altri continuavano a chiacchierare, mentre lei era tutta assorta a controllare Charles e la sua dama che danzavano nella sala accanto. Tuttavia non le sfuggì che Louise Emery-Boyd stava ballando per la seconda volta con Mr Ogston.
Si scusò con gli amici, si allontanò di qualche passo e andò a posizionarsi ai lati della pista da ballo.
«Mi piacerebbe molto danzare ancora con voi, Gerard, ma non si può», udì Louise dire al suo cavaliere, finito il secondo ballo, poche parole che furono sufficienti a tranquillizzarla. Diede un’altra occhiata in giro per controllare le ragazze del collegio. “Almeno con loro va tutto bene”, si disse e tornò accanto a Maggy e agli altri, che non avevano smesso di ridere e conversare.
«Avete visto? La mia famiglia è una vera e propria comitiva», disse Carolyn, raggiante, rivolta a Valéry. «Quando siamo tutti riuniti, siamo in grado di animare qualsiasi serata».
«È qui che vi nascondete, Lord Baxton?». Furono interrotti dalla vocina squillante di Miss Benton, seguita a ruota da Charles e dalla cugina. «Avevate promesso di far danzare Rose, se non ricordo male».
«Credo proprio che ricordiate male, Olivia. Difficilmente ballo, ma Charles, al contrario di me, è un patito di gighe e contraddanze, sarà senz’altro migliore come ballerino, vero, mio caro?».
«Io preferisco il valzer», intervenne Simon Butley, strizzando l’occhio alla moglie, «ma farò un’eccezione per voi, Miss Frost», e la condusse nella sala accanto.
«David, siete imperdonabile. Mia cugina desiderava ballare con voi», cinguettò Miss Benton, sbattendo le ciglia. «E non ditemi che dedicate ogni energia al vostro lavoro». Rise. «In fondo, un uomo della vostra estrazione sociale non dovrebbe lavorare».
«Già, dovremmo tutti vivere di rendita», disse il padrone di casa, con un largo sorriso.
«Così dovrebbe essere», rispose Charles a Adam Blackbourn. «Anche voi, se non sbaglio, avete vasti possedimenti che vi permettono una vita agiata».
«Sì e me ne occupo di persona, per lo meno da quando mi sono congedato. Inoltre collaboro con il Foreign Office. Non riuscirei a passare le mie giornate a oziare, non ne sono capace, così come vostro zio David e tutti miei cognati».
«Eravate un ufficiale?»
«Sì, Miss Benton».
«Che cosa pensate, Miss Benton, di chi è arruolato nell’esercito?», chiese distratto Edward Handerton.
«C’è bisogno di qualcuno che diriga le operazioni militari. Poi gli uomini in uniforme sono così affascinanti».
«Certo, finché la divisa non si macchia di sangue», sorrise ironico Tristan Butley. Amanda Quinlan, che si era unita a loro, lo guardò turbata.
«Come siete tragico, Lord Butley, in fondo i graduati hanno il compito di far combattere i loro sottoposti, non è vero, Charles?»
«Non proprio, Olivia…».
«Mio fratello Tristan, Miss Benton, ha lasciato una gamba a Quatre Bras, il giorno prima di Waterloo», sbottò Margareth. «Simon, visconte e futuro di duca di Norwich, ha combattuto per due anni in Spagna insieme a mio cognato, il conte di Westbury. Sì, avrebbero potuto tutti e tre vivere di rendita, ma grazie a Dio non l’hanno fatto e hanno tenuto Napoleone alla larga dall’Inghilterra. In più, mia sorella ha soccorso e curato i feriti per giorni e giorni, dopo quelle giornate terribili di Waterloo, rischiando anche lei la vita per stare vicino a suo marito e ai suoi fratelli», concluse sdegnata.
«Margareth, ti prego!», la ammonì la sorella maggiore.
«Che discorsi seri», intervenne Charles, cercando di stemperare gli animi.
«Avete ragione, Charles», concordò Edward Handerton, il marito di Margareth. «Sarà meglio popolare la pista da ballo, sta per cominciare una giga», propose e invitò Miss Olivia Benton a seguirlo, ma Charles lo precedette e condusse la giovane al centro della sala per prendere posizione tra le coppie danzanti.
Valéry lo osservò andar via. Lui l’aveva evitata per tutta la sera: non solo non l’aveva invitata a ballare ma le aveva a malapena rivolto la parola.
Olivia Benton si era rivelata più sciocca e superficiale del previsto e non si era neppure accorta di aver offeso i suoi ospiti e tutti i loro familiari.
«Mi rendo conto di essere sgarbato e di poca compagnia», disse Tristan imbronciato, «ma non sopporto più le feste».
«Perché dite così?», chiese Amanda incupita. «Non dovete farvi amareggiare da una sciocca e permetterle di rovinarvi la serata. Otterrete solo di rattristare vostra sorella Carolyn… e anche noi».
«Così giovane e già così saggia», osservò la moglie di Simon Butley, Lady Annabelle.
Carolyn sorrise rincuorata. «Amanda ha ragione. Che ne dite se vi mostro il mio giardino d’inverno?», propose. Aveva ritrovato il suo sorriso.
La seguirono tutti chiacchierando del più e del meno.
Valéry non aveva aperto bocca. La piccola discussione di poco prima l’aveva scossa ed era molto provata dal freddo trattamento che il suo bel Charles le aveva riservato.
Fecero il giro della serra e lei restò indietro, distratta dai propri pensieri; a un certo punto, attraverso una finestra aperta, udì alcune voci femminili e, poiché aveva sentito menzionare il proprio nome, rimase immobile in ascolto.
«Sì, fa la governante nella nostra scuola». Aveva riconosciuto la voce di Henrietta.
«È anche la nostra insegnante, però», aveva specificato Cassandra.
Valéry si accorse di non essere la sola in ascolto. Lord Baxton, rimasto anche lui indietro, si era fermato poco lontano ad ascoltare.
«Avete visto l’abito che indossa?», continuò Henrietta. «Era di Fanny Kennedy, che lo ha buttato via perché era troppo brutto».
«Lei lo avrà raccolto dalla spazzatura», rincarò la dose Olivia Benton, ridacchiando.
«E pensare che ha l’ardire di aspirare a diventare duchessa, sposando Charles Baxton». Riconobbe la voce di Rose Frost.
Valéry non riuscì ad ascoltare oltre e scappò via, incurante di David Baxton che la stava osservando in silenzio.
Solo anni di autocontrollo e tolleranza al dolore le impedirono di scoppiare a piangere. Continuava a deglutire per ricacciare indietro le lacrime.
Finalmente si trovò fuori in giardino e inspirò l’aria fresca. Avrebbe tanto voluto fare a brandelli quell’abito e fuggire via da lì, invece si fece forza, riacquistò il dominio di sé e tornò indietro. Era appena rientrata nella serra quando vide Lord Baxton, in piedi, appoggiato a una colonna che fumava uno dei suoi sigari.
«Ora sapete qualcos’altro di me da riferire a vostro nipote, anche se credo abbiate già raggiunto il vostro scopo in altro modo», gli ruggì contro.
Lui tacque.
«Finalmente avete trovato una degna consorte per il delfino dei Ragland».
«Sì, l’ho trovata». Sorrise sornione.
«Lei sicuramente non indosserà stracci, non avrà ombre nel suo passato e soprattutto mai nessuno potrà dire di lei cha ha lavorato anche un solo giorno nella sua vita».
«Questo non lo si può dire della nostra ospite», fece allusivo, chiamando in causa Lady Westbury che aveva soccorso i feriti a Waterloo.
«Che cosa state dicendo? Vi riferite alla contessa? Il vostro amico non mi sembra uno sciocco e pare sia fiero di avere al fianco una donna che ha messo in gioco molto per lui».
«Non considerate disdicevole per una lady un simile comportamento?»
«Sono altri i comportamenti che considero indecorosi».
«Voi la approvate?»
«Non approvo: plaudo! Per voi è un disonore che una donna abbia altri interessi oltre a sé e al proprio entourage? Certo, una donna deve stare al proprio posto. Voi uomini preferite una compagna sciocca che rida a ogni vostra parola e annuisca muovendo il capo ben pettinato. Deve restare a casa, farsi bella per voi e assolvere l’unica funzione a cui è chiamata oltre alla maternità: fare da suppellettile nelle vostre belle case e magari riuscire a tacere quando riesce ad afferrare quell’unico, sporadico pensiero che passa per caso nella sua testolina vuota». Udirono provenire dall’interno gaie risate. «Ecco!», disse Valéry, indicando la finestra dalla quale provenivano le risa.
«Molto meglio di chi professa idee d’indipendenza e ha la testa piena di parole scritte da altri, lette nei libri che narrano di vite vissute da altri, mentre sta lì, alla finestra, a guardare».
«Parlate di me?», chiese Valéry. «Pensate davvero che io non avrei preferito, se ne avessi avuto la possibilità, una vita agiata, abiti eleganti, serate di gala, cavalcate nel parco, piuttosto che dover lavorare? Pensate davvero che sia stato facile rinunciare a tutto ciò cui ero stata abituata? Non ero diversa da loro, forse un po’ meno ignorante, ma non diversa».
«Potreste facilmente avere tutto ciò che desiderate».
«Io non desidero. Punto!». Si fermò a riprendere fiato. «Inoltre, il vostro modo di soddisfare eventuali desideri non mi si addice».
«Eppure sareste molto decorativa». Aspirò una boccata di fumo e la squadrò dalla testa ai piedi.
«Se fossi un uomo, vi domanderei soddisfazione», sbottò.
«E io non vedo l’ora di darvela… soddisfazione», rispose allusivo, sorridendole.
Lei rimase un po’ perplessa, poi esclamò: «Voi, libertino degenerato, come osate?! Come osate rivolgervi a me in questi toni? Pensate di potervi permettete simili libertà solo perché non ho un padre o un fratello a difendermi: non preoccupatevi, so farlo da sola!».
«Povera, piccola Valéry, nessuno che ti protegga, nessun campione che si batta per te e che giunga in sella al suo bianco destriero con l’armatura lucente per strapparti a un destino crudele di grigiore e di stenti», la canzonò.
Lei sì avvicinò, sfidandolo con lo sguardo, sebbene lui la sovrastasse di un buon palmo. «Posso benissimo difendermi da sola, non ho bisogno di un cavaliere che prenda le mie parti. So badare a me stessa, lo faccio da tanto tempo. Non mi serve un uomo che mi protegga. Grigia, sarà la vostra, di vita, Milord. Voi, piuttosto, dovete essere molto solo se avete bisogno di tormentarmi con i vostri meschini raggiri per passare allegramente la serata. Giocate con la vita degli altri, ma non vi permetterò di farlo ancora con la mia. Avete ottenuto ciò che vi premeva: allontanare da me vostro nipote, quindi finiamola qui. Capisco che troviate spassoso divertirvi con me come il gatto con il topo, però, se pensate che alla fine cadrò nella vostra trappola, sbagliate di grosso», terminò così la sua filippica, rossa in volto. «Perché non lo dite apertamente, che non sono all’altezza di nessuno, qua dentro?», gli chiese subito dopo.
«Non lo penso», rispose serafico.
«Ma non vado bene per Charles».
«Non è quella la tua strada», rispose calmo.
«No? E quale sarebbe, di grazia? Che cosa consigliate, un impiego a tempo pieno nella bisca di Lady Venom?». L’amarezza per l’umiliazione di poco prima era completamente scomparsa, lasciando il posto alla rabbia che l’arroganza di quell’uomo le faceva montare. «Sapete, Milord, io penso proprio di odiarvi. Non credevo di poterlo dire, perché è un sentimento che mai avrei ritenuto di poter provare, ma sì, vi odio», annuì, incrociando le braccia sul petto e guardandolo dritto negli occhi.
«Bene», rispose lui, sorridendole. «L’odio è un impulso molto intenso, così simile all’amore».
«Probabilmente voi ci sarete abituato. Lo trovate divertente?»
«No, lo trovo promettente», le sussurrò suadente.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione