Il ritorno di Lady Faith
Seduti in carrozza, uno accanto all’altra, nessuno dei due, in quel momento, aveva voglia di proseguire quel confronto snervante ed erano entrambi assorti nei loro pensieri. David tornò con la mente al giorno dopo il loro incontro nelle stalle.
Lui aveva portato Lady Campbell via da Bedlam la mattina presto. Il tragitto in carrozza si era rivelato molto stancante per la madre di Valéry, che aveva dormito per quasi tutto il percorso, scambiando solo poche parole con i suoi compagni di viaggio; questo era bastato a confortare Mrs Evans, che li aveva accompagnati, sulla salute mentale della sua padrona.
Giunti a destinazione, le due donne si erano sistemate in un piccolo cottage, reso accogliente dalle rapide migliorie che il suo denaro aveva consentito.
«Spero che sia un posto confortevole, per voi, mia signora. È una sistemazione provvisoria, fino a quando i lavori nella casa grande non saranno completati», aveva detto David, solerte.
«Vi assicuro che per me è pari a una reggia, paragonata alla mia ultima dimora. Sono sempre in debito con voi, Milord».
«Non ditelo. Ora veniamo a noi: ecco i documenti di proprietà della tenuta e i fogli firmati da vostro marito». Aveva estratto dalla tasca interna della giacca un voluminoso plico. «Ci sono anche le estinzioni delle ipoteche. Ho provveduto ad assumere un valido amministratore. È un buon uomo e mi pare molto competente. Le rendite sono ottime: impiegherete pochissimo tempo a rimettervi in sesto».
«Grazie al vostro aiuto. Dovessi impiegare tutta la vita, vi restituirò fino all’ultimo scellino. Non crediate che non sappia che si tratta di una cifra enorme».
«Voi non mi dovete nulla. Siamo noi Ragland a essere in debito con voi: sto solo rimettendo a posto le cose. Siamo stati la causa di cotanto sfacelo, pertanto datemi la possibilità di rimediare. Finalmente mio nonno e mio zio riposeranno in pace e io sarò sereno perché avrò fatto ciò che è giusto. E poi, Milady, vi assicuro che non è che una goccia nel mare».
«Siete troppo buono e generoso».
«Un’ultima cosa: adesso dobbiamo pensare a cancellare ogni possibile motivo di scandalo. Scrivete qua i nomi». Lord Baxton aveva chiuso la porta e aveva messo carta, penna e calamaio di fronte a Lady Faith.
«Non ho segreti per Evans, come non ne ho per voi. Voi, David, conoscete il mio passato, tutto quanto», aveva mormorato la signora, mentre con mano tremante compilava l’elenco.
«Sì, e ne sono affranto, in special modo perché so quale parte abbia avuto la mia famiglia nel danneggiarvi. Quell’uomo è entrato nella vostra vita per la precisa volontà dei miei parenti e vi ha costretto a quegli incontri…». Aveva chiuso gli occhi e scrollato il capo per ricacciare lo sdegno. Aveva poi preso la lista e l’aveva letta con attenzione.
«Non sono molti», aveva commentato pensoso.
«No, non sono molti: sono troppi», aveva risposto Lady Faith.
«Cinque di questi sono morti», aveva poi osservato, mentre depennava la maggior parte dei nomi. «Sir Anthony è governatore in Giamaica, non tornerà mai…», e aveva cancellato anche quel nome. «Questi tre sono in debito con me per alcune faccende, potete stare tranquilla. Restano solo questi due signori. Di uno conosco un segreto che lo farà tacere, rimane solo Mr Grendville: so che è un gentiluomo, ma…».
«No, da lui non mi aspetterei mai nulla di male», aveva confermato Lady Faith. «Con lui era diverso. C’è stato qualcos’altro… Non è stato solo per onorare i debiti di Arthur… Ci furono altri incontri…». Lady Faith aveva continuato a confidarsi: «Anche lui non andava d’accordo con la moglie. Quando mio marito si accorse della nostra relazione, andò su tutte le furie, arrivarono alle mani. Se non ci fosse stato in gioco quel poco di onore che ancora possedevo, Conrad – Mr Grendville, voglio dire – lo avrebbe sfidato a duello: voleva ucciderlo. Fu allora che intervenne mio padre e allontanò Arthur dalle nostre vite. Conrad venne a cercarmi, qui a Guildford. Si accorse che aspettavo un figlio, mi chiese se era suo e io negai. Mio padre lo pregò di lasciarmi stare e allontanò anche lui».
«Mrs Grendville è morta l’anno scorso, ne eravate informata?»
«No. Me ne dispiace», aveva risposto Lady Faith, impassibile. «Non ha avuto una vita facile, non si è mai ripresa dalla perdita del figlioletto».
«Mr Grendville sa che Camille è sua figlia?».
Lady Faith aveva scosso il capo. «Lo ha sempre sospettato, però io ho negato».
«E Valéry?»
«Oh no, lei non sa nulla. A quei tempi, Valéry era ancora piccola. Dopo di allora siamo sempre state a Guildford, fino alla morte dei miei genitori. Poi Arthur è tornato nelle nostre vite… No, Val non sa niente di questa brutta faccenda. Vi pregherei di non farne menzione con lei, Milord».
«Avete la mia parola. Potete fidarvi di me».
«Lo so», aveva risposto la signora con entusiasmo e gli aveva afferrato le mani. «Mi fido ciecamente di voi. Siete stato l’unico che non abbia incassato il pagamento che mio marito offriva per saldare i propri debiti».
«Se ciò non è avvenuto, è stato per rispetto, ma oggi più che mai sono lieto di non averlo fatto».
«E io ve ne sono grata, amico mio».
«Sapete che, se ho accettato un simile pagamento, è stato unicamente per accertarmi che voi e le vostre figlie steste bene».
«Io temevo per Valéry. Fortunatamente Jane Langton le ha offerto quel lavoro, tenendola sempre al sicuro da suo padre. Jane è una cara amica».
«L’avevo capito, tuttavia mi sembra che vostra figlia si sia data molto da fare per tirarsi fuori dai guai».
«È così. Vedo che la conoscete piuttosto bene».
«Sì e la ammiro molto. Ho avuto modo di frequentarla, in quest’ultimo periodo e…».
«…e le avete messo gli occhi addosso», aveva insinuato la signora Evans, che era entrata con il vassoio del tè. «Credo che ciò che Milord desideri da voi, sia la cosa più preziosa che possedete, Madame».
David aveva sorriso. «È così», aveva ammesso.
«Non potrei affidare mia figlia a persona più degna».
«Bisogna vedere se lei sarà d’accordo. Voi fate i conti senza l’oste», aveva borbottato la governante, uscendo dalla stanza. Era tornata subito indietro e aveva precisato minacciosa, agitando l’indice: «Se farete del male alla mia bambina, dovrete vedervela con me».
«Evans, per favore!», aveva sbottato Lady Faith, seccata.
«Non preoccupatevi». David, divertito, aveva strizzato l’occhio alla domestica, poi, di nuovo serio, si era rivolto alla signora: «Valéry mi odia e ne ha tutte le ragioni».
«Non ditelo, non Val: non è possibile, non vi conosce. Datele tempo».
«Mi sono comportato in modo spregevole. Non ho potuto fare diversamente», aveva detto, scrollando il capo. «Io devo proteggerla…».
«Vedrete che capirà, datele modo di conoscervi. Siete così simili».
«Sono troppo vecchio per lei».
«Non dite stupidaggini. Dieci anni non sono nulla, fra un uomo e una donna».
«Undici».
«È la stessa cosa. Valéry ha dovuto crescere in fretta. È una donna già da tanto tempo».
«E che donna!».
«La donna giusta per voi».
«Mentirei se vi dicessi che non voglio legarla a me – è la prima volta, nella mia vita, che desidero qualcuno al mio fianco – ma è troppo rischioso. Io sono troppo pericoloso: sono fatto per stare da solo. Mai e poi mai vorrei metterla in pericolo».
«Non esiste nessuno con cui lei sia più al sicuro. Saprete trovare il modo, amico mio».
«Ci sto lavorando». Aveva rimuginato su ciò che più lo angustiava, poi era tornato col pensiero alla notte prima, nelle stalle del collegio, e aveva sorriso. «Sì, ci sto lavorando…».
«…e se Miss Valéry acconsentirà a sposarvi ritornerà tutto ai vostri figli», aveva commentato la signora Evans, che, curiosa, aveva continuato a entrare e uscire dal salottino, fingendosi indaffarata.
«Anche questo è vero, tuttavia potrei non riuscire», aveva ammiccato lui, allusivo, alla governante.
L’anziana donna lo aveva scrutato un po’ prima di rispondere: «Non so come ma sono convinta che raggiungerete il vostro scopo», ed era uscita un’altra volta.
David tornò alla realtà. “Ma sì”, si disse, “domani saremo sposati. Ho sistemato tutto. Ancora poche ore e non ci sarà più pericolo. Non vedo la necessità di dirle proprio tutto”. Si accomodò meglio sul sedile e le depose un bacio sulla tempia.
Lui la teneva stretta a sé e Valéry guardava fuori dal finestrino, distrattamente. Guardava le ombre degli alberi del viale che fuggivano via lungo il fiume e cercava di non fissare il pensiero, non voleva pensare.
Se era tanto arrabbiata, era perché aveva capito di appartenergli. Gli si era concessa e riconcessa, senza remore o limiti, ma non era per ciò che c’era stato tra loro che si sentiva legata. Lui le aveva fatto il vuoto intorno. Non aveva più un posto suo dove rifugiarsi, una persona amica che non fosse legata anche a lui. Sua madre adorava David: lui le aveva restituito i beni, la libertà, la vita. Per non parlare di tutte le sue amicizie, Camille compresa. Aveva vinto le riserve perfino della signora Evans, di solito così restia nei confronti del genere maschile. Neppure Jane Langton avrebbe potuto offrirle asilo, dal momento che era lui a finanziare la Saint Andrew.
David le era entrato nell’anima avviluppandola nelle proprie spire, conquistando i suoi sensi e vincendo ogni logica. Proprio lei che aveva giurato a se stessa di non dipendere così totalmente da un uomo, come era accaduto a sua madre, che aveva perso ogni cosa – il denaro, la libertà e anche il senno – per chi non meritava neppure un sorriso. Proprio lei che non aveva mai compreso come una donna, anche la più intelligente, fosse pronta a tutto per amore, pronta a chiudere gli occhi su infedeltà e umiliazioni di ogni tipo, cadendo spesso nelle mani di uomini senza scrupoli, completamente incapace di andare avanti da sola. Per questo ammirava tanto Jane Langton che aveva trovato il suo posto nel mondo anche senza un uomo accanto.
Ora lei aveva fatto lo stesso errore? Per lui aveva calpestato ciò che era, ciò in cui credeva, ciò per cui si era battuta per tanto tempo. Adesso dipendeva da David totalmente… o quasi. Il giorno dopo gli sarebbe appartenuta anima e corpo, completamente dipendente dalla sua volontà. Doveva solo sperare che avrebbe avuto pietà di lei, pietà che suo padre non era stato capace di provare. Doveva sperare nel suo buon cuore perché, in tutta quella confusione, una cosa le era ben chiara: lo amava e non avrebbe rinunciato a lui. Non lo avrebbe mai lasciato qualunque cosa fosse accaduta, qualunque cosa lui avesse fatto in passato, qualunque cosa volesse da lei, qualunque cosa, quella sera, lui le avrebbe detto, anche se ciò significava annientare se stessa e calpestare tutto ciò in cui credeva.
Valéry si scosse dai suoi ragionamenti quando udì lo scalpiccio di cavalli al galoppo che si stavano avvicinando. David s’irrigidì sul sedile, si staccò da lei e guardò fuori.
Prese il bastone e lo posò a terra, sotto i suoi piedi. Infilò la mano in tasca, ne estrasse la piccola pistola in argento e la mise in mano a Valéry; la ragazza ritrasse le dita, come fosse rimasta scottata da un oggetto incandescente.
«Prendila!», ordinò.
«No!».
«Prendila e nascondila. E, quando te lo dirò, usala!».
«Io non…».
«Devi fidarti e fare ciò che ti dico, anche se ora è l’ultima cosa che vorresti».
«David…».
«Non è uno scherzo. È un gioco più grande di te, devi fidar…».
Non finì la frase. Udirono delle grida, il rumore sordo di qualcuno che assaltava la carrozza in movimento, il fracasso di una colluttazione e il colpo secco di una detonazione.
Valéry trasalì, prese la pistola dalla mano di David e la nascose nella manica dell’abito. Udirono nitidamente il rumore di passi sul tetto della vettura e, al contempo, la porta dalla carrozza in corsa si spalancò: un energumeno armato di pistola entrò nell’abitacolo.
«Chi abbiamo qui?», chiese il bruto con un perfido ghigno, mostrando una serie di denti neri, che alla debole fiamma del lume interno apparvero come inquietanti presagi di sventura. Aveva richiuso lo sportello e si era seduto davanti a loro. «Vediamo un po’ se il signorino ha qualche arma con sé», e, sporgendosi in avanti, puntò la pistola contro il petto di Valéry.
David tirò fuori un’altra rivoltella dalla tasca, un po’ più grande di quella che aveva dato a Valéry e la consegnò all’uomo senza mai smettere di guardarlo fisso. Intanto la carrozza aveva aumentato l’andatura e stava viaggiando a velocità forsennata, sballottando i passeggeri. Udirono altre grida e due uomini avvinghiati caddero dal tetto della vettura in corsa.
«So che molti signori posseggono dei bei bastoni da passeggio», disse quello, per niente impressionato dal colpo dei corpi che durante la caduta avevano sbattuto contro lo sportello facendo vibrare i vetri. «Tiratelo su». Indicò il bastone ai piedi di David. Valéry lo raccolse e glielo porse.
Il farabutto fece scattare il pomolo, liberando l’arma.
«Però! Il signorino ha paura di fare brutti incontri». Rise. «I gioielli, signorina, e il denaro… ovviamente», sbraitò, agitando la pistola.
Valéry si tolse la collana e gli orecchini e li consegnò. David fece altrettanto con la borsa del denaro.
«Bravi», si complimentò quello. «Serata ricca», e si appoggiò allo schienale.
La vettura continuava a correre per le strade semideserte, facendo sussultare i viaggiatori ogni volta che le ruote poggiavano sul suolo sconnesso; dopo aver svoltato un paio di volte, si arrestò all’improvviso in un vicolo quasi buio.
«Avanti, scendete», li minacciò. Scesero e David tenne Valéry per mano.
Un altro tipaccio saltò giù da cassetta e si avvicinò loro.
«Ehi, capo, Jo e Ben sono andati…», disse con un risolino ebete. «Ma non doveva essere sola?», chiese, indicando Valéry.
«Taci, idiota!», lo ammonì il capo arrabbiato.
«Ora cosa facciamo?»
«Non sei pagato per pensare. Prendi lei», gli ordinò.
«Con piacere, capo», ghignò e strattonò Valéry, attirandola a sé. «Potremmo divertirci un po’ prima di… Quando ci ricapita un bocconcino così?», propose. Annusò la ragazza, avvicinando la faccia al collo di Valéry e iniziò a palpeggiarla. La giovane cercò di ritrarsi, inorridita. Lord Baxton, immobile, strinse gli occhi, che divennero due fessure.
«Sei proprio un cretino. Vuoi tacere una buona volta, idiota? Adesso siamo costretti a sbarazzarci anche del damerino».
Lord Baxton guardò la mano di Valéry, stretta intorno alla piccola pistola che la ragazza aveva già fatto scivolare dalla manica, catturò il suo sguardo e le mormorò solo col labiale: “Ora!”.
Valéry chiuse gli occhi, premette forte sul grilletto e fece fuoco, verso il basso, colpendo il suo assalitore a una gamba.
Quello la lasciò immediatamente per toccarsi la ferita e il capo, distratto dallo sparo, fu raggiunto al volto da un pugno micidiale.
«Vai!», gridò David, mentre colpiva contemporaneamente i due aggressori con una terrificante raffica di calci e pugni. «Sali a cassetta e sprona quei dannati cavalli!», le urlò.
«Non ti lascio qui!», strillò Valéry.
«Va’ e fa’ quello che ti dico!», gridò Lord Baxton, che continuava a colpire i due delinquenti ormai tramortiti.
Valéry obbedì, salì alla guida e spronò i cavalli. David raccolse il bastone e la sua pistola e si aggrappò dietro alla carrozza in movimento. La ragazza, certa che lui fosse salito, aumentò l’andatura. Pochi istanti dopo David, passato dal tetto della vettura, le si sedette accanto e, toltele le briglie dalle mani, si mise alla guida, proseguendo quella folle corsa.
Raggiunsero la residenza della duchessa di Ragland qualche minuto dopo. David la fece scendere afferrandola per la vita e la tenne stretta a sé, mentre si guardava in giro circospetto. Gli sembrò che il maggiordomo impiegasse un’eternità ad aprire. Entrarono e David si guardò ancora intorno prima di richiudere il pesante portone.
Prese Valéry per la mano ed entrarono trafelati nel salottino dove le loro madri stavano ancora conversando.
«Che cos’è accaduto?», chiese allarmata Lady Faith, che si era alzata in piedi.
«Ha colpito, vero?», domandò pallida la duchessa, guardando il volto stravolto del figlio.
«Sì», fu la laconica risposta di David.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione