L’ultima sera
L’infreddatura costrinse Valéry a letto per ben tre giorni. Veglia e incubi continuavano a susseguirsi. Fortuna che sua sorella Camille le teneva compagnia, impedendole di pensare. Ricevette la visita di Amanda, Louise e di qualche altra allieva e, inaspettatamente, della contessa di Westbury e di sua sorella Margareth.
«Ci siete mancata molto, ieri sera, Valéry», disse Carolyn. «Non è stata la stessa cosa senza di voi».
«È venuta Miss Jenkins al tuo posto. Mi ha catturato e ha passato più di un’ora a parlarmi in francese. È stato come essere tornata a scuola: un vero incubo. C’era anche quella ragazza, Cassandra. Mi hanno riferito che ha lasciato il collegio: Miss Langton non sarà stata felice del suo abbandono, ma forse è meglio così perché si è comportata proprio male. Ha passato tutta la sera a inseguire Lord Baxton, che, poverino, ha cercato in ogni modo di sfuggire a lei e a Rose Frost. Alla fine è scappato, per la disperazione», rise Margaret.
“Sì, poverino davvero”, pensò Valéry, irritata.
«Disperazione è la parola giusta», commentò Carolyn, «ma non credo fosse a causa di quelle due». Solo Valéry colse la velata allusione, anche perché la contessa cambiò subito discorso: «Non sapevo che quella giovane fosse sposata e tantomeno che fosse la nuova moglie di Sir Rowland».
«Lo conoscete?». La curiosità di Valéry era dovuta al timore che quel signore potesse parlar male del collegio, non certo alla voglia di spettegolare.
«Ho conosciuto lui e la precedente signora Rowland in Belgio».
«Se vi chiedo notizie non è per indiscrezione ma per timore che mettano in giro qualche voce sulla St Andrew». Valéry aveva capito di potersi fidare della sua nuova amica, che era una donna molto sveglia.
«Credo di potervi tranquillizzare. Sir Rowland è un abile diplomatico e un buon uomo, ma le qualità che predilige in una moglie sono la gioventù e l’esuberanza, a tutto discapito della virtù».
«Si dice che la prima moglie, Davina, sia stata avvelenata da un’attricetta francese abbandonata a causa sua dall’amante, un conte polacco. È stato messo tutto a tacere. Una squallida fine per una donna dissoluta. Una fine meritata, aggiungerei io», disse Maggy.
«Non dovete temere, credo che quel signore sia consapevole del carattere irrequieto della consorte. Sono convinta, però, che Cassandra gli darà meno grattacapi di Lady Davina. Spero che vi rimettiate presto, perché dovete assolutamente essere presente dagli Everett, giovedì prossimo», concluse Carolyn, cambiando discorso.
Valéry fu praticamente costretta ad accompagnare le ragazze dagli Everett, i genitori di Henrietta. Quella era l’ultima uscita, poiché le lezioni si sarebbero interrotte la settimana successiva e le ragazze più grandi avevano terminato i loro studi. In cuor suo Valéry si augurava che Lord Baxton non fosse presente, giacché quel signore nulla aveva a che fare con i parenti di Henrietta.
Invece si sbagliava.
I genitori della sua allieva, ben felici di poter ospitare gente di rango tanto superiore, avevano esteso il loro invito a tutti e nessuno aveva rifiutato, anzi, il duca di Ragland aveva perfino preteso di portare alcuni cari amici.
La serata prevedeva come al solito una cena e, visto che il salone non era molto grande, i padroni di casa avevano optato per un intrattenimento musicale più sobrio: un concerto d’arpa, eseguito dalla loro figlia maggiore.
C’era molta gente sparpagliata tra le varie sale e Valéry lo cercò con gli occhi: sapeva che Lord Baxton era presente perché era stato annunciato insieme al fratello, alla cognata e ad altre persone. Questa volta non solo voleva parlargli, ma voleva farlo in privato. Aveva portato con sé il fermaglio di opali. Glielo avrebbe restituito.
“Che cosa ha pensato, quel degenerato, che avrei accettato un obolo in cambio di certe prestazioni? Con chi crede di aver a che fare?”. Tuttavia era anche vero che non avrebbe potuto comprare un oggetto tanto personale in un così breve lasso di tempo: il pettine era già stato acquistato in precedenza, ed era stato pensato per lei, visto che gli opali avevano lo stesso colore dei suoi occhi. Anzi, probabilmente era stato creato appositamente per fargliene dono.
In ogni caso, mai e poi mai avrebbe accettato qualcosa da lui.
Charles l’aveva salutata con affetto, mentre la fidanzata e Miss Frost non l’avevano degnata di un’occhiata, così come Lord Baxton.
Questi l’aveva volutamente ignorata, dedicandosi alla cognata e a due signore eleganti e appariscenti che Valéry non conosceva.
La sorella di Henrietta aveva deciso per un cambio di programma e aveva iniziato subito il suo concerto. La ragazza suonava in maniera pedante, non male in verità, però l’intermezzo prima della cena bastò a tutti, a cominciare dai genitori.
Durante l’esecuzione Valéry era seduta dietro, accanto alla sua amica Maggy e al marito, e poteva vedere senza difficoltà Lord Baxton flirtare apertamente con la vistosa dama dai capelli rossi che gli sedeva accanto. Sembrava esserci una certa intimità fra loro. La signora appoggiava la mano sul suo braccio, bisbigliavano e lei civettava sbattendo le ciglia.
«Speriamo che questo strazio finisca presto», le sussurrò Margareth all’orecchio.
«Se ho ben capito, la signorina ci allieterà anche dopocena», intervenne Edward, a bassa voce.
«Il suo insegnante è un famoso maestro viennese», spiegò Valéry divertita.
«Credo che abbia saltato un po’ troppe lezioni», scherzò Margareth.
«Ti ho sposato solo per il tuo humour, mia cara», bisbigliò il giovanotto sorridente.
«Pensavo fossi rimasto incantato dalla mia dolcezza». Maggy ricambiò il sorriso.
Valéry fece uno sforzo immane per non mettersi a ridere, ma emise uno sbuffo. Si portò il fazzoletto alla bocca per soffocare la risata. Edward guardò altrove per non imitarla, ottenendo l’effetto contrario.
Qualcuno si voltò e Maggy, indicando l’amica, disse col solo labiale: “È malata”. Prese il braccio di Valéry e la fece alzare. Valéry fece finta di tossire dentro il fazzoletto e le due ragazze scapparono via insieme.
Una volta fuori, scoppiarono a ridere, incuranti dei valletti che le stavano osservando.
«Oh, Maggy, con te tutto è uno spasso. Mi fai dimenticare ogni pensiero cupo».
«A cos’altro servono le amiche?».
Un cameriere porse loro un vassoio con dell’acqua.
Dopo poco, terminato il supplizio, gli invitati cominciarono a uscire dal salone per recarsi a cena.
«State bene, Miss Campbell? Ho saputo che siete stata indisposta», s’informò, cortese, la duchessa di Ragland.
«Sì, Vostra Grazia. Ora sto bene, è stato uno strascico, qualche colpo di tosse». David Baxton le passò accanto in quel momento, la guardò appena e la superò insieme alla bella rossa.
«Miss Campbell, mia madre vorrebbe parlavi», la chiamò Henrietta subito dopo cena.
«Miss Campbell, temo che un altro concerto d’arpa possa risultare tedioso per i nostri ospiti», disse la signora Everett. «Ho approntato qualche tavolo per i giocatori ma i giovani preferirebbero danzare. Noi, oltre all’arpa, possediamo anche un pianoforte…».
Valéry comprese al volo. «Se lo desiderate, potrei suonare qualche ballata. Avete degli spartiti adatti?»
«Grazie, vi siamo molto riconoscenti. Solo qualche contraddanza. Do subito ordine di preparare il salone».
Valéry era molto irritata: avrebbe preferito passare la serata in compagnia dei suoi amici, piuttosto che sedersi al pianoforte, invece…
In quel momento vide David solo, vicino a una finestra, che guardava fuori.
“Ora o mai più”, pensò la ragazza. Si fece coraggio e andò da lui.
«Scusate se v’importuno, Milord, ho qualcosa che non mi appartiene», e gli porse il pettine, sostenendo fiera il suo sguardo.
«Non so di cosa stiate parlando», rispose lui altero, alzando il sopracciglio. David la guardò dall’alto in basso, quasi fosse infastidito da quell’invadenza.
«Oh, David, sei qui, caro? Vieni, ora si balla». La vistosa signora lo prese sottobraccio, sbattendo le palpebre truccate e strusciandogli contro il seno ben in vista. Lui si allontanò con la sua amica, lasciandola lì, con il fermaglio in mano.
“Io lo odio”, pensò Valéry. “Sì, io lo odio”.
«Miss Valéry, è vero che suonerete per noi?», le domandò Amanda.
«Sì, occorre movimentare un po’ la serata», fece lei rassegnata.
«Poteva farlo Jocelyn Cunningham. Era una cantante, prima di sposarsi».
«A chi ti riferisci?», chiese Valéry.
«Alla rossa appiccicata a zio David. Faceva la cantante, poi ha accalappiato Sir Donald Cunningham. È rimasta vedova e adesso cerca di riaccasarsi. C’era stato qualcosa fra lei e zio David, qualche tempo fa. Ora, secondo la mamma è tornata alla carica aiutata da zio Edmund».
«Buonasera, Valéry». Cassandra si era unita a loro insieme a Henrietta.
«Buonasera Cassandra. Mi auguro che ti sia sistemata confortevolmente».
«Sì, grazie. Mia cognata è molto carina con me. Mi ha accompagnato anche questa sera».
«Miss Valéry, è tutto pronto. Dovreste venire», la sollecitò la figlia dei padroni di casa.
«Henrietta!», la redarguì Amanda.
«Andiamo», troncò Valéry, pacata.
Si sedette al piano e iniziò il primo brano.
Al centro della sala erano già posizionate molte coppie a formare due file ordinate. Era una specie di rassegna, notò la giovane, di tutti i personaggi che avevano animato quelle serate. Le ragazze del collegio danzavano sorridenti in compagnia dei giovanotti che di volta in volta si erano uniti a quella specie di carrozzone. C’era Louise Emery-Boyd con il suo Gerard, Charles e la sua bellissima fidanzata, la cugina Rose, la sorella di Henrietta che aveva prontamente abbandonato l’arpa in favore di un aitante giovanotto in divisa, c’era persino la padrona di casa, particolarmente amante della danza. E soprattutto c’era lui, Lord Baxton, in coppia con la sua amica, amante, fidanzata o cos’altro accidenti era.
“Sì, accidenti a loro. Spero che si storcano una caviglia. Non aveva detto che odiava ballare? È già il terzo giro con quella signora. Prima ha ballato con Miss Frost, poi addirittura con Cassandra, poi di nuovo con quella. Che cosa faccio, tengo il conto? Ah, sì? Fa finta di niente, il miserabile. Avrei dovuto darglielo più forte, il calcio, così ora gli sarebbe impossibile danzare. Forse ce l’ha con me perché gli ho fatto male… Sempre troppo poco. Prima mi perseguita, ora fa il sussiegoso. Non sarà che mi vuol far ingelosire? Oh mio Dio, ci sta riuscendo!”.
Valéry continuava a rimuginare e non si rendeva conto del modo in cui stava suonando. La rabbia per la maniera in cui lui l’aveva trattata e la frustrazione per essere stata costretta, ancora convalescente, a quello sforzo, trasparivano nel vigore con cui aggrediva i tasti. L’energia che era costretta a mettere nell’esecuzione per far sì che la musica sovrastasse i brusii, le procurava uno sforzo immane.
I suoi capelli, indomabili per natura, si stavano sciogliendo.
“Odio essere spettinata”. Così, al termine di un brano, si fermò un istante, prese il pettine d’argento e, davanti a tutti, si sistemò i capelli. Non le sfuggì il lampo di soddisfazione che lesse negli occhi di quel demone; ricambiò con uno sguardo d’odio.
Si sgranchì le braccia e si massaggiò le mani, che cominciavano a dolerle. Poi prese gli spartiti alla ricerca di qualcosa che le piacesse.
«Valéry, state suonando splendidamente». Charles, per qualche attimo slegato dal guinzaglio di Olivia Benton, si era avvicinato e, con la scusa d’interessarsi agli spartiti, le aveva rivolto la parola. «Valéry, siete proprio bellissima. Io vorrei…», cominciò imbarazzato. «Dopo il mio matrimonio disporrò di un’ingente rendita. Noi potremmo… Penserei io a voi…».
«Che soluzione salomonica», commentò Valéry, con il più dolce dei sorrisi. «Avete domandato il permesso a vostro zio o intendete fare tutto all’oscuro del vostro finanziatore?».
«Valéry, non è come voi pensate».
«Non credo proprio voi sappiate che cosa penso io, altrimenti sareste da tutt’altra parte», concluse con un’espressione mielosa, sbattendo le lunghe ciglia.
«Miss Campbell, dovreste ricominciare», la esortò la signora Everett preoccupata per quella lunga pausa.
«Certo, madame». Valéry riprese subito a suonare, ben felice di troncare quello spiacevole interludio, sfogando la rabbia che provava con tutta l’enfasi di un’indole passionale da troppo tempo repressa.
Dopo quasi tre ore di quel ritmo forsennato non ne poteva più, pubblicamente umiliata dai padroni di casa e angustiata dalle ultime battute scambiate con Charles che, come suo zio, l’aveva trattata alla stregua di una mantenuta.
“Meno male che doveva trattarsi solo di qualche contraddanza. Ha ragione Cassandra, sono soltanto la serva di tutta questa gente, altro che Guildford”. Aveva il magone.
Vide da lontano l’espressione dolente di Maggy che confabulava con Amanda. Distolse lo sguardo per non mettersi a piangere. Ormai aveva i crampi alla mano destra: cominciò a steccare.
Udì Jocelyn Cunningham dire al duca di Ragland: «Non riesco più a tollerare questa musica, niente a che vedere con la pianista che mi faceva da accompagnatrice. Continua a sbagliare. Meno male che è ora di andare, Edmund caro», concluse ad alta voce, apposta per essere udita, prima di uscire di scena.
Valéry la seguì con lo sguardo mentre salutava la padrona di casa.
Era ancora intenta nel suo sforzo, quando si sentì toccare le spalle.
«Alzatevi, Valéry. Lasciatemi il posto», borbottò Carolyn Blackbourn arrabbiata.
«Non dovete preoccuparvi, ce la faccio».
«Andate. Ora tocca a me. Ho finito di giocare a carte».
«Grazie», disse Valéry, riconoscente. Si alzò e cedette il posto alla contessa, che le sorrise.
Valéry si defilò. Si fece indicare da un lacchè dove poteva rinfrescarsi. Si bagnò il viso: aveva ancora i crampi alla mano.
Scese in giardino, necessitava di un po’ di aria pura.
La brezza della notte era fresca ma piacevole, in quella sera di maggio. Valéry si sedette su una panchina di marmo e cominciò a massaggiarsi la mano dolente. Era veramente stanca: aveva sulle spalle una giornata di lavoro. Quella mattina si era svegliata molto presto per sistemare, prima dell’inizio delle lezioni, i bagagli delle allieve più piccole, che sarebbero partite da lì a pochi giorni, e rammendare i loro abitini. Era stremata e se non si addormentava di botto su quella panchina, era solo per la rabbia che aveva dentro: mai si era sentita tanto umiliata, in tutta la sua vita.
Udì dei passi sullo scalone, qualcuno aveva avuto la sua stessa idea.
Non si voltò, sapeva con assoluta certezza di chi si trattava. Non si mosse. Lui le si sedette accanto. In silenzio le prese la mano tra le sue e cominciò a massaggiarle il palmo e il polso con vigore e, allo stesso tempo, delicatamente. Valéry non alzò lo sguardo, ma gli osservò le mani: sarebbero state belle se non fosse stato per l’anulare e il mignolo della mano sinistra che erano storti, probabilmente in seguito a una frattura mal saldata. Dopo poco, mentre continuava a massaggiarla, lui le toccò il braccio, proprio sotto il bicipite, facendo un’energica pressione e il dolore magicamente scomparve.
«Grazie, è passato», mormorò Valéry. David tratteneva ancora la sua mano. «Non danzate più?», gli domandò poi, con un tono volutamente sarcastico.
«No, per questa sera ne ho avuto abbastanza, di musica».
«Anch’io ne ho avuto abbastanza, di tutto», disse seria.
«Come?»
«Fortunatamente tutta questa storia finisce questa sera. Le lezioni sono terminate. Per le ragazze, questo era l’ultimo anno e io potrò riprendere la mia solita vita e restamene tranquillamente nel mio amato collegio, senza doverne uscire mai più, così nessuno potrà importunarmi», disse sollevando il capo, con gli occhi chiusi. Inspirò forte, prima di parlare: «Finalmente non sarò più costretta a vedere nessuno di voi».
David non disse nulla. Tenne i suoi occhi scuri fissi su di lei, con un’espressione imperscrutabile.
Valéry fece per alzarsi ma lui la trattenne per la mano che teneva ancora fra le sue e la fece risedere.
«Lasciatemi», disse risoluta.
Per tutta risposta lui le prese il viso tra le mani e posò le labbra sulle sue, in un bacio dolce. Valéry lo staccò da sé, insinuando una mano tra i loro visi.
«Vi prego di smetterla. Mi sto trattenendo a stento dal desiderio di picchiarvi. Sappiamo benissimo entrambi che non siete un gentiluomo e che vorreste fare di me una poco di buono, ma vi prego comunque di lasciarmi andare. Mi state mettendo in una situazione dalla quale mi sarebbe impossibile uscire: il bene di troppe persone dipende da me. Non permetterò che uno come voi comprometta ogni cosa», disse alzandosi.
«E che cosa potresti fare tu, da sola, se io volessi davvero comprometterti?». La stava di nuovo sfidando con quell’aria sprezzante che Valéry non tollerava.
«Tutto ciò che è nelle mie possibilità», rispose alterata.
«Scusate, ho interrotto qualcosa?». Il conte di Westbury, in cima alle scale, li stava guardando sorridente.
«No, assolutamente nulla, Milord», rispose Valéry, salendo i gradini. «Non potevate interrompere due persone che avessero meno da dirsi di noi», disse algida, incrociando Blackbourn sulle scale.
«Le donne a volte sanno essere proprio logoranti, vero?». Il conte si era seduto accanto al suo amico. «Potresti offrirmi uno di quei tuoi sigari», e gli diede una pacca sulla spalla.
«Si vede tanto?»
«No, per niente, ma noi ci conosciamo da troppo tempo», rispose e aspirò una boccata dal sigaro appena acceso. «Alla fine c’è sempre un guanto che calza a pennello ed è perfetto per la tua mano: indossalo… e via».
«Non è così semplice», disse David serio.
«Lo è, invece. È l’unico consiglio che sono in grado di darti: cogli al volo l’occasione perché difficilmente si ripresenta e dopo le cose si sistemano, in un modo o nell’altro».
«Adam, tu sei un selvaggio», disse David sorridendo.
«Questo è vero. Però, per me, ha funzionato», ammise, sollevando le spalle.
«Davvero Adam, non è per niente semplice».
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