L’uomo era in piedi nell’angolo della stanza.
Il viavai frenetico delle nove del mattino riempiva l’aria di suoni, di immagini in perenne movimento; e anche di odori, alcuni artificiali, penetranti, altri leggermente speziati e solo a tratti sgradevoli. L’uomo osservava, assorbiva, catalogava ogni stimolo sensoriale, in vigile attesa.
Perlopiù, tutti lo ignoravano, ma in un paio di occasioni le figure in movimento avevano girato la testa nella sua direzione, registrato la sua presenza, mutato appena espressione, senza rallentare.
Si trattava sempre di donne. Enea era abituato a confondersi tra le ombre, capace di rendersi invisibile pur rimanendo in piena vista, ma loro, a volte, lo notavano. Era come se annusassero il suo essere diverso, alieno in quel mondo ordinato e civile, e ne fossero irresistibilmente attratte. All’odore del desiderio, però, si mescolava quello della paura. Nessuna di quelle donne raffinate in tailleur e tacchi alti gli si era mai avvicinata, aveva mai osato rivolgergli la parola. Lo sbirciavano quasi di nascosto, da sotto le lenti degli occhiali firmati, o spostando con la mano una ciocca delle acconciature perfette, ma niente più di questo.
Enea sapeva che a tenerle a distanza non era il metro e novanta di muscoli che rendevano il suo corpo una letale macchina da guerra: quelli, se mai, erano proprio la ragione per cui le signore sfidavano le regole dell’etichetta per mangiarselo con gli occhi. A impedire loro di tentare qualunque approccio era quello che vedevano sul fondo delle sue iridi scure. Enea, per loro, era un sopravvissuto, uno di quelli dai quali non sai mai che cosa puoi aspettarti e, evidentemente, il fascino oscuro del pericolo non era abbastanza forte da indurle a rischiare di ritrovarsi in balìa di un violento sociopatico.
In ogni caso, era meglio così. Su una cosa l’istinto femminile delle sue occasionali ammiratrici non si sbagliava: lui era un sopravvissuto. Gli costava già abbastanza fatica avere a che fare con se stesso, non voleva neanche pensare a quello che avrebbe significato far entrare un’altra persona nella sua vita, qualcuno per cui sarebbe dovuto essere anche solo vagamente responsabile. Qualcuno da non ignorare, da non ferire. Qualcuno dei cui sentimenti si sarebbe dovuto prendere cura, invece di schiacciarli come faceva con tutto ciò su cui metteva le mani. D’altra parte, era diventato molto bravo a leggere nelle persone e sapeva per certo che nessuna di quelle donne avrebbe mai potuto indurlo in tentazione, spingerlo a desiderare di essere un po’ meno incasinato, un po’ meno solo, un po’ meno cattivo.
Nessuna a parte lei.
L’aria sembrò farsi rarefatta, elettrica, come solcata da piccole scosse che sconvolgevano il normale succedersi degli eventi, e subito dopo lei fece il suo ingresso. La punta del piede destro, calzato da uno stivale di cuoio dal tacco basso, urtò il margine dello scalino e lei inciampò, lottando per rimanere in piedi, le mani che annaspavano nell’aria. Enea sentì i muscoli irrigidirsi di colpo, il corpo massiccio scattò in avanti di qualche millimetro e poi si bloccò, un colosso vibrante trattenuto da catene invisibili. Gli occhi socchiusi, fissi su di lei, registrarono al rallentatore il successo del suo tentativo di non cadere e le fasce muscolari si rilassarono, la linea della mascella si distese.
Lei aveva le guance arrossate, i riccioli castani scompigliati, alcune ciocche incollate alla fronte sudata, nonostante fosse pieno inverno. La bocca era tesa in una linea sottile, gli occhi del colore del miele di castagno spalancati, quasi febbricitanti. Era di nuovo in ritardo. Un angolo della bocca di Enea si sollevò leggermente, mentre si ritirava nell’ombra. La seguì con lo sguardo correre verso l’ascensore e premere tasti a caso, frenetica, saltellando da un piede all’altro. Alzò le braccia per sfilare i capelli dalla sciarpa in cui erano rimasti intrappolati e il cappotto di lana rossa si aprì a campana, facendola assomigliare a un papavero rovesciato: un fiore di seta delicata in mezzo a un campo grigio, un miracolo della natura, tanto splendido quanto fragile.
Appena le porte cominciarono ad aprirsi, Viola Ansaldi si precipitò nell’ascensore, premette il pulsante del terzo piano e si appoggiò sfinita alla parete della cabina. Quella giornata già prometteva malissimo e qualcosa le diceva che sarebbe finita ancora peggio. Era uscita di casa con ben dieci minuti di anticipo, pregustando la schiuma densa del cappuccino e la brioche fragrante che per una volta avrebbe avuto il tempo di ordinare al bar sotto l’ufficio, quando un maledetto cartello nella vicina edicola aveva infranto i suoi sogni sul nascere: “OGGI SCIOPERO GENERALE DEI MEZZI PUBBLICI”. E dire che lo sapeva benissimo, ma l’aveva completamente dimenticato, così era stata costretta a farsi tutta la strada di corsa pregando di riuscire a non arrivare troppo in ritardo al lavoro. E addio cappuccino e brioche.
Entrò in punta di piedi nel grande ufficio, guardandosi attorno circospetta. Nessuna traccia del signor Galante, forse stavolta l’avrebbe scampata.
«Di nuovo in ritardo, eh, Viola?»
La voce alle sue spalle la fece sobbalzare e la borsa cadde a terra, mentre si voltava per affrontare lo sguardo truce di un uomo stempiato sulla cinquantina.
«Mi dispiace» balbettò, sentendosi avvampare, «oggi c’è sciopero e così…»
«C’è sciopero per tutti, mi pare, eppure i tuoi colleghi sono qui da almeno un quarto d’ora.»
Gli uomini e le donne seduti nei loro cubicoli, sentendosi chiamati in causa, la fissarono con sguardi che esprimevano tutto il loro biasimo, unito a una certa perversa soddisfazione nell’assistere alla sua pubblica condanna. Della serie, mors tua vita mea.
«Ha ragione, signor Galante, mi dispiace, non accadrà più.»
«Voglio sperarlo. O dovrò fare rapporto ai piani superiori.»
Viola chinò la testa in segno di pentita sottomissione, finché il capoufficio non decise di averla umiliata abbastanza e le girò le spalle, permettendole finalmente di sedersi alla sua scrivania.
Chissà come avrebbe reagito, l’acido signor Galante, se avesse saputo che colui che sedeva al piano più alto di tutti, l’uomo con cui aveva appena tentato di terrorizzarla, se la scopava regolarmente da più di un anno. Okay, detto così suonava parecchio squallido. In realtà, lei e Vittorio erano innamorati l’uno dell’altra. Ecco, così suonava falso, invece.
Viola appese il cappotto al gancio accanto alla scrivania, accese il computer e rimase a fissare lo schermo che prendeva vita lentamente. Nelle due ore successive, sbrigò meccanicamente le faccende di routine, lasciando che i pensieri vagassero tra le incertezze che da tempo costellavano la sua vita. Che cos’era, lei, per Vittorio? Più di una scopata, visto che la loro relazione andava avanti da parecchio, ma quanto di più? Una vocina fastidiosa le si insinuò nella mente. La domanda più importante, a dirla tutta, era: che cosa significava lui, per lei? Per un po’, aveva davvero creduto di amarlo, ma ora era sempre più convinta che in realtà la storia con lui fosse solo una variante sessuale della sua carriera alla “Arredivivi”, la grande catena di mobilifici di proprietà di Vittorio, nella quale lavorava da circa due anni. Entrambe erano degli errori, ragnatele che lei stessa aveva cominciato a tessere attorno alla sua vita e dalle quali non riusciva più a liberarsi.
Il sogno di Viola, da sempre, era fare il falegname. Non lo confessava mai a nessuno, a parte pochi amici intimi, perché sapeva per esperienza diretta che le persone tendono a reagire in modo scomposto di fronte alla prospettiva di un falegname femmina. Alcuni si limitavano a sgranare gli occhi, altri le scoppiavano a ridere in faccia e i peggiori la guardavano con un’aria di benevola commiserazione. Tutta colpa di Geppetto. Persino i suoi genitori non l’avevano presa sul serio, quando aveva annunciato loro di voler seguire le orme del nonno. Doveva dire, a loro parziale discolpa, che all’epoca aveva appena compiuto sei anni, ma la loro espressione non era cambiata quando lei aveva ribadito lo stesso proposito alla fine delle scuole medie e dopo l’esame di maturità: un dolce sorriso di puro amore parentale, che nascondeva un secco e inappellabile rifiuto. Nello spazio di un battito di ciglia, Viola si era ritrovata iscritta all’università senza nemmeno sapere bene come fosse successo, si era laureata e aveva cominciato a mandare in giro il suo curriculum per ottenere dei lavori che non le piacevano e che non avrebbe mai voluto fare. Le venne da sorridere, pensando alla ragione per cui aveva fatto domanda anche in quell’azienda: nella sua beata ingenuità, le pareva che lavorare in una fabbrica di mobili l’avrebbe portata un po’ più vicino al suo sogno. Niente sarebbe potuto essere più sbagliato.
Delle lunghe ore passate a osservare le grandi mani del nonno che si muovevano sicure e plasmavano i pezzi di legno dando loro forme fantastiche, il suo ricordo più vivo era il profumo. L’odore del legno, pungente, morbido, inebriante. Il profumo dei sogni. Lì dentro, invece, era tutto gelido e asettico, e l’odore era quello amaro del rimpianto. Eppure, non riusciva ad andarsene. Non riusciva a lasciare un lavoro che odiava, né a rinunciare a un uomo che le dedicava miseri brandelli della sua dorata esistenza, mettendola pure nella posizione di doverlo ringraziare, per questo.
In quel momento, neanche i suoi pensieri avessero bucato i diversi strati di cemento armato fino a invadere il grande ufficio dirigenziale tre piani più in alto, udì il suono che annunciava l’arrivo di un messaggio: Vieni su da me, mi manchi. Viola fece una smorfia all’indirizzo del display, affrettandosi a cancellare il testo. Tipico del suo potente amante, darle ordini travestiti da lusinghe.
Era di vitale importanza che lei e Vittorio tenessero nascosta la loro relazione, per questo non accadeva quasi mai che lui le chiedesse di vederla lì al lavoro. Doveva trattarsi di qualcosa di importante, oppure, visto che non lo sentiva da tre giorni, lui si era reso conto di dover fare qualcosa per rafforzare la sua presa su di lei, per non lasciarla scappare. Viola si stupiva sempre di quanto fosse facile, per lei, comprendere le ragioni dietro il suo comportamento, ma ancora di più la sconvolgeva la facilità con la quale le accettava, pur essendone consapevole. Anche disprezzarsi per questo faceva parte del gioco: era come se avesse messo in pausa la sua vita, nell’attesa di qualcosa che la riscuotesse da quel perenne stato di immobilità.
Lanciò un’occhiata all’orologio appeso al muro sul fondo dell’ufficio: era ora della pausa e con un po’ di fortuna nessuno si sarebbe accorto della sua assenza alla macchinetta del caffè. Si alzò e andò verso l’uscita, sforzandosi di camminare normalmente. Quando l’ascensore si aprì nell’atrio del sesto piano, la segretaria seduta alla scrivania alzò la testa, incrociando il suo sguardo. Lei era l’unica a sapere, ma la sua fedeltà nei confronti del capo era assoluta, tanto che, quando le fece cenno di entrare, non c’era biasimo nei suoi occhi: solo la supina accettazione dello stato delle cose.
Viola le rivolse un breve sorriso non ricambiato e aprì la grande porta di legno massiccio. L’ufficio era enorme, ostentava potere e ricchezza, esattamente come l’uomo che, vedendola entrare, si alzò in piedi per andarle incontro. Elegantissimo nel suo completo firmato, Vittorio aveva lo sguardo dell’uomo che sa, in ogni singolo momento, di essere il padrone dello spazio in cui si muove.
Venne verso di lei con un mezzo sorriso sul bel volto abbronzato, i penetranti occhi azzurri accesi di una luce che, da sola, avrebbe potuto conquistare qualsiasi donna. Le sfiorò la guancia con le dita e poi proseguì la sua carezza, afferrandole la nuca in una stretta forte e insieme delicata. Si prese la sua bocca, in un bacio che era una chiara rivendicazione di possesso, e Viola non poté fare altro che rispondere, stringendo tra le mani i risvolti della costosissima giacca grigia.
«Mi sei mancata» le sussurrò all’orecchio con voce sensuale, quando le labbra lasciarono le sue.
«Questo l’hai già detto» ribatté lei, con il chiaro intento di provocarlo.
Lui le diede un leggero schiaffo sulle natiche, per punirla della sua insolenza, e poi la attirò a sé, stringendola contro un corpo dai muscoli sodi e ben disegnati, frutto di ore trascorse nella migliore palestra della città. A quanto pareva, pensò Viola avvertendo l’inguine di lui contro il suo, il boss aveva davvero sentito la sua mancanza.
«Vorrei scoparti qui, ora, sulla mia scrivania» lo sentì mormorare sulle sue labbra.
«Ma non puoi» sussurrò, strusciandosi contro di lui, godendo dell’evidente desiderio che aveva di lei. E del fatto che non avrebbe potuto soddisfarlo. «La mia pausa sta per finire e non vorrai che qualcuno sospetti qualcosa, vero?»
Lui gemette, frustrato.
«Un giorno ti avrò tutta per me e allora potrò fare sesso con te dove e quando mi pare e piace.»
«Primo, ti ricordo che in teoria la cosa dovrebbe parere e piacere anche a me. E, secondo, ti ho già chiesto di non farmi promesse che non hai nessuna intenzione di mantenere, Vittorio.»
Lui la allontanò quel tanto che bastava per poterla guardare negli occhi.
«Succederà, Viola. Troverò il modo.»
Viola si morse le labbra per non ridere. La cosa più assurda, era che lui pensava davvero quello che diceva. Nonostante i suoi soldi e il suo potere, Vittorio era in tutto e per tutto un bambino. Un bambino caparbio ed egoista, che si aspetta che ogni suo desiderio venga soddisfatto, preferibilmente subito. Voleva lei ed era convinto fosse suo diritto averla, in barba alla moglie e alla fortuna del padre di lei, che gli aveva permesso di arrivare dov’era. Senza quella donna fredda e altera, lui non sarebbe stato niente, ed era ben consapevole che nel momento esatto in cui la Regina fosse venuta a sapere del suo tradimento, si sarebbe ritrovato col culo per terra, letteralmente. Solo che non lo voleva ammettere, neanche a se stesso, perché questo avrebbe significato sentirsi debole. E Vittorio odiava la debolezza.
Come si fa con i bambini, Viola decise di lasciar perdere.
«I dieci minuti sono passati, devo andare» disse, staccandosi da lui con una certa riluttanza. Il sesso con Vittorio le piaceva, anche se il suo innato egoismo gli impediva di essere un amante perfetto, ma la sua parte preferita erano i baci. Lui era bravo a baciarla, molto bravo, e quando la stringeva in quel modo Viola riusciva quasi a illudersi di aver trovato quello che cercava.
«Aspetta.»
Vittorio aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori un pacchettino quadrato. Tornò da lei e le aprì la mano, depositando il pacchetto sul palmo e chiudendo le dita attorno al velluto color acquamarina.
«Per dirti quanto mi sei mancata» la informò, con il più affascinante dei sorrisi.
Viola aprì la scatoletta e si ritrovò a fissare due splendidi orecchini d’oro bianco. Una fitta trama di delicata filigrana sorreggeva una pietra dello stesso azzurro degli occhi di lui, altrettanto limpido e puro.
«Sono bellissimi, grazie.»
Lo baciò sulle labbra e lui la strinse a sé ancora una volta.
«Niente è abbastanza bello, per te.»
Lei chiuse gli occhi e si lasciò baciare, mentre la scatolina le pesava nel palmo come una catena di ferro: l’ennesima che la teneva legata a lui, a quel luogo, a una vita che non era la sua.
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