Per il resto del giorno ci evitammo, non sapevo se volutamente o meno, ma a parte qualche sguardo troppo intenso, non scambiammo nemmeno una parola.
Lui aveva avuto una conference call dopo l'altra, io stetti nella mia postazione immersa nel computer.
Alle sei lo salutai e andai a casa.
* * *
«Janet è stupendo! La mamma lo sa già?» urlai al telefono.
«Briciola tu sei la prima a cui lo abbiamo detto.»
«Sarete al settimo cielo.» Non riuscivo a stare ferma sul divano.
«Molto. Quando io e Gianni abbiamo visto il risultato del test, non riuscivamo a crederci. Un bambino. Ti rendi conto?»
«Diventerò zia!» La notizia mi aveva reso effervescente. «Adesso non abbiamo più scuse, dovremo diventare responsabili.»
«Già... sono finiti i tempi delle cavolate, ma è quello che volevamo, davvero.»
«Io non so se un giorno ne avrò il coraggio.»
«Certo che lo avrai, ma lo troverai solo quando incontrerai la persona giusta.»
Fosse facile. «Allora ne avrò di tempo per abituarmi all'idea e quando me ne sarò fatta una ragione sarà troppo tardi, la persona giusta non sarà arrivata e la mia data di scadenza sarà passata da un pezzo.»
La sentii sospirare. «Tu non ti dai una possibilità o almeno non la dai a chi ti sta intorno. Secondo me hai già qualcuno che vorrebbe condividere con te qualcosa di speciale.»
Mia sorella era a conoscenza di qualcosa che ignoravo.
Risposi sconsolata. «Preferisco la clausura a Gianmaria.»
«Io non parlo di quel pallone gonfiato, ti voglio troppo bene per augurarti di vivere tutta la vita con lui.»
Mi ero persa, se non stava parlando di Gianmaria allora...
«Janet aspetta, c'è la scena madre.» La bloccai prima che potesse aggiungere altro.
«Alza il volume, fai sentire anche a me.»
“Ti amo quando hai freddo e fuori ci sono trenta gradi, ti amo quando ci metti un'ora a ordinare un sandwich, amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo. Mi piace che dopo una giornata passata con te, sento ancora il tuo profumo nei miei golf e sono felice che tu sia l'ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo, e non è perché è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della tua vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il prima possibile.[3]”
Citammo le parole a memoria. Il nostro coro finì con un profondo sospiro sognante. Io e mia sorella passavamo intere serate a vedere film d'amore. Eravamo due romantiche, con la differenza che lei aveva trovato un uomo che la guardava come se fosse l'unico essere sulla Terra degno di nota, io, invece, guardavo, sospiravo, ma ero troppo realista per credere che esistessero uomini del genere.
Sentii il campanello della porta trillare. Trasalimmo entrambe.
«Chi bussa a quest'ora?» mi chiese.
«Sarà Alberto, l'appuntamento con la nuova tipa sarà andato male e vorrà consolarsi con una cioccolata calda.» Mi alzai e andai verso la porta.
«Rimango in linea per assicurarmi che non sia un maniaco.»
«E anche se lo fosse che potresti fare? Il tempo di chiamare aiuto lui ha già finito con me.» Sghignazzai. Guardai dallo spioncino e per poco non caddi in terra.
«Cielo! È Christopher.»
«Interessante... Spero solo che il tuo abbigliamento sia consono per ricevere una visita del genere.» Troppo tardi. La mano era già scivolata sulla maniglia e la porta si era aperta.
Il suo sguardo indugiò sulle mie pantofole a forma di Ih-Oh e sull'enorme faccia di Topolino stampata sul pigiamone da notti fredde e solitarie, per non parlare della pelle sopra il labbro arrossata dalla ceretta che avevo appena fatto.
Janet non poteva avvisarmi prima di arrivare alla porta?
«Ti auguro di avere nove mesi di nausee.»
Chiusi la comunicazione con in sottofondo la sua risata e mi concentrai sulla persona davanti a me. Non riusciva a nascondere l'espressione divertita del volto per avermi beccata come uno spaventapasseri, perché della mia mise facevano parte anche gli occhiali da vecchia zitella e il mollettone che teneva alzati i miei capelli a nido d'aquila.
Mi scostai dalla porta per farlo entrare. Per quella sera bastava lui a vedermi in quello stato, avrei lasciato il piacere ai miei vicini per un altro giorno.
«Scusami non volevo disturbarti. Aspettavi visite?» Il tono irriverente mi fece rispondere piccata.
«Mi stavo preparando a una maratona di sesso con un cubano, qualcuna una volta mi ha detto che è un'esperienza da provare assolutamente nella vita.»
Mi guardò con quei suoi occhi come il mare caraibico. «Un cubano?»
«Sì, perché, hai qualcosa contro Cuba?»
Un sorriso beffardo comparve sul suo viso. «No, per carità!»
Rimanemmo qualche secondo in silenzio a studiarci in piedi nel mio ingresso.
Con la mano gli feci segno di accomodarsi. Titubante entrò in salotto dove in televisione scorrevano ancora i titoli di coda del DVD, sul tavolino in bella vista c'era una scatola di cioccolatini.
«Serata di consolazione?»
Gli mostrai il telefono parlando in tono pungente. «Serata tra sorelle.»
«Scusa, non sarei dovuto venire.»
«Infatti. Se tu fossi un po' sano di mente non saresti venuto da me a quest'ora, sapendo di trovarmi in versione spaventapasseri.»
Che cattiveria gratuita!
Si girò per andare verso la porta, lo bloccai afferrandogli un braccio.
«E no! Non è così che funziona. Dimmi cosa ti porta da me a quest'ora? Ormai non ho più niente da nasconderti.» Feci scorrere una mano lungo il mio corpo.
«Niente d'importante, adesso va meglio.» Nel suo viso c'era un'espressione imbarazzata.
«Christopher!» gli intimai.
Abbassò gli occhi e si decise a parlare.
«Il silenzio in casa, le cose di Paco ancora in giro, non so... mi sono sentito tutto d'un tratto malinconico.» I suoi occhi bassi e il tono di voce cupo mi strinsero il cuore. «Ma dopo averti vista conciata così, credo che riderò per un mese al pensiero.»
Gli diedi un pugno sul braccio. «Lo sanno tutti che sono un antidepressivo naturale.»
«D'ora in poi ti chiamerò Prozac.» Sembrava avere ritrovato il suo solito sarcasmo e soprattutto la risata.
Preparai un tè per entrambi, poggiai le tazze sul tavolino e mi sedetti sul divano facendo segno di mettersi accanto a me. Presi la scatola e gli porsi un cioccolatino.
«Non mangio dolci dopo le dieci di sera.»
Lo guardai strabuzzando gli occhi. «Ci credo che sei depresso.»
A tradimento gli ficcai un cioccolatino in bocca nel momento in cui stava ribattendo, scoppiammo a ridere entrambi.
Forse non fu un'idea felice perché il contatto con la sua bocca mi provocò una strana sensazione allo stomaco. I suoi occhi, un attimo prima sorridenti, erano fissi sui miei, feci finta di sistemarmi sul divano aumentando la distanza tra noi.
Quell'uomo in casa mia era pericoloso, e io ero in astinenza da troppo tempo e lui troppo bello per sapergli resistere.
«Cosa stavi guardando?»
La sua domanda innocente mi distolse dai pensieri indecenti sulla sua felpa troppo aderente.
«Un film, parlando con mia sorella, diventerò zia!»
«Fantastico! Sarete tutti al settimo cielo.»
«Credo di sì, cioè ancora devo elaborare bene la notizia, sai com'è un bambino urlante ha sempre i suoi lati negativi e io non credo di essere pronta al ruolo di zia.»
«Perché?»
Che cavolo di domanda era?
«Beh... le responsabilità... dovrò mettere la testa a posto.»
«Non sei mica la madre.»
Colpita e affondata.
«È vero, ma conoscendo mia sorella non mi relegherà al ruolo di zietta passiva.»
«La cosa ti spaventa?»
«Non è paura...» Riflettei per qualche istante. «Boh! Non so nemmeno io cos'è?»
«Ti piacciono i bambini?»
Allarme rosso! Quella era la classica domanda a trabocchetto degli uomini.
«Diciamo che non ci ho mai pensato seriamente.» Mi guardai le mani.
«Perché? Quanti modi ci sono per pensarci?»
E io che ne sapevo? Il discorso stava prendendo una strana piega. Alzai le spalle senza sapere cosa rispondere.
«Io spero di avere dei bambini. Mi ricordo ancora quando è arrivata Samantha in casa. Era così piccola, delicata, sembrava un angelo.»
La morte di Paco doveva averlo scosso più di quanto pensassi. Dov'era finito l'uomo gelido che si era presentato in ufficio sei mesi prima?
Di una cosa però dovevo dargli atto, tutto quel parlare di bambini aveva spento i miei ormoni fino al risveglio dal letargo della prossima primavera.
Nel silenzio sentii uno strano rantolo arrivare dal suo stomaco. Lo guardai con aria interrogativa.
«È la mia pancia, non ho mangiato niente a cena.»
«Perché non me lo hai detto?»
Mi alzai e mi diressi in cucina. Ai fornelli non ero un vero e proprio asso, avevo dei piatti che mi riuscivano meglio di altri, soprattutto i primi, inoltre ero la regina della carne macinata. Le mie polpette erano leggendarie.
Dal frigo presi una confezione di carne, il grana e gli altri ingredienti che misi dentro una ciotola. Iniziai a mescolare e lo sentii arrivare.
«Cosa stai combinando?»
«Sto cucinando.»
Lui mi guardò sbigottito. «Bastava un panino.»
Lo guardai seria. «Uno di un metro e ottanta come te, cosa se ne fa di un panino con la fame che avrai?» Era una delle battute preferite di mia nonna.
Buttai gli spaghetti dentro la pentola, le mie polpette scoppiettavano insieme al sugo. Presi un cucchiaino e assaggiai il sugo. Perfetto, come sempre.
«Sembra che te la cavi.»
«Non sono uno chef, ma qualcosa so fare.»
Apparecchiai solo per lui. Gli misi il piatto davanti e mi sedetti di fronte a guardarlo mangiare. La sua bocca emetteva mugolii di piacere.
Sapevo che con quel piatto non avrei sbagliato.
«È ottimo, e tu sei molto ospitale.»
«Sei sorpreso?»
Mi guardò per un attimo, inghiottendo il boccone. «No, tu sei una persona speciale. A volte mi sorprendo che tu non abbia accanto un compagno.»
Ingoiai a vuoto. «Le relazioni non sono una cosa semplice. A volte investi tutta te stessa per poi accorgerti che il tuo lavoro è stato a senso unico, due binari separati che corrono l'uno accanto all'altro e che non s'incontreranno mai.»
Parlò con la bocca piena. «Già.» Finì di masticare e ingoiò. «Facciamo un patto, se tra dieci anni nessuno dei due ha una relazione ci sposiamo.»
Sgranai gli occhi incredula.
«Ci prendiamo due cani e viviamo insieme prendendoci in giro e viaggiando intorno al mondo.»
«Sei serio?» Qualche ingrediente che avevo utilizzato doveva essere scaduto.
«Perché no? Almeno sapremmo cosa aspettarci l'uno dall'altra.»
La mia bocca stava sfiorando il pavimento. Lui mi guardò scoppiando a ridere.
«Smettila di prendermi sempre in giro!»
«Non riesco a resistere, e tu ci caschi sempre, facendo quell'espressione terrorizzata.»
Presi un pezzo di pane e lo tirai in direzione della sua faccia, zittendolo.
Il piatto era vuoto da tempo. Mi aiutò a sparecchiare e caricare la lavastoviglie.
«Adesso è meglio che vada. Grazie e scusami per il disturbo.»
Ok, se non lo avessi detto me ne sarei pentita, ma sapevo che mi sarei pentita lo stesso nel momento in cui lo avrei detto.
«Resta qui.»
I suoi occhi si allargarono sorpresi.
«Non ho una camera degli ospiti, ma il divano diventa un comodo letto.»
«Sei gentile, ma non posso dormire da te per sempre, devo solo abituarmi.» Agganciò i suoi smeraldi ai miei occhi azzurro cielo. «Avevo solo bisogno di vedere una persona... amica.»
Voi cosa avreste fatto al mio posto? Io lo abbracciai stretto a me, facendomi invadere dal profumo di sole e di mare.
Maledizione!
Le sue mani erano al centro delle scapole, le braccia mi avevano avvolto. I nostri cuori battevano impazziti all’unisono. Restammo qualche secondo in quella posizione stretti in un abbraccio che non aveva né fine e né inizio: desiderai che non si staccasse più. Mi diede un bacio sulla fronte, intenso, dolce. Sospirammo entrambi. Si sciolse da me andando verso la porta.
«Sai qual è la cosa più strana tra noi?»
Lo guardai senza risposta.
«Che nessuno dei due la trovi veramente bizzarra.» Più criptico di così.
Lo disse prima di sparire dentro l'ascensore, quelle parole rimbombarono nella testa per tutta la notte.
Che cosa aveva voluto dire con quella frase? Si sa che noi donne in fatto di seghe mentali abbiamo il Guinness dei primati, ma per una volta ero a corto di spiegazioni.
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