Scritto il 23/07/2026
da RAFFAELLA V. POGGI


Una lunga storia

 

David, seduto accanto a lei, al centro del letto, incominciò il suo racconto.

«Devi sapere che mio nonno era un uomo molto severo e autoritario, ogni cosa che riguardava i Ragland doveva passare attraverso di lui. La famiglia e il casato dovevano venire prima di tutto, questo valeva anche per mio zio George, figlio di primo letto ed erede, educato all’obbedienza più assoluta».

“Comincio a credere che lo stesso possa dirsi anche per te”, considerò Valéry senza dar voce ai propri pensieri.

«A mio padre, invece, piaceva vivere libero e in maniera grandiosa, visto che disponeva dell’immenso patrimonio di mia madre. Appena gli fu possibile, portò con sé a Londra mio fratello Edmund, iniziandolo ai piaceri della vita. Io avevo sette anni e rimasi a Ragland House con mia madre e mia sorella, sotto la tutela del nonno prima e di mio zio poi. Mio padre e mio fratello dilapidarono quasi tutto e in fretta. In cambio del suo sostegno economico, il nonno allora impose a Edmund di mettere la testa a posto e prendere moglie immediatamente. Nella lettera patente che costituisce il nostro casato è a discrezione del duca in carica scegliere il successore tra gli eredi maschi legittimi. Mio zio George non aveva figli, sua moglie era di salute cagionevole e stava quasi sempre a Bath, così mio nonno gli impose di designare il nipote e non il fratello come suo erede. Tuttavia, vi fu uno scandalo. Edmund compromise la damigella della sua futura sposa. Fu costretto a sposare la ragazza. La fidanzata, abbandonata e delusa, fu facile preda di un amico di mio fratello, un poco di buono, un cacciatore di dote che la convinse a fuggire. Conosci questa parte della storia?»

«Stai parlando dei miei genitori?», domandò Valéry sorpresa. David annuì.

«Tua madre era uno splendore, aveva diciassette anni allora ed era già una lady perfetta, la duchessa ideale. Avevo otto o nove anni, ma la ricordo bene. Mio nonno estromise anche Edmund e morì poco dopo, angustiato e prostrato a causa del danno causato alla famiglia del suo amico, il marchese di Guildford. Zio George concentrò ogni sforzo per educarmi al meglio. La sua disciplina fu severissima. Dovevo eccellere nello studio, la mia forma fisica doveva essere perfetta. Le punizioni, quando non raggiungevo i risultati richiesti, erano durissime: dovevo restare fermo immobile, anche per ore, al freddo, al caldo, senza mangiare e senza bere. “Forma il carattere”, mi diceva. Però mi amava e io amavo lui. Passavamo ore a parlare e mi spiegava la sua visione del mondo, come avrebbe dovuto comportarsi un gentiluomo, come doveva essere una vera lady, cose di questo genere. Poi mi spedì all’Accademia e lì fu ancora più dura, perché lui non era con me. Un’estate eravamo tutti a Ragland House e mio fratello e mio padre erano, come al solito, con l’acqua alla gola. Venne organizzata una caccia alla volpe. Accadde una sciagura: il fucile di zio George gli esplose in faccia. Era in fin di vita e ci fu un’inchiesta. Esaminarono il fucile e appurarono che era stato manomesso. M’incolparono perché ero io che avevo il compito di pulire le armi, cosa che t’insegnano a Woolwich. Mio padre assunse un avvocato che, invece di difendermi, mi fece apparire come l’unico ad avere un movente, visto che sarei stato io il nuovo duca e non sarei più stato costretto a subire la disciplina di uno zio ossessivo. Intanto zio George, dopo un’agonia terribile durata tre giorni, morì. Andai in carcere. Al processo il mio avvocato si premurò unicamente di non farmi finire sul patibolo, cosa per altro improbabile per un nobile, e mi condannarono alla deportazione nelle nuove colonie. Mi ritrovai in tribunale, al banco degli imputati, anche se avevo diciassette anni e sembravo ancora un bambino, imberbe e una spanna buona meno di adesso. Sperduto, cercavo lo sguardo di mio padre e lui mi voltò le spalle, anzi mi offrì ai miei aguzzini per il suo tornaconto. Ti ricorda qualcosa?».

Valéry tremò al pensiero di David e di se stessa, quella prima notte nella bisca di Lady Venom. Lui la prese tra le braccia e le baciò la fronte.

«Mia madre venne a trovarmi in carcere, mi consegnò tutti i suoi gioielli e cercò di farmi fuggire. Fui scoperto: qualcuno fece la spia. I monili mi furono confiscati e furono restituiti a mio padre per non rischiare che una madre dal cuore tenero tentasse di nuovo di farmi scappare. Fui imbarcato su una di quelle galee della morte, destinate ai detenuti e agli schiavi. Fu un viaggio terribile, stipati in una stiva, incatenati, tra escrementi e gemiti. Quattro mesi dopo la partenza, un ragazzo, vittima fino a quel momento degli abusi della guardia, riuscì a buttarsi a mare e annegò. Così il sorvegliante prese di mira me. Una notte mi aggredì. Era facile sottovalutare la mia forza, mi ribellai, ci fu una colluttazione e lo uccisi, a mani nude. Cercai di spiegare che era stata legittima difesa. Oh, mi credettero, così mi condannarono solo a duecento frustate: in quelle condizioni significava la morte. Ricordo bene che alla trentesima frustata pensai di non poter sopportare oltre e svenni. Attesero che rinvenissi, prima di continuare. Svenni ancora e ancora. Sentivo la pelle lacerarsi, la carne aprirsi. Alla fine non provavo quasi più nulla, ero immobile, gli occhi sbarrati, sembravo morto. Ero abituato a non muovere un muscolo e comunque non ci sarei riuscito. Mi buttarono in mare: il sale dentro le ferite bruciava come il fuoco ma probabilmente mi salvò la vita. Il comandante strappò i miei documenti e li gettò in acqua dicendo che avevo pagato il mio debito. Gli uomini dell’equipaggio, intanto, urlavano insulti, sputavano, lanciavano bottiglie e altri oggetti per accertarsi che fossi morto. Qualcuno addirittura orinò in direzione di quello che pensavano fosse il mio cadavere. Fortuna che non eravamo lontani dalla riva. Mi risvegliai, sdraiato a pancia in giù, in un letto che non conoscevo, in un posto che non conoscevo, chissà quanti giorni dopo. Mi aveva soccorso una donna, una prostituta che viveva in una baracca sulla spiaggia vicino al porto. Mi trovavo a Zanzibar, lei conosceva qualche parola d’inglese e francese per via dei tanti marinai passati da lei. Mi curò, ci vollero mesi. M’insegnò anche altre cose, oltre alla lingua». David sorrise. «M’insegnò a far star bene una donna e a trarne piacere. Restai più di un anno con lei. La aiutavo un po’ e la proteggevo da clienti violenti e troppo aggressivi. Una notte fu aggredita da un marinaio che la incolpava di averle attaccato non so quale malattia. La difesi, lui aveva un coltello, e anche quella volta ebbi la meglio. Lei mi diede del denaro, tutti suoi risparmi, e mi disse di scappare, che mi avrebbe dato un po’ di vantaggio prima di denunciare il fatto. M’imbarcai su una nave portoghese in partenza per Madras. Sbarcato, restai quasi subito al verde. Avevo paura a presentarmi a un comando inglese per arruolarmi, temevo di essere riconosciuto. Mi sorpresero a rubare della frutta e finii in carcere. La prigione nel forte di Madras è ancor peggio delle galee: fame, malattie, soprusi, pestaggi…», Valéry gli strinse le dita deformate, «…ossa rotte», continuò lui, con un mesto sorriso.

«Quando mi ritrovai a strappare dalle mani di un altro detenuto la carcassa di un ratto, capii di avere toccato il fondo. Ero un Ragland, per Dio! Come mi ero ridotto? Quando uscii, corsi ad arruolarmi al servizio della Compagnia delle Indie e usai il mio nome. Non volevo nascondermi, avrei accettato le conseguenze. Non accadde nulla, anzi, ero addestrato e feci carriera in fretta. Mi congedai e fui assunto da William Bentinck, il governatore della Compagnia nel distretto di Madras, come suo segretario – un altro amico di cui non dovermi vergognare», disse per inciso, sorridendole. «Fu tutto facile, da allora: la disciplina che mi era stata imposta per anni mi permise di raggiungere ogni obiettivo. Una sera, rientrando a casa, vidi dei tizi che stavano assalendo un giovane. Intervenni. Era uno dei figli del rajah. Il padre per ringraziarmi mi donò delle gemme. Le investii in un carico in società con Lord Bentinck. Fu solo l’inizio. Avevo la tua stessa età, ventitré anni, ed ero già più ricco dei Ragland e dei Guildford messi insieme. Qualche tempo dopo incontrai per caso a Calcutta John Quinlan, il marito di mia sorella. Come avevo sospettato, mio padre e Edmund avevano dilapidato tutto il patrimonio, mettendo in difficoltà la famiglia, compreso lo stesso John, che era stato costretto a cercare fortuna in India. Lo feci entrare in società in alcuni miei affari. Tramite lui, mi misi in contatto con mia madre per farle sapere che ero vivo e per aiutarla. Mio padre venne a saperlo. Mi cercò, aveva capito che ero ricco: mi fece sapere che non c’era più nulla a mio carico, che era riuscito a dimostrare che si era trattato di un incidente. Decisi di tornare, volevo sistemare le cose. La situazione che trovai al mio rientro in patria era più grave di quanto non avessi supposto. Impiegai quasi un anno ma riuscii a riacquisire tutte le ipoteche sulle proprietà: oggi, tutti i beni dei Ragland mi appartengono. Inoltre scoprii che Edmund aveva diversi figli illegittimi, abbandonati a se stessi e in difficoltà. Erano dei Ragland, avevano il mio stesso sangue, non potevo abbandonarli. Sono dei bravi ragazzi, sai? Il più grande ha la tua età, è un ufficiale di marina», disse, con orgoglio.

“È molto gentile e premuroso con i suoi nipoti, anche con Amanda”, rifletté Valéry, mentre David sorrideva parlando di quei ragazzi.

«Ho pensato che se fossi stato vicino a Charles, avrei potuto fare di lui l’uomo giusto per prendere in mano le redini della famiglia. Ho insistito perché lavorasse con me, per poi farne il mio erede, ma per lui è solo un’onta lavorare. Non ha mai neppure messo piede nei miei magazzini. Ora sai tutto di me, più o meno». Sorrise.

«Sì e come vedi non sono fuggita, sono ancora qua», bisbigliò Valéry, appoggiando la fronte al suo petto.

«Non mi trovi orribile, dopo quello che ti ho raccontato?»

«Sicuro. Trovo terribile tutto ciò che ti è accaduto». Aveva una gran voglia di piangere, ma era sicura che David mai avrebbe accettato di essere compatito.

«Non lo fare!».

«Che cosa?»

«Non mi giustificare. Non mi idealizzare. Tutto ciò che è male, io l’ho fatto. Non credo di aver rispettato neppure uno dei comandamenti. Ho rubato, ho ucciso…».

«Era legittima difesa».

«Però l’ho fatto, anche in battaglia. Ho commesso atti impuri con ogni donna che mi ha concesso i suoi favori. Sai perché impuri?» Lei fece un cenno di diniego. «Perché ho cercato solo la soddisfazione e mai una volta ci ho messo il cuore. Ho maledetto il nome di mio padre e ho pensato per tanto tempo che Dio si fosse dimenticato di me».

«Non è così».

«No, non è così». La strinse a sé e le fece posare il capo sulla sua spalla.

«Dicono un sacco di brutte cose sul tuo conto».

«Lo so. Io sono la pecora nera». Rise.

«Non è vero. Perché fai credere questo di te? Non è giusto», mormorò Valéry, affranta.

«Il nome dei Ragland ne esce pulito».

«Solo di questo t’importa, del prestigio della tua famiglia?»

«Sì, finora è stato così. Valéry, sono stato educato a tenere alto l’onore dei Ragland. L’orgoglio per il nome che porto è ciò che mi ha fatto andare avanti. Che importa che cosa dicono di me, io faccio ciò che è giusto. Io sono il duca di Ragland e me ne infischio di quello che pensa la gente… però m’importa di ciò che pensi tu. Non guardarmi così: lo so che mi capisci, perché tu sei come me. Tu sai quel che è giusto davvero. Anche nei tempi duri sei rimasta salda, legata ai tuoi principi, invece di cedere alle lusinghe di una vita facile. Questa è la virtù, Valéry, non il concedere o meno il proprio corpo. Guarda che tutte quelle fanciulle che ti guardano con disprezzo e pensano di essere meglio di te, non fanno altro che mettersi in vendita con il cartellino del prezzo della dote ben in mostra, attaccato ai loro vestitini nuovi. Non è virtù, quella».

«Io ero come loro».

«No, non credo».

«Non lo fare. Non idealizzarmi». Fece un sorriso dolente.

«L’ho già fatto».

«Ci sono molte giovani donne con quella che tu chiami virtù».

«Devo ammettere che ultimamente mi è capitato d’incontrarne più d’una, ma tu sei perfetta».

«Non è vero», disse lei scrollando il capo.

«Per me sei perfetta e sei perfetta per me. Sono mesi che ti sto appresso e non sono ancora riuscito a trovarti un difetto. Il tuo viso, il tuo corpo… non hai una sola imperfezione».

«Non dire così», si schermì, imbarazzata. «Anche se pure io comincio a credere che tu sia perfetto per me».

«È così, dovevo solo trovare l’occasione per dimostrartelo. Cos’hai sentito esattamente sul mio conto?»

«Avevo sentito dire eri stato deportato per omicidio, che eri pericoloso e che hai un sacco di figli illegittimi».

«Non sono figli miei».

«L’ho capito oggi, parlando con le ragazze di Lady Venom».

«Avete parlato di me?».

Valéry annuì. «Hanno detto che sarei stata fortunata se fossi stato tu a iniziarmi perché sei l’unico che le tratti con rispetto».

«Nessuna di loro si vende per vocazione. Sono donne esattamente come le altre, come le signore perbene».

«Non c’è merito a nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra. È solo fortuna», disse Valéry.

«Sì, è così. Il merito sta nelle scelte che si compiono».

«Ho chiesto informazioni su di te, su Charles e su tuo fratello. Tu sembravi sapere ogni cosa sul conto mio e della mia famiglia».

«Volevi conoscere il tuo nemico?»

«Sì» ammise, lievemente imbarazzata.

«Che cosa ti hanno raccontato?»

«Vuoi sapere che cosa si sa in giro?»

«Cominci a capire, eh?»

«Del duca, dicono che ha compromesso delle giovani e che tu hai rimediato e di Charles, che ha degli incontri particolari, ma non so che significhi».

«Un giorno o l’altro ti spiegherò tutto, c’è qualcos’altro?»

«Le ragazze di Lady Venom hanno detto che hai la faccia del diavolo tatuata sulla schiena. È per le cicatrici che non ti mostri? Ti prego, posso vedere?», domandò con un filo di voce.

David la guardò negli occhi un lungo istante, poi si tolse la giacca e sbottonò il gilet. Estrasse la camicia dai calzoni, si voltò e le diede le spalle. Valéry, lentamente, sollevò la stoffa. Chiuse gli occhi per riuscire a cacciare indietro il magone. Deglutì, come faceva ogni volta per allontanare il pianto. Odiava piangere e quel giorno non aveva fatto altro. Appoggiò le labbra a quella massa informe che era la sua schiena e lo accarezzò seguendo con le dita le linee confuse delle cicatrici. Restò un poco con la gota a sfiorare la sua pelle. Lo sentì sospirare. Si staccarono e David si riabbottonò il panciotto. Si alzò, riprese il bicchiere di cognac e ingoiò il contenuto in un solo sorso.

«Diranno che hai portato sulla retta via un libertino della peggior specie», commentò, rinfilandosi la giacca. «È probabile che a causa mia non saremo mai accolti nei salotti della buona società».

«Sai che cosa m’importa! E poi hai molti amici che non badano alle dicerie e sono le uniche persone che valga la pena di frequentare».

«Sono anche amici tuoi. Sarò sempre riconoscente a Carolyn Blackbourn di averti soccorso, l’altra sera. Come credi che mi sia sentito quando ti ho vista torturata e umiliata da tutta quella gente che non può paragonarsi a te né per natali né per altro?»

«Tu sei stato il più sgradevole di tutti. Volevi farmi ingelosire? Ci sei riuscito».

«Pensala così… Hai idea di come possa sentirsi un uomo innamorato quando vede la sua donna soffrire? Quando ho udito quelle stupide dileggiarti, ridere alle tue spalle e ho visto la tua espressione ferita mi sono sentito morire. Io che avrei potuto darti tutto, tutto – i vestiti più belli, i gioielli più preziosi – ero lì a vederti derisa da quattro sciocche che si sarebbero concesse al primo offerente, pur di non passare un solo giorno a fare la vita che fai tu. Avrei tanto voluto consolarti in quel momento, prenderti tra le braccia, accarezzarti e dirti quanto fossi bella, anche con quel livido sul viso, ma avevi più bisogno di sfogare su qualcuno la tua rabbia».

«Si vedeva tanto, il livido?», gli domandò con un filo di voce, per sviare il discorso, però era vero, non voleva ammetterlo, ma David l’aveva compresa alla perfezione.

«No, però io sapevo che quella bestia ti aveva picchiato. Nessuno potrà più permettersi di oltraggiarti o farti del male, nessuno!», disse cupo. «Non so se ora lo hai capito, ma sono io il campione che si batterà per te. Chiedimi qualsiasi cosa e l’avrai, qualsiasi cosa e io la farò per te. Quando ti ho visto entrare in quella sala da gioco, sono rimasto stupito di vedere una come te in quel posto».

«Una disperata?»

«No. Una meraviglia. Per me, quella notte, è stato come tornare indietro di tanti anni. Ho guardato tuo padre e ho rivisto il mio. La sua indifferenza mi ha agghiacciato, gl’importava solo di se stesso. Aveva già parlato di te in quella bisca, andava dicendo che eri bellissima. Veramente non gli ho creduto: ho pensato che se fosse stato vero, se tu fossi stata davvero tanto bella avresti trovato un marito. Quale donna sana di mente preferirebbe una vita di fatica e privazioni a una casa comoda e a una famiglia? Io non ne ho mai incontrate. Ho pensato che dovevi essere brutta o pazza».

«Sì, come mia madre».

«Tua madre non è pazza. Sta benissimo».

«Non parla da quasi un anno».

«Con me, ha parlato».

«Ti ha parlato?»

«Sì e parlerà anche con te, quando andremo da lei».

«Quando ci andremo?», domandò Valéry, ansiosa.

«Di ritorno dalla Scozia. Voglio che tu sia mia moglie, prima».

«Hai paura che non ti dia il consenso?», chiese ironica.

«Me l’ha già dato, anzi, mi ha pregato di occuparmi di te e di Camille».

«Stai mentendo!».

«Io non mento mai».

«Mi hai ricoperto di bugie!».

«Non è vero. Posso averti stuzzicato, preso in giro, confuso, ma ti ho sempre detto la verità».

«Ah sì? Hai detto che non hai mai avuto intenzione di sedurmi: e quella sera nella stalla, allora?»

«Lo confermo: volevo parlarti. Avrei portato tua madre via da Bedlam il giorno seguente, dovevo avvisarti. Tu eri terrorizzata, ho cercato di tranquillizzarti, poi è stato più forte di me, non sono riuscito a trattenermi. Mi ero già reso conto di non riuscire a resisterti e tu ti sei abbandonata… Ti prego, ora non me lo ricordare, non farmici ripensare», chiuse gli occhi e inspirò forte.

«Saresti potuto venire a scuola e chiedere di parlarmi», considerò secca.

«Non avresti mai accettato un colloquio con me dopo quanto accaduto a casa di mia madre».

«È vero, tuttavia potevi trovare un attimo durante uno dei ricevimenti».

«E rischiare di essere uditi? No, era una faccenda troppo delicata».

«Allora perché non dirmelo quella notte? Eri venuto apposta».

«Diciamo… ehm… che hai interrotto il discorso», rispose lui, grattandosi il mento.

«Non mi sembrava che stessimo parlando», osservò Valéry sarcastica.

«Ti ho offerto carta bianca…».

«Ecco, appunto! Come a una mantenuta!», lo interruppe alterata.

«Hai frainteso. Ti stavo offrendo il mio cuore. Non mi hai lasciato finire: io volevo dirti che avevi vinto, che ti avrei concesso tutto, che volevo portarti via con me già quella notte». David la stava guardando serio. Era sincero.

«Fino a che punto ci saremmo spinti?», domando Valéry, con un filo di voce.

«Questo proprio non lo so, dipendeva da te. Non ho mai inteso sedurti, dico sul serio. Io volevo conquistarti! Ho sempre e solo voluto essere tuo marito. Questa è la verità. Invece tu hai pensato che volessi mantenerti, anzi, peggio, hai creduto che intendessi fare di te una cortigiana. Davvero hai pensato che avrei voluto un destino così, per te?»

«Sì, così avresti potuto avermi a tuo comodo per pochi spicci».

«Che mostro orribile devo esserti apparso», disse affranto. Si era riseduto di fronte a lei, sul letto, e le aveva preso il viso tra le mani, carezzandola con i pollici.

«Mi sei apparso esattamente com’era tua intenzione apparire». Aveva staccato le mani di lui dal suo volto. «Non hai perso occasione per insultarmi, mi hai fatto proposte che andavano dal velato all’osceno, fin dalla prima volta. Mi hai irriso, beffeggiato e vediamo… cos’altro?»

«Ti ho provocato», suggerì.

«Sì, sempre».

«Punzecchiarti era il modo più semplice per conoscere i tuoi veri pensieri, quelli che altrimenti mi avresti tenuto celati. E mi innamoravo…». Le riafferrò il viso e posò la bocca sulla sua. «M’innamoravo ogni istante di più», le diede un altro bacio, «fino all’ossessione», le sussurrò sulle labbra tra un bacio e l’altro. «Non mi bastava più vederti una sola sera a settimana e allora venivo da te, nella speranza di scorgerti dalla finestra. Vedevo la tua luce spegnersi a notte fonda e accendersi troppo presto, la mattina dopo. La sera a casa di mia madre credo di aver raggiunto il limite. Ero geloso di Tristan Butley e ho meditato perfino di rapirti. Perdona se te lo dico, ma avevo una voglia di fare l’amore con te che non riuscivo proprio più a domare. E si vedeva. Non volevo spaventarti o metterti ancora in imbarazzo, ho pensato che la cosa più saggia sarebbe stata bere fino a stordirmi. Sono salito di sopra per stare da solo e ubriacarmi in pace. Quella ragazza deve avermi seguito. Devi credermi se ti dico che non ricordo quasi nulla… era buio e io ero convinto che fossi tu. Poi sei entrata e sono tornato lucido di colpo. Non sapevo chi fosse quella giovane. In che guaio mi ero cacciato? Io volevo solo te! Ho realizzato che l’avevo compromessa e che probabilmente avrei dovuto riparare, dato che allora non sapevo che fosse sposata: ero ter-ri-fi-ca-to! Dovevo essere veramente ubriaco se ho pensato che tu potessi prendere una simile iniziativa. È stata piuttosto aggressiva».

«Ti prego, non affrontiamo questo discorso. Non mi va di sentirti parlar male di lei».

«Non mi giustifico. Di tutto ciò che ho fatto nella mia vita, anche delle azioni più riprovevoli – e sono state tante, fidati – non mi pento. Nella stessa situazione agirei allo stesso, identico modo. Solo del mio comportamento di quella sera mi vergogno: è stato inqualificabile e vorrei tanto che non fosse accaduto, hai ragione tu, non ho giustificazioni. È stata, per te, la prova che io ero completamente privo di ogni umano sentimento. Devo esserti apparso un vero mostro».

Non voleva confessargli che gli credeva e sapeva che era stata Cassandra a provocarlo. Non gli avrebbe fornito giustificazioni, tuttavia gli accarezzò il viso e gli sorrise. «C’è stato un momento – un breve momento, in verità – in cui mi sono chiesta se tu fossi davvero come apparivi», gli disse solamente. «David?», domandò poi, presa da un dubbio. «Tu vivi qui?»

«Sì, più o meno», rispose evasivo. «Perché mi fai questa domanda?»

«Perché questa casa sembra disabitata. Passi le tue notti da Lady Venom?». Non riuscì a celare il disappunto.

«No. È capitato, ma… no». Attese un attimo poi spiegò: «Lavoro spesso fino a tardi e dormo sul divano del mio ufficio, sopra ai magazzini. Praticamente vivo là», ammise.

«Oh!», fece Valéry, sollevata.

«Non ha senso rientrare in una casa vuota. In effetti, vengo qua per lavarmi e cambiarmi d’abito o poco più: l’unica attrattiva, qui, era lo studio, al piano di sotto. Fino a oggi». Le sorrise.

«E che cosa è cambiato, oggi?»

«Ci sei tu. Niente potrà più tenermi lontano da questa casa e… dal tuo letto, se vorrai dividerlo con me. Vuoi sposarmi, amore? Imploro la tua mano, Valéry. Ti prego, concedimi il grande onore di diventare mia moglie».

Valéry non rispose.

«Vuoi pensarci? Te l’ho detto, sarò un buon marito, fedele e premuroso. Questo tuo desiderio per me è un miraggio di redenzione: lasciami illudere che sia amore… permettimi di sperare che possa diventare amore», disse concitato, afferrandole le mani. «Vedrai, imparerai ad amarmi…».

«Non è possibile», lo interruppe Valéry, scuotendo il capo.

«Farò di tutto…».

«Non mi è possibile imparare quello che so già», e gli gettò le braccia al collo.

«Allora è un sì?», chiese staccandola da sé, per guardarla in viso.

La ragazza annuì commossa e nascose di nuovo il viso nell’incavo del suo collo. «Sì, ti sposo, visto che me lo chiedi, anche se mi è sembrato di capire che avresti trovato il modo di tenermi con te ugualmente. Comunque… avevo già accettato prima», mormorò, con il viso nel suo colletto.

«Be’, altrimenti ti troveresti davvero in una spiacevole situazione», disse David ridendo. «Nessuno, tantomeno io, potrà salvare la tua reputazione dopo che avrai trascorso questa notte in casa mia».

«Non ho alternative», celiò Valéry, scrollando il capo.

«No, nessuna». Le baciò la punta del naso. «Visto che stanno così le cose, è meglio andare a dormire», disse alzandosi.

«Non ho sonno». Avrebbe inventato qualsiasi cosa pur di non separarsi da lui in quel momento e cercò di farsi venire un’idea. «I libri degli Harrinton sono di sotto, nel tuo studio?»

«Sì, vuoi vederli?»

«Certo».

 

«Ecco cos’era quello strano rumore». David osservò divertito la signora Ferguson che dormiva gorgheggiando su un divanetto, fuori dalla stanza. «Sta vegliando su di te. Non appena tornati, organizzeremo casa», aggiunse, tenendola per mano e precedendola sulle scale, «e assumeremo altra servitù. Mia madre ha sistemato qui la signora Ferguson per controllarmi almeno un po’. Era la nostra balia, figurati!».

Valéry sorrise ed entrarono nella biblioteca. David aggiunse due ciocchi nel camino.

La ragazza si guardò in giro. La grande scrivania, davanti alla finestra, era invasa da una miriade di fogli e documenti in ordine sparso e un lume a olio rischiarava l’ambiente. Un’alta boiserie occupava le altre pareti. Le scaffalature erano quasi tutte stipate di una gran quantità di libri. Sopra il camino e nella parete opposta c’erano due grandi quadri di cui Valéry, nella penombra, non riusciva a indovinare il soggetto. Notò anche una di quelle alte scale di legno, fatta a torretta, per raggiungere i punti più alti. Si vedeva che quella era una stanza vissuta. Per terra c’erano due casse ricolme di tomi.

«Non ho ancora terminato di sistemarli». David si era avvicinato con un candeliere che illuminò la parete di fronte. Lo sguardo di Valéry fu attratto da un ritratto a figura intera.

«Chi è? Non sei tu», domandò stupita. Il quadro raffigurava un uomo alto e magro, in abiti datati, senza parrucca, con i capelli scuri lievemente brizzolati, gli occhi neri e profondi: era tale e quale a David, però più vecchio. Durante il suo soggiorno a Oakham aveva conosciuto anche il padre di David… o forse no? «È tuo zio George?».

David annuì. «Ma… David?… David!». Era stupefatta.

«Sei proprio perspicace. Io l’ho capito solo su quella maledetta nave, quando lui era già morto. Eh sì, è lui il mio vero padre. Ebbene sì, sono il bastardo del duca di Ragland. Veramente, in cuor mio, l’ho sempre saputo», sospirò. «Quando ho capito, è stato più facile accettare l’indifferenza di quello che credevo mio padre. Ho persino giustificato il suo voltafaccia: io gli ricordavo il tradimento e lo smacco».

Valéry si sollevò in punta di piedi, gli mise le braccia al collo e lo baciò. David, con il candeliere in una mano, la afferrò per la vita con il braccio libero e ricambiò il bacio.

«Ti piacciono i libri, vero?», le chiese non appena si furono staccati. «Guarda qui». Le mostrò una teca, posta dall’altro lato della stanza, che conteneva un antico volume in pergamena, scritto a mano.

«Il libro dei Salmi. È in latino. Appartiene alla mia famiglia da secoli».

«Posso?». Valéry gli prese di mano il candeliere e osservò bene le miniature del capolettera. «È meraviglioso», mormorò affascinata.

Riprese a guardarsi intorno e rimase di nuovo a bocca aperta: «Mi sembra di riconoscere questo stile! È bellissimo». Aveva posato lo sguardo sull’altro quadro presente nella stanza, una marina.

David, sorrise. «Sì, è di Mr Turner, una delle occasioni che si possono presentare da Lady Venom».

«Che genere di affari si possono concludere in una bisca? Io credevo che fossero dei luoghi fatti apposta per rimetterci denaro», osservò, sarcastica.

«Questo è vero. Sono riuscito a perdere anche diecimila sterline in una sera».

«Diecimila sterline?!»

«Sì, volevo sedere allo stesso tavolo di un certo costruttore e quella stessa notte sono entrato in società con lui… Tra gli altri immobili, ci ho ricavato anche questa casa».

«Sei un giocatore?»

«Sì, gioco sempre d’azzardo, però non nel modo che credi tu. Io faccio affari ovunque».

«Sei davvero tanto ricco quanto dicono?»

«No, non come dicono», le strizzò l’occhio, «molto, ma molto di più. Forse qualcuno dei miei affari è stato un po’ spregiudicato, ai limiti della legalità, tuttavia mi sono guadagnato ogni cosa lavorando, giorno dopo giorno, dall’alba a notte fonda. E poi, sono riuscito a trovarmi anche una moglie, in quel posto», scherzò.

«Una vera occasione!», ironizzò Valéry, che aveva ricominciato la sua esplorazione. Salì sulla scala e scorse i titoli. Prese un libro da uno scafale e si sedette in alto a leggere, con il candeliere posato accanto. Il cappotto di David le penzolava di lato, scoprendo le gambe tornite e, china sulle pagine, non si era accorta che l’indumento si era aperto, lasciando intravvedere ogni cosa. David, appoggiato alla scrivania la stava guardando muto. Aveva le mani lungo i fianchi e non batteva ciglio.

Valéry, accortasi del silenzio, tirò su gli occhi dal volume e lo scrutò incuriosita.

«Perché mi guardi così?», domandò, anche se sapeva perfettamente la risposta. Aveva ben compreso il potere che aveva su di lui e ne era affascinata.

«Copriti».

Valéry ripose il libro al suo posto, scese, gli si avvicinò e, afferrato il suo bavero, si sollevò in punta di piedi per arrivare alle sue labbra.

«Ti prego, ora va’ a dormire», disse David, senza muovere un muscolo.

«No».

«Così mi torturi».

«Non mi vuoi?»

«Mi sembra che tu l’abbia capito».

«Voglio farti felice».

«Allora va’ a dormire, non so quanto io possa resistere ancora».

«Facciamo l’amore».

«Sì, certo, lo faremo… domani».

«No, ora, subito, ti prego, voglio essere tua».

«Tu sei mia!».

«Hai detto che mi darai tutto ciò che desidero: io voglio te… non lasciarmi sola, voglio stare con te».

«Io non ti lascio, sono qui, ma per una volta, una volta nella vita, ho qualcosa di puro, solo per me, e non lo sprecherò».

Allora Valéry afferrò la sua mano e se la posò sul seno, scoprendolo e obbligandolo ad accarezzarla.

«Quella notte hai detto che ci sono molti modi di fare l’amore», mormorò maliziosa, ricordando le sue parole.

«Smettila! È un vero supplizio», disse lui chiudendo gli occhi, ma il profumo di lei lo stava inebriando e le sue dita erano costrette a indugiare su quel seno perfetto.

«Solo un po’», gli sussurrò sulle labbra. «Solo qualche bacio», disse, le labbra posate sulle sue, «qualche carezza», continuò, trattenendo la mano sul suo seno. «Non ti chiederò altro». Ripeté parola per parola quello che lui le aveva detto nella stalla.

«Sei pronta a questa intimità?». David aveva riaperto gli occhi e l’aveva afferrata per le braccia.

«Sono ansiosa». Continuò: «Io non so cosa mi hai fatto, ma ti desidero, ogni notte, ogni notte ti sogno e…».

«Tu lo sai che certe confidenze… la maggior parte degli sposi, anche dopo anni – più spesso mai – non riescono a raggiungerle?»

«Noi no. Noi no», bisbigliò lei, sempre più vicina.

«No, noi no», ripeté David sorridendole. «Aspetta, chiudo la porta».

La fece sdraiare sul divano al centro della stanza e si sedette per terra, accanto a lei.

«Aiutami». Valéry stava cercando di aprire anche gli ultimi gancetti del corsetto. Restò nuda, sotto il pastrano.

«Non toglierlo, prenderai freddo», ansimò David, guardando meravigliato il suo corpo. Il candelabro posato sulla scala li avvolgeva in una luce irreale.

David resistette al bisogno impellente di togliersi i vestiti, mostrarsi così com’era e gustare il contatto dei loro due corpi abbracciati. Nella sua fantasia erano già avvinti, uno dentro l’altra e lui si stava ormai muovendo con la frenesia di un desiderio indomabile. Nella sua fantasia, perché nella realtà, invece, era lì, fermo immobile, in adorazione di Venere, nuda, sul suo divano. Non sapeva da che parte cominciare per non eccedere, non spaventarla e darle al contempo tutto il piacere che lei stava aspettando.

Decise di cominciare da un bacio.

Si rese conto immediatamente che sarebbe stata un’impresa riuscire a domarsi. Non appena il sapore della sua bocca lo invase, tutti i suoi muscoli si tesero allo spasmo. L’ondata di desiderio lo travolse impetuosa e si esaurì in un gemito, perso tra le labbra di lei. Aveva resistito al primo assalto.

Si tolse la giacca, tirò su le maniche e si soffermò un momento con lo sguardo prima di toccarla. Pose entrambe le mani sui suoi seni e cominciò un lento massaggio. Oh, se Valéry avesse saputo quale uragano si stava scatenando dentro di lui!

Invece lei lo stava guardando estasiata, con i suoi occhi immensi e fiduciosi. Aveva resistito a ben più ardue sfide, sfide dolorose e infelici: sarebbe riuscito a frenarsi. No, quella notte non l’avrebbe posseduta, non sarebbe entrato dentro di lei, non quella notte. Doveva essere sua moglie, prima. Le avrebbe fatto provare però tutto il piacere che una donna era in grado di raggiungere, anche se per lui sarebbe stata la più estenuante delle torture.

Le carezzò una guancia e, con il pollice, prese a massaggiarle le labbra mentre l’altra mano scendeva lentamente giù, fino al suo ventre, e più giù ancora, a insinuarsi nella peluria morbida tra le sue gambe. Iniziò un’altra carezza che Valéry ormai conosceva e che non era riuscita a dimenticare.

«Oh, sì…». Quel mormorio le sfuggì involontariamente.

David affondò la bocca sul più vicino dei suoi seni, gemendo. Si perse nel piacere di quell’assaggio e iniziò a leccare, succhiare, mordere, mormorare e succhiare ancora, incoraggiato dall’umida risposta che il corpo di lei gli stava dando. Sentì le sue cosce irrigidirsi e aumentò l’intensità del suo tocco.

“Ah sì, ci siamo già, ci siamo quasi”, pensò trionfante, ma in quell’istante Valéry bloccò la sua mano, afferrandolo per il polso.

«No. Così no», mormorò la ragazza. «Anch’io voglio darti qualcosa».

«Tu mi stai dando, mi stai dando moltissimo, un piacere che neppure puoi immaginare». Aveva posato la bocca sul suo ventre e le stava baciando l’addome.

«Non è vero. Ormai lo so», fece saputa.

«Che cosa ti hanno insegnato in quel posto?»

«So tutto. Ti prego, dimmi cosa posso fare per te».

David ricominciò a baciarla, sfiorandole il viso, quindi prese la sua mano e la appoggiò sul proprio inguine. Valéry spalancò gli occhi a quel contatto: aveva finalmente capito.

Lui sorrise. «Ma cosa sai, tu! Non l’hai mai neppure visto un uomo, altro che disegni», e tornò a baciarla. Si sbottonò quel tanto che fu necessario a estrarre la propria virilità e guidò la mano di Valéry, insegnandole il movimento giusto. Tornò a occuparsi di lei, del suo punto più intimo. Ormai sapeva che avrebbero raggiunto il piacere e si perse dentro un suo bacio, stretto fra le sue braccia. Valéry non si era spaventata, anzi. Sarebbero stati bene, loro due insieme. Tutta la vita.

“È davvero una meraviglia”, pensò David, mentre il suo corpo stava provando un godimento che quella sera non aveva immaginato di riuscire a raggiungere.

Valéry sentì di nuovo le proprie membra contrarsi, le gambe irrigidirsi. Era come percorrere una salita di corsa senza sapere quando sarebbe arrivata alla cima.

«David!», gli strillò sulle labbra, avvinghiata al suo collo.

«Sì, anch’io, tesoro. Insieme, insieme… Ti amo… Ti amo!», gemette David, sulle onde del piacere. Valéry capì che lui aveva raggiunto l’apice: era così evidente. E finalmente anche lei sentì il proprio corpo esplodere in mille dolci spasmi.

«È questo?», gli chiese qualche attimo dopo, quando riuscì a staccarlo dalle sue labbra.

«Sì, amore, ma molto, molto meglio».

«Potrà essere meglio di così?», domandò, stupita.

«Sì, però ora non mi chiedere altro».

«Non ti chiederò niente, io non ho più bisogno di niente, non ho più bisogni», disse stirando le braccia verso l’alto.

«Oh, li avrai, tesoro, li avrai», rivelò, malizioso.

Valéry si sedette, si abbracciò le ginocchia, vi appoggiò una guancia e divenne pensosa.

«Che cos’hai, amore?». David le si era seduto accanto e le aveva scostato una ciocca di capelli dal viso.

«Niente, è che…».

«…ora sei pentita».

«No, lo volevo».

«Guarda che sei ancora vergine».

«Di verginale, non mi è rimasto nulla».

«Non dire sciocchezze. È stato solo un gioco».

«Tu lo chiami gioco?»

«Un gran bel gioco, in verità». Le sorrise. «È quello che fanno i ragazzini innamorati nascosti nei granai».

«O nelle stalle», aggiunse lei.

«Anche». Le sorrise di nuovo e la baciò.

«David, mi sono comportata malissimo e mi vergogno tanto».

«Oh no, no».

«Era come se…».

«È come essere ubriachi. Sotto l’effetto dell’alcol si fanno cose che da sobrio non faresti mai, poi si rinsavisce di colpo e cominciano i sensi di colpa. Per il desiderio è un po’ la stessa cosa: è un’ubriacatura». La baciò sulla fronte poi continuò: «Temo proprio che tu e io ci siamo presi una bella sbornia, di quelle che non passano…».

Valéry non lo lasciò finire e gli diede un bacio appassionato.

«Staremo proprio bene, noi due», le disse quando si furono staccati. «Ora, che cosa ne diresti di andare a dormire?»

«Va bene, anche se non ho sonno. Perché mi prendi in braccio? Sono in grado di camminare da sola».

«Mi va e poi sei scalza, prenderai freddo. Non voglio farti ammalare ancora. Ti dispiace che qualcuno si occupi di te?»

«No, però non trattarmi come una bambina».

«Sei così giovane», borbottò, salendo lo scalone.

«Parli come fossi un vecchio. Di tutte le cose poco lusinghiere che ho pensato di te, non ho mai pensato che fossi vecchio, anzi».

«È che a volte mi sembra di avere cent’anni».

«Ma non li hai, sei giovane».

«Fortuna che c’era lei a vegliare sulla tua virtù», disse David, indicando col mento la sua vecchia balia che russava rumorosamente sul divanetto del corridoio.

Valéry rise.

«Ssh! Altrimenti la svegliamo», sussurrò.

La depositò sul letto, aprì il tiretto del comò e prese una sua camicia da notte.

«Metti questa». Porse a Valéry l’indumento e si voltò. La ragazza si fece scivolare dalle spalle il cappotto e infilò la camicia, inginocchiata al centro del letto.

«Stavi sbirciando?», lo scrutò con aria interrogativa, non appena messo il naso fuori dal colletto.

«No. Sì, un po’», bofonchiò. Valéry rise. «Perdonami, ma sei irresistibile», le disse avvicinandosi al letto e scostando le coltri. «Ora sotto!», ordinò. «E dormi. Devo sistemare alcune faccende, visto che dovremo star via qualche giorno, e devo far sparire lo straccio che avevi addosso».

«Dovrei restituirlo a quelle ragazze e magari recuperare i miei vestiti».

«Non preoccuparti, domattina manderò qualcuno. Non puoi viaggiare così, dovremo procurarti del bagaglio: a pensarci bene, non hai proprio nulla».

«Non è vero, ho questo», e gli mostrò il pettine che lui le aveva donato. David sorrise.

«Ora dormi». Le aveva rimboccato le coperte come a una bambina. «Vuoi che spenga le candele?»

«No, lascia che si consumino».

Lui prese il pastrano ai piedi del letto e le depose un lieve bacio sulle labbra prima di uscire.

«Buonanotte», sussurrò Valéry.

Fuori dalla porta, David coprì la signora Ferguson con il suo cappotto e scese le scale.

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione