Scritto il 21/07/2026
da RAFFAELLA V. POGGI


Nella tana del lupo

 

Valéry si strinse nel cappotto, seduta al centro del letto; si guardò attorno. Anche quella stanza, così come l’ingresso, era spoglia. Nessun quadro alle pareti, nessun soprammobile sul camino, niente tendaggi. Solo il grande letto, un comò con la specchiera e un tavolino rotondo arredavano quella camera troppo grande.

Aveva un gran mal di testa. Si sdraiò e si coprì i piedi nudi. Si appisolò.

Non erano passati che pochi minuti, quando una domestica molto anziana entrò nella stanza e depose un vassoio sul tavolino.

«Dovete mangiare qualcosa, signorina. Se avrete bisogno di me, suonate il campanello. Io sono Mrs Ferguson, la governante», disse e uscì, lasciando la porta aperta.

Valéry non si mosse, non aveva voglia di mangiare. Non sarebbe riuscita a ingoiare uno spillo. Si era infilata il cappotto, ma aveva ancora freddo, nonostante il fuoco crepitasse nel camino. Prese a massaggiarsi le tempie e in quel momento lo vide, riflesso nello specchio della porta. Aveva un bicchiere di cognac in mano e sembrava più calmo di prima.

Lui si avvicinò al tavolo, sollevò i coprivivande, guardò il contenuto dei piatti e li richiuse.

«Non hai ancora mangiato», constatò.

«Non ho fame».

David si avvicinò al comò, dove era posato un bacile. Bagnò una salvietta e si sedette sul letto, vicino a lei.

«Che cosa state facendo?». Le aveva afferrato il viso e le stava togliendo il trucco dagli occhi. «Come vi permettete! Lasciatemi stare!».

«Sei ridicola con tutta questa robaccia». Era intento nel suo compito.

«Credevo vi piacessero le signore truccate e appariscenti», osservò Valéry irritata, ripensando a Jocelyn Cunningham.

«Le donne, forse. Le bambine, no». Era passato a pulirle le gote.

«Io non sono una bambina», disse lei, riuscendo a parlare a malapena, visto che lui la stava trattenendo per le guance con una mano.

«No? Visto la bravata di quest’oggi, che cos’altro saresti?».

«Vi odio!», gli gridò dietro lei. David si era alzato e aveva preso un piatto. Si risedette sull’alto letto, facendo attenzione a non rovesciare il contenuto. Prese il cucchiaio e cominciò a imboccarla.

«Smettetela, ho detto!». Voltò il viso dall’altra parte. Era sempre più furiosa: lei era pronta a concedersi e lui la trattava come una mocciosa? Eh, no!

«Le brave bambine non fanno i capricci e mangiano tutta la zuppa». Gli venne da ridere.

«Non ho fame».

«Non hai mangiato niente per tutto il giorno».

«E voi come fate a saperlo?»

«Io so tutto. Su», la esortò. Valéry aprì la bocca e mandò giù il primo cucchiaio. «Brava bambina».

«So mangiare da sola».

«Quante cose sai fare da sola!», la canzonò lui.

«Perché non andate a imboccare la vostra amica, invece d’importunare me?»

«Sei gelosa?»

«Io, gelosa? E di chi, scusate?».

«Sembra proprio che tu sia gelosa».

Valéry alzò le sopracciglia e lo guardò sdegnosa mentre lui continuava a imboccarla.

«Lo so, sono irresistibile», disse sorridendole e s’alzò a prendere il secondo piatto.

«Irresistibile come il morbillo».

«So che mi desideri, tesoro».

«Come dite?». Aveva aperto la bocca per lo stupore e David v’infilò una forchettata di roastbeef.

«Io… Voi…». Non riusciva a masticare e a litigare contemporaneamente, così finì il contenuto del piatto.

«Io non vi desidero affatto!».

«No? Avrei detto il contrario, visto come ti sei sciolta fra le mie braccia», la provocò.

«Mi avete attirato in una trappola, avete usato le vostre arti di fascinatore e mi avete…».

«Ti ho…?», la incalzò divertito.

«Oh, accidenti! Non so cosa mi avete fatto».

«Niente, non ti ho fatto niente. Volevo solo parlarti e tu ti sei gettata tra le mie braccia».

«Io?! Voi siete il più infido, degenerato, mascalzone bugiardo che sia mai esistito!».

«Non mi sembra che tu mi abbia chiesto di fermarmi. Ne ho dedotto che ti piacesse», disse David e le sorrise, innocente. «Io lo chiamo desiderio».

A Valéry stavano prudendo le mani. “Ora lo picchio”, pensò e strinse le labbra. «Ah, allora, secondo voi, sarei stata io? Quindi il fatto che voi stiate tentando di sedurmi da mesi è tutta una mia fantasia? L’avrei sognato?»

«Non so cosa sogni tu, ma io non ho mai avuto intenzione di sedurti: posso giurartelo su ciò che ho di più sacro», disse serafico.

«Spergiuro! Come potete negarlo?»

«Perché, lo vorresti? Forse sei tu che vorresti essere sedotta da me».

«Vi state divertendo?», disse lei con le lacrime agli occhi.

«Sì!», annuì lui ridendo. «Però non è divertente ciò che hai fatto oggi, anzi è molto stupido». Ora era serio.

Si sedette di nuovo sul letto accanto a lei, le prese le mani tra le sue e le parlò impensierito: «Adesso devi dirmi tutto ciò che è accaduto da Lady Venom. Ti hanno fatto qualcosa? È successo qualcosa di spiacevole?», le chiese preoccupato.

Valéry scosse il capo. «No, sono stati tutti corretti e gentili».

«Che cosa avevi in mente? Guardami». Le sollevò il mento con un dito. «Devi dirmi tutto». Valéry scoppiò a piangere. David attese che si calmasse un po’. «Avanti, adesso dimmi: qual era il vostro piano?»

«Una lotteria».

«E tu eri il premio. Quanto avevate pensato di ricavarne?»

«Diecimila sterline. Duecento numeri a cinquanta ghinee l’uno», sussurrò Valéry.

«A lei, quanto?»

«La metà».

«Strega! Dovrò rifonderla della perdita per mettere tutto a tacere», disse tra sé. Si alzò e si passò la mano fra i capelli, pensieroso.

«Così sarete voi a comprare l’intero pacchetto? Sarete voi il mio padrone, come se fossi un qualsiasi oggetto? Diventerò di vostro possesso?». Il labbro le tremava, stava per rimettersi a piangere.

«È questo che ti preoccupa? In tutta questa faccenda sono io che ti preoccupo?». Si era arrabbiato di nuovo e aveva alzato la voce. «Hai idea del guaio in cui avresti potuto cacciarti, se non ti avessi trovata in tempo?».

Valéry scoppiò di nuovo a piangere.

«Che cosa credevi, che ti avrebbero lasciata libera di andartene, dopo?». David sbraitava e la signora Ferguson fece capolino dalla porta.

«Fuori!», le urlò.

«Chiudo la porta?», chiese timidamente l’anziana domestica.

«No! Andatevene e basta! Fuori di qui, andate di sotto».

La ragazza singhiozzava.

«Ho capito che mi odi, l’ho capito! Adesso calmati».

Valéry continuava a piangere.

«Non piangere, non devi preoccuparti più di nulla», disse alterato. «Non piangere! Farò quello che vuoi, ti darò quello che vuoi. Vuoi Charles? Dimmelo! Vuoi Charles? Lo farò tornare da te, se è quello che vuoi, non disperare, però ora smettila di piangere».

«Che cosa state dicendo?». Valéry tirò su il volto rigato di lacrime, una rabbia folle s’impadronì di lei. “Charles?”, si domandò. “Vuole offrirmi a Charles come fosse un giocattolo? Non mi vuole per sé? Allora è vero che non mi desidera! Siamo solo dei burattini, per lui: tutti quanti!”.

«Charles? Lo allontanereste dalla sua promessa sposa pur di compiacere me?», chiese allibita. Aveva riacquistato il suo tono di sfida e lo guardava fisso, il respiro ancora scosso da sporadici singhiozzi. «Dovrei accettare un uomo che non ha avuto la minima remora a illudermi e ad accantonarmi quando si è presentata un’occasione favorevole? Dovrei calpestare, in questo modo, i sentimenti di una giovane le cui attese e la cui reputazione andrebbero in frantumi per un mero capriccio? Il vostro capriccio? Tutti devono obbedire ai vostri disegni? Ogni vostra aspettativa deve essere soddisfatta perché il vostro piccolo mondo continui a ruotare intorno a voi? È tutto un gioco per Lord Baxton?». Era furente. «Non farete di me uno strumento della vostra perfidia, mai!, anche se ora sono propensa a credere che farei un grosso favore a Miss Benton».

«Molto nobile da parte tua, siete diventate amiche? Comunque, vedo che ti è passata piuttosto in fretta».

«A questo proposito, vi devo dar ragione: basta un attimo per aprire gli occhi».

«Allora devi ringraziarmi».

«Oh, grazie, grazie di cuore per avermi distrutto l’esistenza. Non vi siete fatto scrupolo di umiliare in tutti i modi chi vi sta di fronte per diletto e opportunità».

«Io voglio solo che tu sia felice», mormorò Lord Baxton, scrollando il capo.

«Ah, questa è bella! È un po’ tardi. Dovevate pensarci prima di distruggere ogni mia speranza per il futuro. Dovevate pensarci prima di annientare, in me, l’amore per vostro nipote…».

«Permettimi di contraddirti», la interruppe, «non era amore».

«…prima di privarmi della possibilità di mantenermi dignitosamente», continuò concitata, «e di provvedere alla mia famiglia con le mie poche forze e miei onesti meriti. Forse avreste dovuto pensarci prima di far conoscere al mondo le condizioni di mia madre o di armare la mano di mio padre».

«Non sono io la causa delle scelte di tuo padre. Non è un fardello, questo, che grava sulla mia coscienza».

«Coscienza? Perché, ne possedete una? Dubito che sareste in grado di trovare anche un solo barlume di compassione, perfino scavando cent’anni dentro i meandri della vostra anima nera!».

«Mi sono meritato questo tuo giudizio». Era pensoso e sembrava addolorato.

«Non è certo un giudizio, il mio: è solamente una constatazione. Nessuno che abbia anche solo sentito pronunciare il vostro nome sarebbe di diverso avviso. Pensate davvero che il denaro possa comprare ogni cosa, vero? Probabilmente avete ragione, ma non è con il denaro che comprerete me! Però sì, Milord, avete vinto comunque. Avrete ciò che volete da me, anche se oggi lo negate. In fondo, è il modo più semplice e sbrigativo per liberarmi di voi, ora che non ho più nulla da salvare e la mia virtù non è che lo zimbello di tutta Londra». Era rossa in volto e gli occhi, ancora bagnati di lacrime, le brillavano.

«Non è vero. Sai bene che non è così, nessuno ha mai messo in dubbio la tua onestà e in merito al gesto avventato di questa sera verrà mantenuto il massimo riserbo», disse lui, un po’ più calmo.

«Non capite? Per me non ha più importanza. Vi darò ciò cui bramate perché sono io a volerlo. Voi mi avete spinto a desiderarvi. Bene! Ora vi offro quello che mai è stato concesso prima e, dopo, non voglio rivedervi mai più, nemmeno per errore».

«Allora lo ammetti: anche tu mi desideri».

«Non è quello che andate ripetendo? Siete troppo esperto per non esservene accorto».

«Mi hai opposto ogni strenua resistenza», cadenzò ciascuna parola.

«Approfittatene, potrei cambiare idea. È vero, se cedo è solo per liberarmi di voi: è l’unico modo. Ormai vi conosco abbastanza da sapere che persisterete nel perseguitarmi finché non avrete raggiunto il vostro scopo, così facciamola finita… e in fretta», disse Valéry spavalda.

«Pensi davvero che poi ti lascerei andare?»

«Sì, certo, perché piegare alle vostre smanie la moralità, la castità e l’innocenza è il vostro passatempo preferito, la vostra sfida con la vita: dimostrare che tutte queste qualità non esistono è, per voi, fonte d’immenso piacere, l’unica cosa che ancora possa procurarvi qualche ebbrezza. Poi non avrete più interesse verso di me. Ve lo ripeto, avete vinto, potete incassare il premio della vostra personale scommessa».

«Sei tu a non aver capito, cara. Hai vinto tu. Ti ho offerto carte blanche: la mia è una resa incondizionata». Le aveva sfiorato una gota con il dorso della mano.

«Non m’interessa!», gridò Valéry allontanando con un gesto brusco le dita che la stavano accarezzando. «Non avete nulla da offrire che possa allettarmi, nulla! Non voglio aver a che fare né con voi né con nessuno della vostra famiglia e men che meno con vostro nipote. Si è dimostrato il vostro degno erede proponendomi una vita comoda e agiata, non appena fosse entrato in possesso della cospicua rendita che gli avete promesso in cambio del matrimonio con Miss Benton».

«Ah, però, così ti ha detto? Furbo, il ragazzo. Più astuto di quanto pensassi», disse, alzandosi dal letto.

«Un vero Ragland», fece Valéry, sarcastica.

«Ora dormi. Domattina partiremo molto presto. È un viaggio lungo e stancante fino a Gretna Green».

«Gretna Green? E chi dovrei sposare, qualche gonzo che avete scovato chissà dove? Che cosa avreste in mente, di grazia, una specie di ius primae noctis o un ménage à trois?», chiese ironica.

«Diamine! Sono bastate poche ore in quel posto per farti una cultura», rispose David, con una risatina beffarda che gli sfuggì suo malgrado.

«Non avete idea di quante cose si possano imparare con insegnanti esperte e libri di testo illustrati».

«Per ora preferisco non indagare, anche se l’argomento m’appassiona molto».

«Non mi avete risposto: con chi avreste progettato d’accasarmi?». Era quasi divertita.

«Con me, ovviamente». Ricambiò il sorrisetto sarcastico che la giovane gli offriva.

«Non credo proprio».

«Visto che non ami mio nipote, non vedo quale ostacolo possa esserci».

«Non acconsentirò mai a sposarvi».

«Non vedo perché no. I matrimoni d’amore sono molto rari e poi sono così… âgés, davvero superati», disse enfaticamente, accompagnando le sue parole con un gesto della mano. «Non sei nella posizione di dettare condizioni, mia cara», continuò poi, con tutt’altro tono, stringendo gli occhi.

Lei si guardò. Era mezza nuda e in quel momento non aveva veramente nulla, ma non poteva dargliela vinta. «Questo lo pensate voi». Si era sollevata sulle ginocchia e gli era proprio di fronte, sfidandolo con lo sguardo. «Siete stato voi a indicarmi la via più breve e redditizia, non dovete darvi pensiero se ora ho deciso di seguirla».

«L’unica via che seguirai è quella per la Scozia», disse perentorio David, avvicinando il viso a quello di lei.

«Non potete obbligarmi, dirò di no, davanti al pastore».

«Sai chi celebra la maggior parte dei matrimoni a Gretna Green? Il fabbro del villaggio. Figurati che cosa gl’importa di quello che dici tu, se sarò io a pagare. Poi, è affar tuo: per me è la stessa cosa vivere con una moglie o con una concubina».

«Vi ostinate solo perché, fino a oggi, mi sono negata a voi: ora non è più così, non vedo il motivo di persistere».

David tacque, stringendo appena le palpebre, senza battere ciglio, e continuò a fissarla. Ormai erano così vicini che li separava solo un soffio d’aria. Fu Valéry ad annullare per prima la distanza che li divideva: gli gettò le braccia al collo e posò le labbra sulle sue, in un bacio per nulla verginale. David trattenne le braccia lungo i fianchi ancora per qualche istante prima di stringerla a sé. Con un braccio le cinse la vita e con la mano libera le afferrò la nuca per assumere il controllo del bacio. Afferrò con le labbra la sua bocca, come un assetato che ha urgenza di bere e assaggiare ancora il suo sapore dolce.

“Finalmente!”, esultò Valéry, avvinghiandosi. “Finalmente sono di nuovo stretta a lui”. Era il pensiero più incoerente che avesse mai formulato, però era l’unico che avesse un senso, in quel momento. Dischiuse di più le labbra e si gustò la delizia di quel contatto.

Passò le dita tra i suoi capelli, avvicinandosi fino a far aderire completamente il proprio corpo a quello di lui. Staccò una mano e si sfilò prima una manica del soprabito, poi l’altra, restando quasi nuda, stretta a lui.

David fece cadere il cappotto e cominciò ad accarezzarla, partendo dalle cosce, salendo su, fino alle morbide rotondità che riempivano la sua mano: le strinse e la fece combaciare a sé, gustando la dolce pressione del corpo di lei sul proprio. La teneva ancora per la nuca per non interrompere il loro bacio – un altro di quei baci meravigliosi – nemmeno per un istante. Non avevano bisogno di respirare. No, non ce n’era bisogno.

Poi David si staccò e la allontanò da sé, afferrandola per le braccia.

«Ora basta». Si scostò quel tanto che gli fu sufficiente a riprendere il controllo. «Tu farai l’amore solo con tuo marito, hai capito?». Scrollò il capo. «Sarò un buon marito», disse grave, «fedele e rispettoso: vedrai, non te ne pentirai».

«Io non lo voglio un uomo come voi… e come mio padre», sussurrò lei, con voce tremante.

«Non sono come tuo padre!», gridò furibondo David, spaventandola. Si era riavvicinato di scatto e, afferratala per le spalle, cominciò a scuoterla. «Non sono come lui! Non osare paragonarmi a lui! Mai arriverei al punto da ridurre sul lastrico la mia famiglia. Mai accetterei di vendere le mie figlie. Mai farei rinchiudere in un manicomio mia moglie, colpevole solo di aver tentato di fermarmi». Era furioso. «Tu sei grande abbastanza da sopportare di essere ceduta per poche sterline a un uomo qualsiasi, ma ragiona, dopo di te, a chi sarebbe toccata una simile sorte? In quel posto c’è più di un farabutto pronto ad acquistare, per qualsiasi cifra, i favori di una bambina. Quella sera l’ho messo alla prova e ho capito che non si sarebbe fermato davanti a nulla, a nulla», ripeté con una voce bassa e cavernosa che metteva i brividi. «È vero, ho armato la sua mano, come dici tu, e non me ne pento. Ho posato la pistola sul tavolo per offrirgli una fine dignitosa. Sono riuscito dove tua madre ha fallito».

«Che cosa ne sai tu di lei?», strillò Valéry.

«So tutto, tutto! So che ha dato fuoco alla tenuta, dopo essersi accertata che, quella notte, in casa, non vi fosse nessun altro, al solo scopo di ucciderlo e togliersi la vita. So che tuo padre si è svegliato in tempo, salvandosi e condannando lei a una sorte peggiore della morte, confinandola in quel posto, in balia di quel porco. So che quel maiale ti ha messo le mani addosso, ricattandoti, umiliandoti e picchiandoti».

«Sei stato tu! Sei stato tu a fermarlo, non è stato un pazzo a rompere il vetro. Non è stato un incidente. Non è stato un dono della Provvidenza, eri tu… Lo sapevo, lo sapevo!». Tutto le appariva chiaro ora. Un velo si era squarciato e quella che era solo un’idea pazza e impossibile, che poteva accarezzare solo al risveglio dai suoi incubi, le appariva reale.

«Sono stato a un passo dall’ucciderlo. Mi ha trattenuto solo il pensiero di non rivederti più. Se qualcuno mi avesse visto? Sarei dovuto sparire e ti avrei perduta. Stavo per entrare dalla finestra ma tu sei riuscita a scappare. Se l’avessi fatto, lo avrei ammazzato. Mi sono calmato. L’ho aspettato all’uscita, l’ho strapazzato per bene e l’ho minacciato di tornare a finire il lavoro, se non avesse smesso di angariare le sue pazienti. L’ho caricato su una carrozza di passaggio e ho dato il suo indirizzo al cocchiere, così ha capito che sapevo dove trovarlo. L’ho conciato piuttosto male ed era spaventato a morte, però avevo bisogno di qualche giorno per portar via tua madre da quel posto. Non volevo che tornassi a farle visita e te lo ritrovassi davanti».

«Portare via mia madre? Dov’è lei, adesso?»

«Al sicuro, con Mrs Evans, in quel cottage bianco, ai confini della vostra proprietà».

Valéry era così sollevata che scoppiò a piangere.

«Ti prego, non piangere, tesoro. Dico sul serio, non sopporto di vederti piangere. Sgridami, arrabbiati, ma non piangere, per favore».

Valéry lo guardò negli occhi, cercando di capire: «Tu mi ami». Lo studiò attentamente, stupita, e ripeté sorridendo: «Sì, tu mi ami». Scrollò il capo, incredula. «Allora perché accanirti così su di me?». Voleva sapere tutto.

Non ricevette risposta, se non uno strano sguardo dall’uomo che le stava di fronte e non smetteva di fissarla, senza un battito di ciglia.

«Dimmi almeno perché mi hai fatto licenziare».

«Mi avevi detto che non saresti più uscita dal collegio e non ho messo in dubbio le tue parole neanche per un istante: non ti avrei più rivista. Dovevo “stanarti”», le disse con un sorriso dolente. «Ero lì fuori, in carrozza, con mia sorella. Elenoire sarebbe dovuta entrare subito dopo che mia madre fosse uscita, per offrirti un posto come istitutrice per i suoi figli, per rimediare al danno e così ti avrei avuta vicino. Credevo fosse un piano perfetto, invece sei scappata. Non ti ho visto uscire».

«Ho chiesto un passaggio in città al garzone del macellaio, sul suo carro», spiegò Valéry. «Come hai fatto a trovarmi? Come hai fatto a sapere che ero lì?»

«Io so tutto di te», le disse lui, guardandola negli occhi. «So esattamente cosa farai, cosa dirai, come reagirai, so persino che cosa pensi. Sei un libro aperto, per me».

«Sono così prevedibile, così banale?»

«No, è che… come spiegarti… io mi rivedo in te: è una storia che ho già vissuto». Scrollò il capo e continuò: «Io so cosa vuol dire essere traditi da colui che avrebbe dovuto amarti e proteggerti. So che significa essere abbandonati a se stessi e doversi arrangiare con le proprie forze, guadagnarsi da vivere nel modo più onorevole possibile, con i propri mezzi, e trovarsi a dover provvedere a chi ti ha deluso. So anche che cosa vuol dire difendere la propria virtù e il proprio corpo da chi intende profanarlo: lo so, lo so… sulla mia pelle. Ero solo un ragazzino… Non prenderei mai una donna con la forza, tanto meno te. Quella notte eravamo a un passo… lo volevo così tanto… e anche tu, il tuo corpo lo desiderava, non negare. Ma i tuoi occhi e il tuo cuore dicevano un’altra cosa: dicevano no. Non potevo, così». David, anche quella notte, l’aveva rispettata: quale altro uomo sarebbe riuscito a fermarsi, arrivati a quel punto? Si era seduto sul letto, accanto a lei. «Immagina se potevo permettere a un altro di toccarti! Sul serio, sono stato a un passo dall’ucciderlo». Valéry gli gettò le braccia al collo e vi affondò il naso. David le fece indossare di nuovo il suo pastrano e la riprese tra le braccia.

«Perché dici che ci sei passato? Che cosa ti è accaduto? Dimmelo, ti prego».

«Davvero vuoi saperlo? Davvero vuoi entrare nei “meandri di quest’anima nera”?», domandò con un mesto sorriso. «Ma se conoscerai la verità su di me, scapperai via lontano».

«Non fuggirò», disse categorica.

«Faresti bene. Ma sì, in fondo, se voglio che tu viva con me, devi sapere che razza di uomo hai di fronte. Sì, non voglio bugie, non voglio avere segreti con te e se non vorrai aver niente a che fare con me, lo capirò e ti darò ragione».

«Ora sono qui, eppure ti sei sempre comportato con me in maniera abominevole».

«Non posso negarlo».

«Mi hai reso la vita impossibile. Ti ho odiato con tutta me stessa».

«Ma sei troppo intelligente e alla fine hai capito. Avresti mai creduto a uno come me?»

«No», confermò Valéry, «ma ti crederò ora, se vorrai parlarmi».

«Allora è meglio cominciare dall’inizio».

 





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