Scritto il 15/07/2026
da PITTI DUCHAMP


Sara

 

Mi ha fatto indossare un abito da sera di paillettes, aderente e corto che si impiglia ai capelli sciolti. Finge che questo non sia un sequestro ma un appuntamento, è un folle e io non so come contrastarlo se non assecondando la sua pazzia. Temo il momento in cui pretenderà un dopo cena e allo stesso modo spero che Seba non sia così caparbio da venirmi a cercare. Non sopporterei che gli facesse del male per colpa mia.

«Non hai fame mia cara?» Mi domanda mentre lui mangia le polpettine di sushi con gusto.

Scuoto la testa tenendo lo sguardo fisso sul tovagliato.

Morirò in questo piccolo appartamento anonimo di una grande città. Avevo tanti sogni, volevo giocare in nazionale, partecipare a un’Olipiade. Volevo vincere una champion’s league e poi avere figli, e un uomo che mi amasse.

Perché è successo questo proprio a me?

«Non ti piace il cibo?» mi domanda. Scuoto di nuovo la testa e piagnucolo. Mi sento patetica ma non so come altro reagire.

«Forse è la compagnia che non gradisci?» mi provoca in tono minaccioso. Io alzo la testa, lo odio con tutto il cuore. Un odio che per un momento di incoscienza supera anche la paura.

«Non so come tu possa pensare che mi faccia piacere essere obbligata contro la mia volontà a fare queste cose.»

«Infatti.» mi dice asciugandosi la bocca dopo aver bevuto «Dovresti essere più accondiscendente, sarebbe tutto più semplice, mia cara.»

«Mi fai schifo» oso dirgli e subito mi pento. Non sono nella posizione di sfidarlo.

Lui si alza di scatto e mi tira uno schiaffo fortissimo. Rovino dalla sedia sul pavimento tirandomi dietro il piatto, le posate e un bicchiere che si rompe. Una bolla di sangue mi scoppia in bocca e il sapore rugginoso mi invade la gola. Non faccio in tempo a voltarmi che lui mi è addosso, sul pavimento. Provo a lottare ma è animato da una forza triplicata. Al primo schiaffo ne segue un altro, e poi un altro. E poi un altro. Mi sta a cavalcioni addosso, non posso muovermi e al primo pugno ormai sono certa che mi ucciderà a botte.

Mi aspetto il secondo pugno, sono stordita dalle botte e lui ne approfitta per strapparmi il vestito. Urlo, grido ma la voce non mi esce chiara e potente. Solo gemiti deboli. Le sue mani sui seni, tra le gambe, sul collo a togliermi l’aria. Non posso fare niente, sono in suo potere.

Mentre è occupato a strapparmi gli slip io riesco ad allungare la mano su una forchetta tagliandomi le mani con i vetri del bicchiere e con il briciolo di energie che mi è rimasto, gli conficco i rebbi appuntiti in un braccio.

Lui grida sorpreso. Io tengo la forchetta e affondo un’altra volta sul fianco bucandolo. Lui rotola via da me e io mi precipito alla porta. È chiusa e allora mi sbraccio dalla finestra «Aiuto! Aiuto! Aiutatemi!» adesso la voce è intensa ed efficace e giù per strada, nel parcheggio, Sebastiano sta scendendo dalla macchina. Corre verso il portone mentre lui si rotola ancora per terra in una pozza di sangue che si mischia a quella del coniglio. Riesco ad aprire l’ingresso del condominio avventandomi sul pulsante del citofono e subito sento i passi pesanti sulle scale.

Seba da un paio di spallate ben assestate e la porta, chiusa a incastro vista la mancanza della serratura, si apre sotto l’impeto della sua preoccupazione. Lo abbraccio, piango di angoscia e sollievo mischiati. E d’amore.

 



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