Il sole al tramonto penetrava tra le imposte, in vivide lame di luce nelle quali danzavano minuscoli granelli di polvere.
Viola, in piedi al centro della stanza, le mani sui fianchi, osservò ogni particolare del vecchio capanno del nonno: gli attrezzi perfettamente lucidi, gli sgabelli a tre gambe sui quali sedeva da bambina, guardandolo lavorare, e la legna disposta in cataste ordinate, sul fondo.
Aveva fatto un buon lavoro. Dopo i tempestosi avvenimenti di due mesi prima, quando era stata licenziata e aveva subito l’aggressione del suo amante, si era trasferita nella casetta di campagna dei nonni e aveva trascorso ogni momento a riportare quel piccolo laboratorio al suo antico splendore. Il lavoro manuale la calmava, teneva lontani i brutti pensieri, i rimorsi e i rimpianti. Per la maggior parte del tempo, almeno.
Per la prima volta nella sua vita, Viola non aveva idea di cosa le avrebbe riservato il futuro, ma sapeva che non avrebbe mai più permesso a nessuno di scegliere per lei. Le infinite possibilità che le si paravano davanti, invece di spaventarla, la elettrizzavano, la facevano sentire potente, come se il mondo intero fosse ai suoi piedi. Era il momento di inseguire i suoi sogni. In fondo, Vittorio aveva avuto ragione: il suo licenziamento, con tutto quello che ne era seguito, era stato davvero un evento positivo, al punto che, nonostante tutto, Viola si sentiva quasi felice.
Nelle lunghe ore trascorse in quel luogo che amava, era riuscita a non pensare a Vittorio, al suo tradimento, e aveva persino perdonato se stessa per aver ignorato consapevolmente la sua vera natura. In fondo, se l’aveva fatto, c’era per forza un motivo. Forse, tutto quanto era dovuto succedere per portarla lì, in quel tardo pomeriggio in cui già si sentivano le prime avvisaglie della primavera, a guardare in faccia quello che sarebbe stato il suo futuro.
In compenso, un altro pensiero si affacciava nella sua mente sempre più spesso e Viola non tentava nemmeno di scacciarlo: lo accoglieva dentro di sé, gli dava il benvenuto, assistendo come una spettatrice esterna e bendisposta allo spazio che si ritagliava giorno dopo giorno, in quello stesso futuro che finalmente le apparteneva.
All’improvviso, seppe quello che doveva fare.
Prese il cellulare dal bancone da lavoro e tirò fuori dalla tasca posteriore dei jeans un foglietto stropicciato. Digitò il numero in fretta e al terzo squillo qualcuno rispose. Dall’altra parte, udì il silenzio. Un silenzio buono, vibrante di vita e di speranza.
«Viola…»
Il suo nome fu un sussurro appena udibile. Non si chiese come avesse fatto a sapere che si trattava di lei, perché la magia aveva cominciato a far parte della sua vita, e a lei stava bene così.
La luce del sole aumentò d’intensità, il pulviscolo danzò come impazzito. Viola sorrise e pose al suo eroe l’unica domanda alla quale le interessava avere una risposta.
«Che cosa ne pensi del profumo del legno?»
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