Appuntamento nelle stalle
Quella fu la prima notte che fece quel sogno, o meglio, quell’incubo: Valéry entrava in una stanza sconosciuta e lo rivedeva nella stessa posizione oscena in cui lo aveva sorpreso, solo che, questa volta, appoggiata al muro, con le vesti alzate e sorretta dalle sue braccia, c’era proprio lei.
Si destò tutta sudata, già seduta sul letto. Sì alzò, si versò un bicchier d’acqua e si avvicinò alla finestra. Guardò distrattamente fuori, nel buio del mattino e vide una figura scura a cavallo, sulla strada, fuori dal cancello. Si ritrasse immediatamente, appoggiandosi al muro: era lui. Ne era certa. Scrutò ancora una volta in direzione del misterioso cavaliere: era ancora là, guardava verso di lei e i loro sguardi s’incrociarono alla debole luce dell’aurora. Valéry si lasciò scivolare lungo la parete e si trovò seduta con la testa fra le ginocchia.
Lord Baxton non avrebbe mollato la presa. Ora le era chiaro che l’obiettivo non era solo quello di allontanarla da Charles.
Attese qualche istante poi sbirciò di nuovo: lui non c’era più.
«Valéry, volevo comunicarti che Lady Cassandra Rowland non è più una nostra allieva», la informò la direttrice qualche giorno dopo. «Ho ricevuto or ora una lettera dai legali di Sir Rowland che dice che la moglie dovrà trasferirsi subito presso una sorella, in attesa del suo ritorno. Tu ne sai qualcosa?»
«No, Miss Langton, nulla». Non aveva mai mentito a Jane Langton, e si odiava per questo, ma in nessun caso avrebbe tradito la ragazza.
«Sai se non si è trovata bene con noi, se l’abbiamo delusa in qualche modo o se ha litigato con qualcuno?»
«No», disse Valéry lapidaria.
«È molto strano, però dobbiamo rispettare la loro volontà. Speriamo solo che ciò non abbia ripercussioni sul buon nome della scuola».
«Questo lo escludo», disse Valéry più convinta di quanto fosse in realtà. Ora si stava pentendo di non aver riferito a Miss Langton dei traffici di Cassandra.
La stanza di Valéry era nell’abbaino e, la sua, era l’unica finestra dalla quale fosse visibile l’entrata delle stalle e il cancello sul retro, così solo lei aveva notato gli incontri notturni della ragazza. Aveva fatto finta di non vedere per puro cameratismo ma ora, dopo il fatto a casa dei Ragland, si rendeva conto della propria imprudenza. Se Cassandra fosse stata scoperta, ne sarebbe andato di mezzo il buon nome di tutte loro e sarebbe stata la rovina per Jane Langton e, di conseguenza, per lei stessa.
A quel punto non sapeva se sentirsi sollevata del fatto di non doversi più dar pensiero per quella sua allieva incosciente e dissoluta o preoccupata per ciò che quella scellerata poteva combinare. Pregò che tutto andasse per il meglio, in fondo Cassandra non aveva nessun interesse a far troppo rumore. Probabilmente desiderava solo quella libertà che Valéry le aveva negato.
Erano passati due giorni da che Cassandra Rowland aveva lasciato la scuola e Valéry ricevette un biglietto. La grafia era quella un po’ frivola delle ragazzine e le veniva chiesto un incontro confidenziale nelle stalle, quella stessa notte. Il biglietto non era firmato, ma lei sapeva chi l’avesse scritto. Forse Cassandra, alla fine, era davvero rimasta incinta o magari si era cacciata in chissà quale altro guaio. Doveva andare all’appuntamento, mai avrebbe negato aiuto a chi glielo avesse chiesto.
Il messaggio diceva alle due nelle stalle. Valéry aveva udito la pendola dell’androne battere due tocchi. Dormivano tutti, nessuno udì aprire la porticina sul retro. Si premurò di lasciarla aperta e si diresse alle scuderie. Prima di uscire indossò il mantello. La pioggia insistente le avrebbe bagnato le scarpe di stoffa, così le tolse per attraversare di corsa il cortile, approfittando di un attimo di tregua dal temporale.
La porta delle stalle era socchiusa. Entrò velocemente, scrollando il mantello dalle gocce di pioggia. Si tolse il cappuccio, levò lo sguardo e lui era lì.
«Oh mio Dio!». Valéry lasciò cadere le scarpe che teneva ancora in mano. Non era stata Cassandra a inviarle quel messaggio. Avrebbe dovuto fare più attenzione: Lord Baxton aveva abilmente imitato la grafia di una giovinetta, era riuscito a ingannarla e lei era caduta nella sua trappola.
«Non aver paura», disse David, «non voglio farti del male, voglio solo parlare, ti prego».
Valéry girò su se stessa per uscire ma lui la trattenne afferrandola per un braccio e la costrinse a voltarsi.
«Lasciatemi», le uscì solo un sussurro: era paralizzata dalla paura. Un lampo rischiarò per un breve istante e lui, completamente vestito di nero e bagnato di pioggia, le apparve ancor più fosco e minaccioso. Valéry aveva perso tutta la sua combattività e non era in grado di opporgli resistenza proprio quando ne avrebbe avuto più bisogno. Si sentiva del tutto impotente.
«Non fatemi del male, vi prego». La voce le tremava.
«Non te ne farei mai, tesoro». Lord Baxton le si avvicinò di un solo passo. La ragazza indietreggiò, senza accorgersi di una balla di fieno proprio dietro di lei e perse l’equilibrio. David la afferrò per la vita, per non farla cadere e lei si ritrovò tra le sue braccia.
«Valéry…», disse e la strinse a sé. «Non temere», le sussurrò all’orecchio. Accostò il viso al suo, sfiorandole delicatamente una guancia con le labbra e scendendo dolcemente verso il collo. La tempestò di piccoli baci e annusò il profumo della sua pelle. Mentre lui continuava ad accarezzarla con la bocca, Valéry fu colta da un senso di vertigine. Le gambe le tremavano e sarebbe sicuramente caduta se David non l’avesse stretta a sé.
«Solo qualche bacio, qualche carezza. Non ti chiederò altro», le bisbigliò all’orecchio, prima di posare la bocca sulle sue labbra.
L’unica reazione di Valéry fu lo stupore. Stupore di essere finita tra le sue braccia, stupore per non riuscire a fermarlo, stupore per le sensazioni che stava provando. Mai avrebbe immaginato che le sue labbra fossero così morbide, che la sua bocca fosse così dolce. David le aveva fatto dischiudere le labbra e stava assaggiando il suo sapore. Avrebbe voluto spingerlo via, ma riuscì soltanto ad afferrare i risvolti della sua giacca.
“Questo non è un bacio!”, si disse, allarmata, quando sentì il contatto delle loro lingue. Il fremito intenso che provava al ventre era solo paura, pensò. Poi non riuscì più neppure a pensare. Non riusciva a vedere nulla, non avrebbe saputo dire se i suoi occhi fossero chiusi oppure aperti, persi in quegli occhi neri, più profondi della notte; non avrebbe saputo dirlo perché era tutto scuro nella sua testa. Cercava un pensiero, un pensiero qualsiasi.
Riusciva a malapena a concentrarsi sui rumori che udiva: lo scroscio della pioggia, i deboli nitriti, il leggero schiocco dei baci. Percepiva intensamente il profumo della sua pelle e dei suoi abiti umidi, così vivido da coprire persino il lezzo forte di fieno e stalla.
Il mantello le cadde dalle spalle e finì su una montagnola di paglia, dietro di loro. Valéry rimase con la sola camicia da notte. Un attimo dopo anche loro erano distesi sul fieno e lui le stava sopra, un po’ di lato. Non aveva abbandonato la sua bocca neppure per prendere respiro, continuando un bacio interminabile.
Neanche Valéry aveva lasciato il suo bavero e, quando se ne rese conto, mollò la presa, restando con i palmi aperti, le mani in alto quasi fosse sotto tiro.
David prese la sua mano e se la passò sul viso, poi la baciò e se la pose sul cuore.
Gli occhi si erano abituati al buio e Valéry riusciva a distinguere i particolari del suo volto: sembrava trasfigurato. Quell’espressione arrogante era sparita. Pareva un altro uomo, quello che la stava baciando tenendola amorevolmente tra le braccia.
«Ci sono molti modi di fare l’amore», le mormorò sulle labbra, quando il desiderio divenne così pulsante da stordirlo e, con la mano libera, risalì lentamente all’interno delle sue gambe.
“Oh no”, pensò Valéry, “non ho nulla sotto, neppure la camiciola, niente! Sono praticamente nuda!”.
Sentì le dita calde cercare proprio quel punto intimo e proibito che lei stessa aveva pudore di toccare anche quando si lavava, perché così le avevano insegnato. Ora lui indugiava proprio lì, procurandole sensazioni sconosciute. Si sentì come se qualcosa si sciogliesse e si scoprì a desiderare di più. La sua virtù? Le importava meno di niente, in quel momento.
David le fece appoggiare la testa sulla sua spalla mentre continuava la sua lenta carezza. Lo sentì mormorare dentro le sue labbra. Lui si scostò un poco di lato e le fece scivolare le spalline della camicia, fino a scoprirle il seno bianco: lo accarezzò, abbandonando per un attimo la pelle di seta fra le sue cosce.
Questa volta fu Valéry a gemere per il piacere e insieme per la delusione di quell’abbandono.
Non fu possibile, a David, resistere oltre alla tentazione che lo stava torturando da mesi, da quando l’aveva sorpresa a sistemarsi il corpetto dell’abito, mentre pensava di non essere notata, durante il funerale del padre. Quel timido gesto rubato aveva avuto il potere di fargli ribollire il sangue, neanche fosse uno stupido adolescente, in un momento e in un luogo che mai avrebbero dovuto ispirarlo. Ah, quanto avrebbe voluto accomodarglielo lui! Era tornato indietro con il pensiero… Sorrise appena, prima di accostare le labbra e succhiò il capezzolo su quel seno procace e perfetto. Lo sentì inturgidirsi a contatto con la sua lingua e fremette. Cominciò ad ansimare: il suo desiderio era così acuto che gli mancava l’aria. L’unico modo per non soffocare era respirare insieme a lei, per cui afferrò ancora le labbra di Valéry con le sue, nel bacio più intenso che avesse mai dato, un bacio come l’ultimo desiderio di un condannato, l’ultimo sospiro, l’ultimo respiro, un bacio come l’ultimo dono concesso dalla vita.
Prese il suo braccio e se lo passò attorno al collo: bramava un suo abbraccio.
Con le dita tornò ad accarezzarla: voleva farla impazzire, doveva farla impazzire!
Valéry iniziò a sentire un calore intenso che partiva in mezzo alle sue cosce e si irradiava in tutto il corpo, trasformandosi in languore. Si abbandonò a quella carezza; lo sentì armeggiare e percepì qualcosa di diverso… La stava accarezzando con… No, non erano le sue dita! La stava accarezzando con… con… “Oh mio Dio!”, pensò. Pensò e non disse niente, eccitata e terrorizzata insieme. “Sta per succedere. Fermalo, fermalo!”, gridava una voce dentro di lei.
Non aveva un’idea chiara di cosa dovesse ancora accadere: sapeva che avrebbe sentito molto male, ma non era dolore ciò che stava provando, solo una dolce carezza estenuante che le concedeva un piacere mai sperimentato. Si sentiva stregata, stregata da lui, dai suoi occhi e da quel contatto struggente. Voltò il capo di lato, in segno di resa. In quell’attimo, un lampo le illuminò il viso.
David pensò di non aver mai veduto nulla di più bello che quella magnifica creatura abbandonata fra le sue braccia: i folti capelli formavano una corona di seta scura, il viso perfetto, le labbra gonfie e schiuse… La pelle bianca del suo seno riluceva come perla. I suoi occhi chiari e immensi… i suoi occhi… Aveva già visto quello sguardo, tanto tempo prima, in India. Era a una partita di caccia alla tigre. Il felino, ignaro di essere spiato, aveva appena catturato la loro esca, una piccola scimmia. La bestiola aveva voltato la testa e aveva guardato lontano, come lei in quel momento, lasciando scoperto il collo sottile all’affondo dei denti del predatore.
Si sollevò sulle braccia, staccandosi da lei quel tanto che bastava a guardarla tutta: la veste sollevata, il seno scoperto… Tremò di piacere e di desiderio, la voleva. Ah, quanto la voleva!
«Carte blanche, tesoro». Quelle parole gli uscirono dalle labbra come un gemito misto a sospiro. «Carte blanche…», le ripeté.
“Che cosa ha detto?”, si chiese Valéry. “Carta bianca? Come a una cortigiana?”.
Aveva sentito quel termine da bambina, durante una lite dei suoi genitori. La madre aveva accusato il padre di aver sperperato il loro denaro offrendo carte blanche a una donnaccia. Quello era lei ora? Sì, quello sarebbe diventata se fosse rimasta lì ancora un solo attimo.
L’incanto si era rotto, ora era sveglia e non più in preda alla malia, così gli sferrò una ginocchiata fortissima, proprio tra le gambe. David rotolò di lato, soffocando un lamento e Valéry fuggì via, tirando su le spalline della camicia da notte.
Qualche secondo dopo richiudeva la porta sul retro. Mentre saliva le scale, udì distintamente la pendola battere tre rintocchi.
Chiuse a chiave la porta della sua camera, si tolse la camicia da notte, se la passò tra le gambe e la osservò alla luce della candela, alla ricerca di una traccia di sangue. Non ne vide. Appallottolò l’indumento e lo nascose sotto il materasso. Andò al bacile, si lavò velocemente e indossò una camicia pulita. In quel momento si ricordò del mantello e delle scarpe. Li aveva dimenticati nelle scuderie. Doveva recuperarli. Si affacciò alla finestra per vedere se lui fosse ancora là, non poteva correre il rischio di incontrarlo di nuovo. Vide la sagoma scura del suo cavallo: doveva aspettare.
Attese e attese, poi si riaffacciò di nuovo e lo vide in sella, voltato in direzione dell’abbaino. Quando notò Valéry alla finestra, lui si toccò la fronte in segno di saluto e spronò il cavallo.
Stava per aprire la porta per scendere di sotto, ma, purtroppo, sentì i rumori della cuoca e delle cameriere che stavano iniziando la loro giornata. Era davvero nei guai. Si buttò sul letto e soffocò un grido nel cuscino, mentre scalciava e batteva i pugni sul materasso.
Si addormentò spossata.
Fu risvegliata da qualcuno che bussava alla sua porta. Era mattino inoltrato e lei avrebbe già dovuto essere al lavoro. Andò ad aprire mesta: sicuramente avevano ritrovato la sua roba per cui era stata scoperta.
Miss Langton la guardò preoccupata: «Ti senti bene, Valéry? Sei tutta rossa in viso, hai la febbre? Sarà meglio che te ne stia a letto, oggi».
«No, no, sto bene».
«Non mi sembra. Resta a letto. D’altronde è la prima volta che ti ammali, in tanti anni». Era sul punto di uscire, ma si voltò. «Dimenticavo, un ragazzino ha appena consegnato questo pacco per te, da parte della tua governante, ha detto». Depose l’involucro sul comò e uscì.
Valéry non perse tempo, sfasciò il pacco e sospirò sollevata. Dentro c’erano le sue scarpe e il mantello ben ripiegato. Lo appese e stava per riporre le scarpe quando si accorse che c’era un pacchettino, infilato in una di esse.
Lo aprì: era un fermaglio per capelli a forma di punto interrogativo, in argento lavorato, che aveva, incastonati sul bordo, degli stupendi opali dalle tonalità bianche e azzurre.
Stava per lanciare il pettine contro il muro ma il luccichio delle pagliuzze dentro le gemme la incantò. Lo tenne per un po’ tra le mani, ammirandone la squisita fattura. Da quanto tempo non teneva un oggetto così bello tra le dita?
Tirò sui capelli e lo provò. Fermava perfino le sue ciocche ribelli. Scrollò il capo per testarne la tenuta: perfetto.
Si avvicinò allo specchio per rimirarsi ed emise un gemito: le sue guance erano rosso fuoco. Probabilmente la sua pelle delicata si era irritata a contatto con la barba un po’ ispida di lui.
Non poteva mostrarsi in pubblico in quelle condizioni. Si sarebbe data malata anche il giorno successivo, così avrebbe saltato un’altra di quelle serate e soprattutto evitato d’incontrare lui.
Meno male che aveva una scusa per starsene rintanata in camera. Non sarebbe riuscita a combinare nulla, nello stato in cui si trovava.
Era sconvolta. Non capiva più nulla e non sapeva che cosa fare e come comportarsi.
Aveva paura anche di addormentarsi perché, immancabilmente, lo sognava. Sognava di far l’amore con lui, di rotolare nuda, in un grande letto, avvinghiata a lui, proprio come lui le aveva detto. Si appisolava e si risvegliava ogni volta madida di sudore: se avesse continuato così, si sarebbe ammalata sul serio.
Non poteva fare a meno di pensare a David da sveglia e continuava a sognarlo quando era addormentata.
“Che cosa mi ha fatto? Lo odio, lo odio. È quanto di peggio il genere umano abbia mai generato. Mi ha oltraggiata, mi ha irrisa in ogni modo. Mi ha pedinata per carpire i miei segreti e raggiungere i propri fini. Ha fatto in modo che Charles rinunciasse a me, condannandomi definitivamente alla solitudine. Si è divertito quando Olivia Benton mi ha insultato e ha rincarato la dose, consigliandomi d’intraprendere una carriera da mantenuta. Mi ha messo in imbarazzo davanti a tutti, toccandomi e stringendomi come fossi una donnaccia. È quello che vuole: trasformarmi in una prostituta. E poi ha fatto quelle cose con Cassandra. Per non dire che è stato lui a posare quella sua dannata pistola accanto a mio padre, fornendogli il mezzo per uccidersi”. Ora che lo conosceva bene, sapeva che Lord Baxton non faceva né diceva niente per caso, mai.
“Lo odio. Mi ha attirata in una trappola per sedurmi”, rifletté. “E c’è riuscito, o quasi. Forse… Non so. Mi guardava in un modo…”, indugiò con il pensiero.
L’aveva baciata con tanta dolcezza da stregarla, proprio come un serpente che incanta la sua vittima prima di attaccare. E lei c’era cascata come la più sciocca delle ragazzine, ma non sarebbe accaduto più, mai più. Tuttavia non riusciva a pensare ad altro.
“Sembrava un altro uomo. Era il mio primo bacio, e che bacio! No, non farti irretire dalle sensazioni che ti ha fatto provare”. Si abbandonava a quelle riflessioni contraddittorie. “Non credevo potesse essere tanto bello. E se non fosse così come appare? A rifletterci bene, non può essere stato Charles a sistemare la faccenda di mio padre perché era con me in carrozza, per cui è molto più probabile che sia stato lui a provvedere al funerale e alle spese”. Certo, probabilmente Lord Baxton era uno dei soci di Lady Venom, quindi avrebbe avuto interesse a mettere tutto a tacere e a volere che il padre di Valéry sparisse per acquisire la tenuta. Anche se, a conti fatti, Sir Arthur quando si era sparato, aveva già perso tutto.
Aveva passato un’ora intera con lui, perduta tra le sue braccia e adesso era molto confusa, anche perché la febbre le era venuta davvero. L’umidità di quella notte nella stalla l’aveva fatta ammalare veramente.
Di una sola cosa era praticamente certa: lui si era fermato. Si era fermato proprio come un duellante che, dopo aver messo alle strette l’avversario, non aveva portato l’affondo finale.
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