QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 4 di 31

Scritto il 17/06/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


And when the night is cloudy, There is still a light that shines on me,

Shine on until tomorrow, let it be.

- Beatles -

 


 

Ho deciso: Central Park è ufficialmente il mio posto preferito. Camminare stando così a contatto con la natura mi ha risollevato un po’ l’umore. L’autunno è alle porte e su alcuni alberi il fogliame sta già cambiando colore, abbandonando il verde accesso e mutando verso il rosso e l’arancione. Tra qualche settimana potrò ammirare la splendida cornice multicolore che solo la natura è in grado di creare.

Ho finito di mangiare l’hot-dog e ho giusto il tempo di gettare la carta nel cestino prima di notare che, poco più

avanti, una folla si è riunita in quella zona del parco. Mi avvicino a loro e pochi istanti dopo, trasportate dalla leggera brezza, sento le note di una canzone e la voce di qualcuno che sta cantando. Un cartello verde mi fa capire dove mi trovo e cioè al Strawberry Fields Memorial, l’area di Central Park dedicata alla memoria di John Lennon. Mi faccio largo tra le persone presenti che aspettano di fotografare il mosaico con scritto “Imagine” e vado direttamente dall’uomo che sta suonando la chitarra seduto sulla panchina. Ha l’aria dismessa ma il volto totalmente rilassato. I nostri sguardi s’incrociano, annuisco e gli sorrido, tirando fuori un dollaro e depositandolo nella custodia della chitarra. Lo ascolto cantare per diversi minuti e mi accorgo che lui e io, nonostante siamo due perfetti estranei, abbiamo una cosa in comune: la gioia che solo la musica riesce a farci provare. Spinta da un impulso decido di sedermi accanto a quell’uomo e inizio a cantare insieme a lui. La canzone è ovviamente dei Beatles, in particolare si tratta di “Let it be”. La conosco bene perché sono cresciuta a pane e musica. In casa nostra la televisione era più che altro un soprammobile, preferivamo accompagnare le nostre

giornate mettendo su un disco dietro l’altro. I miei genitori ne hanno una bella collezione che ora mia madre custodisce gelosamente.

Le nostre voci si amalgamano e in un attimo creiamo un bel duetto che attira ancora più persone e che fa aumentare le donazioni. Quasi mi dispiace quando l’uomo che mi sta di fianco, suona gli ultimi accordi che fanno finire la canzone. Come previsto ne comincia subito un’altra, sempre dello stesso gruppo, ma io decido di alzarmi dalla panchina e andare via. Ci scambiamo un sorriso e prima di girargli le spalle e allontanarmi lo vedo farmi l’occhiolino.

Distanzio la folla e seguo la strada senza una meta precisa. Cammino un bel po’, guardandomi spesso intorno. Noto alcuni scoiattoli girovagare nell’erba. Scavano e sgambettano con le loro lunghe code e i loro musini buffi che mi fanno ridacchiare. Starei ore a guardarli ma a malincuore li saluto. Non posso di certo rimanere qui fino a stasera, non ho mai preso la metropolitana con il buio. Ricomincio a camminare e sto ancora canticchiando mentalmente la canzone dei Beatles, ripensando agli ultimi anni della mia vita,

quando, non so come, vado a sbattere contro qualcuno. Finisco con il sedere sull’asfalto e sento da subito un forte dolore al coccige.

«Ahia, porca mis…» l’imprecazione mi muore sulle labbra appena la persona che mi ha scaraventato per terra si china verso di me.

«Scusa, non ti avevo visto. Stai bene?»

La sua voce è bassa, profonda e molto calda e io mi ritrovo a deglutire senza motivo. Sollevo il viso ma non riesco a vedere con chiarezza il suo perché il sole batte sulle sue spalle, mettendo la parte anteriore del corpo in ombra. E, come se questo non bastasse, alcuni raggi riescono lo stesso a oltrepassare il suo corpo e ad accecarmi.

«Sto bene. Ho solo sbattuto il sed… la schiena» replico, correggendomi subito. Non posso di certo parlare del mio sedere a un perfetto estraneo. Provo a rialzarmi da sola ma lui prontamente allunga una mano verso di me e afferra il mio gomito. Mi solleva senza sforzo e un attimo dopo siamo l’uno di fronte all’altra.

Ed è proprio in questo momento che smetto di respirare.

Il tizio che mi sta di fronte è… non riesco a definirlo. Non esiste una parola logica che possa descriverlo. Bello? Troppo banale. Stupendo? Già usata troppe volte. Sexy? È riduttivo. Forse potrei inventare io una parola che possa rappresentarlo, per esempio… sexypendo! Be’, non male come nuovo vocabolo, forse un po’ complicato da pronunciare ma visto che non lo dirò mai a voce alta e rimarrà solo il frutto della mia folle mente, direi che va più che bene.

Abbasso lo sguardo e lo osservo meglio. Indossa un paio di scarpe da ginnastica e una tuta color navy, tutto di un noto marchio sportivo che non costa poco. Stava di sicuro correndo, anche se non ha l’aspetto sudaticcio e trasandato che avrei al suo posto, anzi. È un figo assurdo e non solo perché è alto e muscoloso, ma perché ha un’aura che lo rende incredibilmente interessante. Sa di essere bello, tuttavia non credo che gli importi più di tanto. Con lo sguardo risalgo verso il suo viso ricoperto da una barba corta che non copre per niente le labbra carnose e rosee. All’improvviso i suoi occhi grigi si legano ai miei e così smetto di analizzare ogni centimetro di lui. Mi mordo la lingua ed evito di far emergere

l’imbarazzo quando mi rendo conto che siamo in silenzio da diversi minuti e che lo sto fissando come se fossi una pazza.

«Io… ora vado» provo a superarlo, sorridendo, anche se vorrei sprofondare. Che mi è saltato in mente? L’ho ispezionato e chissà con che sguardo! Magari avevo anche la bava alla bocca. Oddio, che figuraccia tremenda.

«Aspetta, non scappare. Vieni, ti offro un caffè al chiosco. È il minimo che possa fare per chiederti scusa di averti scaraventato sull’asfalto».

«Non c’è bisogno, davvero. È stata anche colpa mia, avevo la testa da un’altra parte».

«Fammi indovinare, problemi di cuore?»

«No, sei fuori strada. Non ho tempo per quelle cose. Sono a New York da quasi una settimana e ancora non ho uno straccio di lavoro, e se non voglio finire in qualche bar a fare la cameriera, devo sbrigarmi a trovarne uno, anche perché i soldi che ho risparmiato in quest’ultimo anno non sono infiniti e…» smetto di parlare e passo la mano destra prima sugli occhi e poi sulla bocca.

Ma che diavolo sto facendo? Racconto tutti i fatti miei a un estraneo?

«Potrei darti una mano…»

«Cosa? No, no, me la cavo da sola. Non so neanche perché ti ho detto queste cose, nel cadere devo aver battuto la testa. Ora, se vuoi scusarmi…»

Gli volto le spalle ma mi rigiro subito perché lo sento ridere.

«Sei davvero buffa, lo sai?» dice, passandosi le dita tra i capelli che sono corti ai lati e più lunghi nella parte alta. Evito di offendermi perché non è la prima persona che mi fa notare questa cosa, anche Zoe mi ha ripetuto più volte che alcuni miei atteggiamenti la fanno sbellicare. «Dai, seguimi. Il caffè più buono di Central Park lo fanno in un chiosco non troppo distante».

Comincia a camminare e io gli vado dietro. Lo so, sono una stupida, non lo conosco e in più non è detto che debba per forza fidarmi di lui solo perché è sexypendo. Sono in una città nuova, piena di gente diversa da quella che ero abituata a frequentare. Non sono più a Kenton, dove lo strano della città si riconosce anche da lontano.

E se fosse un delinquente che sta cercando di conquistare la mia fiducia per poi colpire e lasciarmi inerme?

«A cosa stai pensando?» mi domanda affiancandomi.

«Io? A niente» scuoto la testa, allontanando la mia paranoia. Berrò il caffè e poi ognuno proseguirà per la sua strada e non lo rivedrò più.

«Pensavo stessi rimuginando. Il tuo sguardo è cambiato, ora è più diffidente».

«Non sono diffidente, ma credo sia normale stare in guardia. Non ti conosco però ti sto seguendo chissà dove».

«Certo e nel frattempo stai analizzando la situazione cercando di capire se sia giusto darmi fiducia o se faresti meglio ad allontanarti da me il prima possibile».

«Cosa sei, uno psicologo o un indovino?»

«No, sei fuori strada» replica, ripetendo le stesse parole che ho pronunciato io poco fa. Un sorriso sghembo compare sul suo viso ma sparisce un istante dopo. Attraversa la strada e raggiunge un chiosco simile a quello dove ho preso l’hot-dog. Lo fisso mentre ordina due caffè e si volta subito dopo, porgendomene uno.

«Spero ti piaccia nero, con un cucchiaino di zucchero.

Di solito lo prendo così».

Mi avvicino a lui e annuisco. Sa già troppo di me e così evito di dirgli che il caffè non mi piace molto e che se proprio sono obbligata a berlo, lo preferisco macchiato e molto, molto dolce.

«Hai detto che sei in città da poco, giusto?»

«Sì», replico camminando al suo fianco. Stiamo raggiungendo le panchine che costeggiano la via che porta a uno dei laghetti presenti nel parco. Il sole sta calando troppo in fretta e tra circa un’ora tramonterà. Devo tornare a casa, ma una parte di me vuole continuare a stare con lui.

«E da dove vieni?»

«Delaware».

«Non ci sono mai stato».

«Non ti perdi niente».

«Io sono nato qui e ho sempre vissuto in questa città».

«Sei fortunato».

«E tu sei evasiva. Non hai proprio voglia di parlare con me oppure in Delaware c’è un’educazione severa e i

tuoi genitori ti hanno insegnato a non dare retta agli sconosciuti?»

«Nessuna delle due. Solo che preferirei sapere il tuo nome prima di rivelarti il mio segno zodiacale, il gruppo sanguigno e a che ora mi sveglio la mattina. Tu che dici?»

Ride e nel farlo i suoi occhi diventano lucidi.

«Hai ragione. Credo che lo scontro abbia avuto conseguenze anche per i miei modi poco gentili. Sono Marcanthonee, piacere di conoscerti» allunga la mano libera verso di me e per stringerla con la mia sposto il bicchiere di carta da una parte all’altra, rischiando di farlo rovesciare.

«Marcanthonee… wow, che nome imperioso».

«Già. Mio padre ha voluto da subito mettere in chiaro che tipo di persona si aspettava che diventassi e cioè un combattente pieno di virilità. È questo il significato del mio nome».

Il suo tono di voce si fa sprezzante e deduco da questo che non sia in ottimi rapporti con lui, così evito di fargli domande.

«Io sono Kimberly West».

«E vieni dal Delaware».

«Esatto».

«E sei a New York perché…»

Le nostre mani sono ancora unite. Abbasso lo sguardo e le osservo, notando il suo pollice che accarezza il mio dorso. Che mi succede? È la prima volta che mi capita una cosa così.

«Devo ancora capirlo» rispondo, evitando di proposito di dirgli che sono un’attrice e una cantante e che il mio desiderio più grande è di lavorare a Broadway. Non so perché ho deciso così o forse sì. Ho già preso abbastanza colpi oggi e almeno con lui voglio proteggere il mio sogno.

«Mmmh. Stai mentendo. Hai l’aria di una che ha già

le idee chiare».

«Be’, sì, anche se non tutte».

«Però sai già che non vuoi fare la cameriera, questa è

un’ottima partenza».

Abbozzo un sorriso mentre sfilo con urgenza la mano dalla sua stretta. Lui lo nota, ma non dice nulla.

«E tu? Che fai nella vita a parte correre a Central Park? Sei un atleta?»

«No, no. Corro solo per tenermi in forma e quando ho bisogno di pensare. Purtroppo, lavoro con mio padre e credimi preferirei fare il cameriere piuttosto che doverlo sopportare ogni giorno».

Sbuffa un sospiro e finisce di bere il caffè, lanciando poi il bicchiere nella spazzatura, centrandolo in pieno.

«È colpa sua se ti sono venuto addosso. Ho sentito il telefono vibrare nella tasca e anche senza controllare, so già che troverò le sue chiamate. Mi sono innervosito e anche distratto. Il resto lo sai».

«I genitori a volte sono insopportabili, però ho imparato a non prendermela perché se si comportano così, c’è una ragione. Non immagini cosa darei per litigare ancora una volta con mio padre».

Mi mordo il labbro e nascondo dietro un finto sorriso la ferita che, appena la sfiori anche solo con un sospiro, ricomincia a sanguinare.

«Kimberly…»

«Va tutto bene, non potevi saperlo».

«Già». Marcanthonee si alza in piedi e afferra di nuovo la mia mano. «Vieni con me».

Lo seguo ancora e mentre lo faccio, mi maledico.

Che diavolo mi sta succedendo? Perché gli sto dando tutta questa confidenza?

Mi trascina per qualche metro e poi si ferma, proprio sopra a un piccolo ponte sospeso sul lago.

«Questo è uno dei posti che preferisco. Ogni tanto vengo qua e passo ore a guardare la superficie del lago. Quando non c’è vento è uno specchio perfetto che riflette ogni cosa. Così riesco a ricordare mia madre senza stare male. Anche lei non c’è più, sono passati quasi quindici anni. Ero solo un ragazzino tredicenne quando se n’è… andata».

«Oh…» riesco a sussurrare, ma lui m’interrompe e

continua a parlare.

«Guarda l’acqua. Manifesta i nostri riflessi ma nasconde le nostre emozioni». Fisso il lago e vedo l’immagine dei nostri volti. «Tutti credono che alcune emozioni si leggano anche sul viso, soprattutto quelle forti come il dolore o l’amore, ma non è così. È finzione perché solo l’anima è in grado di comprendere e rivelare quelle vere».

«Dunque siamo tutti attori?» gli domando inconsciamente.

«Esatto. Attori in un mondo manovrato dall’orgoglio e

dalle assurdità».

«E cosa suggeriresti di fare per non essere inghiottito da tutto questo?»

«Vivere. Vivere senza preoccupazioni inutili, senza rimpianti e ripensamenti. Vivere senza trovare scuse».

«Fosse facile…»

«È più facile di quello che sembra, fidati».

«Credi davvero che vivere in questo modo possa far

bene all’anima?»

«Ne sono convinto. E credo che quando si muoia o si perde la capacità di rimanere su questa terra, l’anima finisca in un enorme lago pieno d’acqua che, in base al vissuto, la accoglie in maniera differente, trascinandola nell’oscurità o inondandola di luce. Tu cosa preferisci il buio o la luce?»

«La luce, ovvio…»

«Euripide ha detto: Nessuno può dire con certezza che domani sarà ancora vivo. E questa è diventata una delle massime che seguo ogni giorno. Perché rimandare qualcosa che vuoi fare solo perché la logica te lo

impedisce? Bisogna divertirsi, vivere esperienze nuove,

rischiare di più… non sei d’accordo?»

«Euripide aveva ragione e anche tu ne hai, solo che io non sono abituata a vivere così. Non è la mia natura».

«La natura di una persona si può cambiare. Guardati intorno, Kimberly. Anche ciò che ci circonda cambia in continuazione».

Sposto lo sguardo da una parte all’altra del parco e mi rendo conto che le parole di Marcanthonee, che fino a un attimo fa credevo folli, non sono sbagliate. Tutto è in costante mutamento, perché non dovrei unirmi anch’io?

Continuiamo a parlare per quasi un’ora, rimanendo sul ponte a osservare la natura che ci circonda. Alla fine, gli ho raccontato altre cose che mi riguardano, stando attenta a non entrare troppo sul personale.

Gli ho parlato di Zoe e della nostra amicizia, del padrone di casa che di me apprezza solo i soldi dell’affitto e anche delle cose che mi piacciono di New York. Non ho nominato la musica e un po’ mi dispiace perché è una parte fondamentale della mia vita. Ho creduto che, parlarne, mi avrebbe esposto troppo e nonostante tutto il bel discorso sul rischiare di più, non

sono ancora pronta per farlo con una persona che conosco appena.

«E perché Zoe non si è trasferita con te?»

«Eh, no, basta! Ho risposto a troppe domande, ora tocca a me fartene qualcuna».

Non faccio in tempo a finire la frase che il suo telefono comincia a vibrare con insistenza. Marcanthonee prova a ignorarlo ma questo, appena smette, ricomincia imperterrito.

«Devo rispondere, scusa».

«Tranquillo, nessun problema» replico con fin troppo dispiacere, guardando la sua schiena mentre si allontana un po’.

«Che cosa c’è?» lo sento dire ringhiando contro lo smartphone, poi il suo tono si abbassa, impedendomi di captare altre parole. Meno di un minuto dopo è di nuovo di fronte a me.

«Lo sapevo. Non avrei dovuto rispondere».

«Be’, devo andare anch’io, quindi va bene così».

Rimaniamo a squadrarci per alcuni secondi e solo il suono del campanello di una bicicletta interrompe il momento.

«Mi piacerebbe rivederti, Kimberly».

«Anche a me, solo che… non posso» dichiaro in fretta, ripensando a quello che ho detto a mia madre il giorno della partenza.

Niente ragazzi. Non sono venuta in città per questo. Non posso perdere tempo con una relazione, non posso e non voglio.

«Non prendertela, ma sono a New York per una ragione e fino a quando non raggiungo quell’obiettivo, non posso permettermi distrazioni».

Il suo sguardo si fa più intenso e mi pare di scorgere sulle sue labbra l’ombra di un sorriso, come se le parole che ho appena pronunciato lo avessero sfidato in qualche modo.

«Come vuoi. Questa città è grande, ma ho la strana sensazione che ci rivedremo presto».

Lo guardo negli occhi e lui sostiene quell’occhiata rimanendo calmo. Dalla mia bocca sparisce ogni traccia di saliva e il cuore accelera i battiti. Sto reagendo come prima, quando il suo corpo sovrastava il mio mentre ero rannicchiata dolorante sull’asfalto.

Marcanthonee ha un doppio effetto su di me: m’inquieta ma allo stesso tempo mi rasserena. È come se fossi su un’altalena e lui stesse alternando spinte veloci e adrenaliniche ad altre più soavi e tranquille.

Compie qualche passo verso di me e annienta le distanze. Posa le sue labbra sulla mia guancia fresca che, percependo il calore del suo respiro, manda un impulso al cervello e quest’ultimo mi fa rabbrividire. Il bacio dura più del previsto e lo sento fin dentro le ossa. Quando a malincuore si stacca da me, lo vedo che sta sorridendo.

«Che cosa c’è?» gli chiedo.

«Hai il viso che odora di senape e hot-dog. Ciao, Kimberly» e dicendo così mi volta le spalle e se ne va, lasciandomi stordita e notevolmente agitata.

Dannazione! Maledetto hot-dog, non ne mangerò più per il resto della mia vita.

FINE CAPITOLO
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