IL PROFUMO DEL LEGNO - Capitolo 2 di 4

PAOLA GIANINETTO


La notte invernale era scesa da più di due ore, ma di lei ancora nessuna traccia. A quanto pareva, era stata costretta a fare gli straordinari.

Enea, nel suo angolo, si appoggiò al muro, gli occhi fissi sugli ascensori, la postura rigida, tesa, ma dopo altri dieci minuti neanche il suo collaudato autocontrollo riuscì a impedirgli di muoversi. Attraversò l’atrio con poche ampie falcate, determinato a scoprire dove fosse e cosa stesse facendo. Era ormai giunto davanti agli ascensori, quando uno di questi si aprì: lei era l’unica occupante, se ne stava lì, appoggiata alla parete, come se fosse troppo stanca per reggersi in piedi da sola. Enea si sentì assalire da una struggente tenerezza nell’osservare il piccolo viso pallido, gli occhi grandi, le labbra serrate. Appena i loro sguardi si incrociarono, quelle stesse labbra si socchiusero e lei gli sorrise. Un sorriso timido, un po’ esitante, ma senza traccia di paura, che ebbe il potere di sciogliere parte del ghiaccio che imprigionava da anni il suo cuore.

Enea non era abituato a sorridere, tanto che quando ci provò riuscì soltanto a ottenere una specie di smorfia, un lieve incurvarsi delle labbra dalla linea crudele. Si maledì per questo, ma lei non sembrò curarsene e quando gli passò accanto uscendo dall’ascensore gettò la testa all’indietro, per poterlo guardare negli occhi.

«Buonasera.»

Quella voce, lievemente arrochita dalla stanchezza, era musica per le sue orecchie. Una musica dolce e inebriante, che gli scivolò addosso e poi dentro, provocandogli piccoli brividi di piacere. Intento a gustarsi fino in fondo quelle sensazioni, dimenticò di rispondere al saluto e, quando se ne rese conto, lei se n’era già andata. La guardò attraversare l’atrio a passi lenti e misurati e gli parve che procedesse leggermente curva, come oppressa da un peso. Tra un attimo avrebbe raggiunto l’uscita e si sarebbe diretta a piedi verso casa, sola nella città buia.

Un forte istinto protettivo esplose dentro di lui, fomentato da quella parte del suo essere alla quale continuavano a stare strette le regole del vivere civile. La sua parte animale, primitiva, quella che gli rendeva così difficile trovare il suo posto nel mondo. Enea strinse forte le mani a pugno, sentì i muscoli tendersi, il respiro uscire a scatti dai denti serrati, e seppe che il suo sguardo, in quel momento, era quello di un predatore, di una bestia che rispettava un’unica legge: quella del più forte. Proprio come accadeva nel deserto, lo stesso in cui lui era stato solamente un soldato, uno dei migliori.

E aveva dimenticato come si fa a essere un uomo.

Inspirò a fondo un paio di volte, sforzandosi disperatamente di calmarsi: lei non era sua. Non spettava a lui proteggerla, assicurarsi che nessuno le facesse del male. Finché la osservava lì, al lavoro, poteva illudersi di non stare oltrepassando nessun limite, con la scusa che quello era un luogo pubblico, dove chiunque poteva arrogarsi il diritto e il privilegio di posare gli occhi su di lei. Ma se l’avesse seguita fino a casa, pur con le migliori intenzioni, quel limite sarebbe stato ampiamente superato ed Enea non voleva comportarsi come un selvaggio, con lei. Anche se lei non l’avesse mai saputo, si sarebbe sentito come se in qualche modo le stesse facendo violenza, mentre tutto quello che voleva era che lei fosse finalmente felice. Avrebbe dato la sua vita, per questo. Per quello che valeva.

 




 


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