Nobody said it was easy It's such a shame for us to part
Nobody said it was easy
No one ever said it would be this hard
- Coldplay -
Sono a New York da meno di una settimana e odio ammetterlo ma le cose non stanno andando molto bene. Questa città è enorme e non pensavo fosse così complicato cercare di fare la differenza.
Le persone m’ignorano perché sono troppo prese dalla loro vita frenetica. Qui tutti corrono, corrono in continuazione.
Come possono notarmi se nemmeno si accorgono della mia presenza?
A Kenton mi conoscevano tutti. Non avevo il tempo di uscire da casa, che subito quattro o cinque persone si avvicinavano per salutarmi e chiedermi come stavo. Nella Grande Mela non funziona così. Nemmeno il padrone dell’appartamento in cui vivo ha voglia di scambiare quattro chiacchiere con me. Non ha tempo perché ha un ristorante da gestire. È stato, però, perentorio: il primo di ogni mese vuole i soldi dell’affitto.
Per dirmi quello il tempo l’ha trovato.
Ho fatto bene a pagare due mesi di anticipo così posso ambientarmi, farmi degli amici e trovare un posto di lavoro che mi consenta di mantenermi ma che non mi allontani molto dall’obiettivo. Sono venuta qua per fare l’attrice, per cantare o meglio ancora per trovarmi un lavoro che mi permetta di fare entrambe le cose, come far parte di qualche musical. È questo il mio sogno.
E allora perché ogni sera mi addormento piangendo?
Mi manca Zoe, mi manca mia madre, mi manca la mia casa, mi manca la vita tranquilla di paese. E mi manca papà, tantissimo. Per fortuna c’è un momento della giornata in cui riesco a stare bene e cioè quando prendo
l’ukulele tra le mani, accarezzo e poi pizzico le corde che molti anni prima ha sfiorato anche lui, e inizio a cantare. È quasi sempre la stessa canzone e cioè “The Scientist” dei Coldplay. La suono a ripetizione e le mie dita non faticano perché conoscono ogni accordo a memoria. Il mio cuore, al contrario, non riesce a non ferirsi cantando quelle strofe e non perché la canzone sia triste, ma perché ora racchiude un significato diverso. Una parte di me vorrebbe tornare indietro. Tornare a quando tutto era facile, anche se so che sarebbe un errore madornale.
La metropolitana si ferma e per un attimo la mia mente accantona ogni pensiero e si concentra, giusto in tempo per rendermi conto che è proprio qui che devo scendere. Non potendo permettermi un’auto ho dovuto fare l’abbonamento mensile per muovermi con i mezzi pubblici. Non è poi così male, visto il traffico infernale che c’è a ogni incrocio, soprattutto nelle vie più affollate di turisti. Con la metro riesco a spostarmi in fretta e risparmio tempo.
Sguscio fuori e risalgo in fretta le scale, spuntando direttamente di fronte a Central Park. Mi volto lasciandomi alle spalle quell’immensa distesa verde che
non ho ancora avuto tempo di visitare e attraverso la strada. Recupero dalla borsa la lista d’indirizzi che ho preparato e spunto con la penna il quinto. Sono tutte agenzie che si occupano di talenti. Le prime quattro sono state un buco nell’acqua epocale. Che sia la volta buona? Non credo, ma da qualche parte devo pur cominciare e non posso di certo presentarmi in teatro a Broadway e dire: “Eccomi, sono la vostra nuova stella”.
Mi riderebbero in faccia.
«Dai Kimberly, pensa positivo» sussurro provando a incoraggiarmi una volta arrivata di fronte alla sede della Lexar Management. Fisso per alcuni minuti la grande porta in vetro del palazzo, tanto da attirare l’attenzione della guardia all’interno che mi scruta con aria circospetta.
«Deve entrare?» mi domanda all’improvviso un tizio alle mie spalle. Mi pietrifico, super imbarazzata per la figuraccia che ho appena fatto e, prima di rispondere, mi schiarisco la voce per tre volte, anche se ho la salivazione completamente azzerata.
«Sì, dovrei entrare».
«Perfetto, allora mi segua».
Mi sposto di lato quel tanto che basta da permettere al tizio di sorpassarmi. Lo osservo mentre con il badge apre magicamente l’enorme porta e guadagna l’atrio del palazzo. Si ferma a parlare con una ragazza bionda e altissima che avrà all’incirca la mia età, poi si avvicina alla guardia e gli sussurra qualcosa all’orecchio, tanto da portare quest’ultima ad annuire. Nel frattempo, rimango immobile, con tutti gli sguardi dei presenti puntati contro. Smetto anche di respirare per paura di fare rumore e attirare ancora di più l’attenzione. Il tizio che mi ha fatto entrare alla sede della Lexar Management mi raggiunge di nuovo e i miei occhi per la prima volta si posano sul suo viso. È abbronzato, sembra appena tornato da una vacanza al mare e le sue iridi chiare hanno lo stesso colore del cielo primaverile. È completamente calvo e la sua prestanza fisica non gli fa dimostrare gli anni che suppongo abbia e cioè una cinquantina d’anni all’incirca, l’età di mia madre o forse poco più.
«Lì c’è la reception, Janine le fornirà tutte le informazioni che le servono. E la prossima volta suoni pure, le giuro che qui dentro sembriamo squali, ma siamo tutti innocui, o almeno credo».
Mi sorride e poi mi volta le spalle, raggiungendo
l’ascensore che c’è oltre la reception.
«La ringrazio» dico a voce alta, attirando una sua ultima occhiata.
Ricomincio a respirare e mi avvicino a Janine che sì, mi sta sorridendo, ma in modo strano, come se avesse intuito il motivo della mia presenza.
«Come posso esserle utile?»
«Ciao, Janine» la saluto usando il suo nome e dandole del tu. La cosa non le piace. Perché me ne sono accorta? Semplice, il finto sorriso è sparito e ora il suo volto è serio e mi terrorizza.
Al diavolo, è solo una segretaria, no?
«Sono Kimberly West».
«Ha un appuntamento?»
«No, sono qui perché volevo lasciare questa. Contiene un DVD, un CD e il mio curriculum».
Tiro fuori dalla borsa una delle buste che ho preparato. Ci sono una decina di canzoni tratte da musical e alcuni brani recitati.
«Sono un’attrice e so anche cantare, mi piacerebbe lavorare con la Lexar Management. Sono disposta anche
a recitare dal vivo, magari per qualche provino, e mi accontento anche di piccole parti».
La segretaria scuote la testa. Il telefono inizia a squillare ma lei preme un pulsante e lo fa smettere.
«Non è così semplice. Non sono autorizzata a ritirare nessun tipo di materiale».
«Oh, ma non c’è problema. Le posso firmare una
liberatoria, insomma quello che serve».
«Non funziona così. Non ha un appuntamento e non posso prendermi questo tipo di responsabilità».
«Responsabilità? Oddio, ma non è un’operazione a cuore aperto. È solo una busta che giuro non contiene materiale volgare, compromettente o esplosivo».
Provo a fare la simpatica, ma il muro di cemento armato che ha innalzato la tizia di fronte a me, non si scalfisce.
«Mi dispiace…»
«Okay… Allora mi dia un appuntamento».
«Non posso fare nemmeno questo. Senza un agente che la rappresenta non può incontrare nessuno».
Un sospiro frustrato esce dalla mia gola. La segretaria si guarda intorno spazientita e poi torna a fissare me.
Ricomincia a parlare, questa volta dandomi anche lei del tu, come se mi conoscesse da anni.
«Sai quante attrici e cantanti ci sono a New York? Hai idea di quanti artisti talentuosi sono stati messi alla porta? Tutte persone con agenti famosi alle spalle, agenti che si fanno pagare un mucchio di soldi. Voglio darti un consiglio e spero per te che lo ascolterai. Lascia stare questo mondo. È complicato, pieno di persone meschine e non è per tutti. E soprattutto non è per persone ingenue o fragili».
Incasso a fatica il pugno allo stomaco verbale che mi ha appena dato e indietreggio di qualche passo. Ammetto che mi sento fragile almeno dieci volte al giorno, ma non ho mai pensato neanche una volta di essere ingenua.
Mi volto verso l’uscita e mi accorgo che la guardia è rimasta nei paraggi, forse per paura che potessi iniziare a fare la pazza. La raggiungo e sorrido come una stupida, alzando le spalle.
«Non si preoccupi, non ho intenzione di crearle problemi, sono una brava ragazza». Ho ancora tra le mani la busta che stringo per qualche istante prima di prendere una decisione creativa. La apro, tolgo il mio
curriculum e poi gliela porgo. «Tenga, gliela regalo. Contiene anche un CD con incise alcune canzoni. Lo ascolti tornando a casa oppure lo dia a sua moglie».
La guardia prende la busta ma non dice nulla, però sul suo volto compare un sorriso sghembo.
Oltrepasso la porta di vetro e prima che qualche lacrima inizi a inumidire il mio viso, riesco a uscire dalla Lexar Management.
E se avesse ragione lei? Ormai sto collezionando una delusione dietro l’altra. Certo, sapevo che non sarebbe stato facile, che non avrei dovuto solo schioccare le dita per far fioccare offerte di lavoro, ma non mi sarei mai aspettata tutte queste porte in faccia.
Recupero ancora nella borsa il foglio con gli indirizzi e leggo i nomi scritti. Che senso ha continuare? Ora ho troppo il morale sotto i piedi e non riuscirei a sopportare altre delusioni. Controllo l’ora sullo schermo del cellulare e quando mi accorgo che sono quasi le cinque del pomeriggio, mi rendo conto di non aver nemmeno mangiato.
Attraverso la strada e mi dirigo a Central Park. Davanti a uno degli ingressi trovo un baracchino che
vende hot-dog. Ne compro uno e, mentre lo gusto come se fosse il cibo più buono del mondo, mi addentro nel parco, seguendo il passo lento di alcuni turisti.
Oh, Kimberly, e se venire in questa città fosse stato un errore madornale?
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