IL PROFUMO DEL LEGNO - Capitolo 3 di 4

PAOLA GIANINETTO


La matita scivolò sul foglio un altro paio di volte, poi la punta si ruppe con un colpo secco.

Viola sospirò e, quando aprì il cassetto della scrivania per prendere il temperino, lo sguardo le cadde sulla scatoletta di velluto azzurro, rimasta lì da due settimane. A casa ne aveva tante altre simili a quella e il suo piccolo armadio, che fino a un anno prima aveva contenuto poco più dello stretto necessario, stava per esplodere a causa degli abiti eleganti che Vittorio le aveva regalato. Ogni dono portava con sé un messaggio, una scusa, una vuota dimostrazione della dedizione di lui nei suoi confronti. Forse era per questo che Viola non era riuscita ad affezionarsi a nessuno di quegli oggetti: li sentiva estranei, stonati, espressione di un modo di essere che non aveva nulla a che fare con lei.

Infilò la matita nel temperino e girò un paio di volte, prima che il telefono sulla scrivania si mettesse a suonare. Gettò uno sguardo all’apparecchio e vide che la chiamata proveniva dall’ufficio del suo capo, il signor Galante. Che cosa voleva da lei, questa volta? Dal giorno dello sciopero non era più arrivata in ritardo, aveva fatto tutte le ore di straordinario che le erano state richieste e non aveva superato nemmeno di un secondo l’orario della pausa caffè. Alzò il ricevitore, con la sensazione che, nonostante tutto, non potesse trattarsi di niente di buono.

«Sì?»

«Per favore, Viola, vieni nel mio ufficio. Ho bisogno di parlarti.»

Mentre percorreva i pochi metri che la separavano dalla porta a vetri, la sensazione si fece più forte e quando si sedette sulla sedia di fronte alla scrivania Viola era ormai convinta che la tragedia fosse nell’aria. Non avrebbe mai potuto immaginare quanto.

«Come forse avrai saputo» esordì il signor Galante, con le dita giunte e uno sguardo serio e falsamente solidale, «in questi giorni l’azienda sta portando avanti un doloroso quanto necessario piano di riduzione del personale.»

Viola non rispose. L’aveva saputo eccome, visto che da un po’ di tempo a quella parte tutti i suoi colleghi si muovevano, parlavano e respiravano come fossero sotto la minaccia di una catastrofe nucleare.

«Purtroppo, gli affari non vanno come dovrebbero» continuò lui, interpretando il suo silenzio come un assenso, «e anche se noi per primi soffriamo nel dover ricorrere a un simile provvedimento, ci troviamo nella condizione di dover scegliere tra rinunciare a parte dei nostri collaboratori e colare definitivamente a picco. Capirai che quest’ultima è un’eventualità che non possiamo prendere in considerazione: per quanto sia triste, l’azienda viene prima di tutto.»

Viola sentì la testa farsi leggera e uno strano formicolio intorpidirle le punte delle dita. Aprì la bocca, molto lentamente.

«Mi sta dicendo che sono licenziata, signor Galante?» chiese, senza la minima traccia di emozione nella voce piatta.

Per la prima volta da quando lavorava lì, vide il suo capo farsi piccolo piccolo: finalmente assomigliava a quello che era, un essere patetico che godeva nell’esercitare il proprio potere sui più deboli e tremava di fronte ai più forti. Era quasi divertente, in un certo senso.

«Viola, mi dispiace, io…»

«Posso chiederle di rispondere alla domanda?»

La sua voce era miele. Miele denso e bollente, arricchito da una goccia di veleno.

«Ebbene… sì. Come ti dicevo, mi dispiace, ovviamente l’azienda ti fornirà delle ottime referenze e…»

Viola si alzò e gli girò le spalle.

«Grazie» mormorò senza voltarsi, prima di spalancare la porta, attraversare l’ufficio e dirigersi quasi di corsa verso gli ascensori. Contrariamente al solito, le porte si aprirono appena premette il pulsante di chiamata e in un attimo si ritrovò al sesto piano, ignorò lo sguardo da pesce lesso della segretaria-cagnolino fedele e irruppe nell’ufficio troppo lussuoso del suo amante, nonché grande capo.

Lui stava leggendo e, quando alzò la testa e la fissò, non le sembrò più così perfetto: aveva la fronte aggrottata, lo sguardo perplesso e la bocca semiaperta. Tale e quale alla sua segretaria.

Viola gli si piantò davanti, le mani sui fianchi, il mento fieramente alzato, e si godette per qualche secondo la sua lotta interna tra indignazione e imbarazzo. Alla fine, almeno per il momento, vinse quest’ultimo.

«Viola, tesoro. Immagino tu abbia saputo.»

Lei annuì, in silenzio.

«Non devi preoccuparti di niente» si affrettò a rassicurarla lui, raggiungendola dall’altro lato della scrivania e mettendole le mani sulle spalle con fare protettivo. «Ovviamente, penserò io a procurarti un altro lavoro, molto migliore di questo. Credimi, piccola, anche se non sembra è una cosa positiva, vedrai.»

Viola lo guardò, chiedendosi quanto avrebbe resistito prima di prenderlo a schiaffi.

«Vuoi dire che dovrei essere contenta di essere stata licenziata dall’uomo che sostiene di amarmi e di voler passare il resto della sua vita con me?» gli chiese, molto lentamente. Perché con i bambini, si sa, bisogna essere chiari e parlare in modo semplice. Lui sfoderò il suo sorriso da seduttore e poi sbuffò, alzando gli occhi al cielo.

«Andiamo, non devi prenderla così. È proprio perché voglio passare il resto della mia vita con te, che ho deciso di apportare questo piccolo… cambiamento alla nostra relazione. Qui, prima o poi, ci avrebbero scoperti, mentre adesso che non abbiamo più alcun rapporto di lavoro potremo vederci molto più spesso, senza dover temere che la cosa venga fuori.»

La cosa. Il formicolio alle punte delle dita aumentò di intensità e Viola le fletté un paio di volte, inspirando con forza.

«Quindi, mi hai licenziata per poter continuare a scoparmi indisturbato, lontano dagli occhi e dalle orecchie di tua moglie?»

Il sorriso scomparve dalle labbra di lui.

«Viola, smettila…»

«Di fare cosa?»

Lui sospirò e fece per prenderla tra le braccia, ma lei indietreggiò di un passo. All’improvviso, non sopportava che lui la toccasse. Solo l’idea la faceva sentire sporca. E anche stupida.

Vittorio alzò le mani, come per arrendersi alla sua volontà, ma gli occhi azzurri erano sempre più freddi. Lo stava irritando. Bene.

«Amore, te l’ho detto, non hai nulla di cui preoccuparti» la blandì. «Finché non troveremo un impiego che ti soddisfi, potresti passare il tempo lavorando il legno, visto che ti piace tanto. Mi occuperò io di te, naturalmente. Anzi, a pensarci bene potrei occuparmi di te per sempre…»

Le sorrise, ammiccante, e Viola rimase senza fiato. Poi lo ritrovò.

«Mi hai licenziata per poter continuare a scoparmi indisturbato facendo di me la tua mantenuta?»

Gli occhi di lui, da freddi, divennero glaciali e la bocca assunse una linea sprezzante.

«Non credevo ti sarebbe dispiaciuto, visto lo scarso entusiasmo con cui svolgi il tuo lavoro nella mia azienda.»

Viola sentì il gelo penetrarle nelle ossa e agì senza pensare. Alzò il braccio, le dita si distesero e la mano si abbatté sulla guancia liscia e abbronzata, con uno schiocco sonoro. Per qualche istante, il tempo parve fermarsi e poi Viola vide la furia negli occhi di lui, sentì le sue mani artigliarle le spalle e spingerla con forza, sbattendola contro il muro. La sua testa colpì la cornice di un quadro, che oscillò pericolosamente, e la vista le si offuscò per la violenza dell’impatto. Cercò di urlare, ma la mano di lui glielo impedì, premendo contro la bocca.

«Che cazzo vuoi da me?» sibilò Vittorio a pochi centimetri da lei. Viola sentì piccoli spruzzi di saliva bagnarle il viso e la paura serpeggiò in lei, stringendole lo stomaco in una morsa. Si era spinta troppo oltre, lui aveva perso il controllo. Le avrebbe fatto del male.

«Vuoi che lasci mia moglie?» La voce usciva a stento dai denti serrati, distorta da una rabbia cieca. «Lo sai che è grazie ai suoi soldi se sono arrivato dove sono, vuoi che mi riduca sul lastrico? E dimmi una cosa…»

Le strinse i polsi con una sola mano, mentre le dita dell’altra penetravano nella carne delle guance. Il cuore di Viola batteva come impazzito, mentre lei inghiottiva l’aria in brevi ansiti disperati.

«Ti piacerei ancora così tanto, se fossi povero?»

In preda al panico, Viola concentrò tutte le sue energie nello sforzo di liberarsi, si contorse contro il corpo che la schiacciava, girò i polsi nella ferrea morsa in cui erano imprigionati e un dolore sordo si propagò su per le braccia, fino al cuore. Vittorio non era solo arrogante ed egoista. Era crudele, della crudeltà nata dalla presunzione: gli altri non erano niente, per lui, se non pedine da usare come fari per illuminare la sua grandezza e da schiacciare come insetti quando non servivano più allo scopo. Ora l’insetto era lei e lui l’avrebbe schiacciata, senza pietà.

Pregò che durasse poco, che lui si stancasse e la lasciasse scappare via. In quel momento, inaspettatamente, visualizzò se stessa nella bottega del nonno, sentì il profumo del legno e la pace di quel luogo penetrò nella sua mente sconvolta dal terrore.

Viola chiuse gli occhi, le lacrime le rigarono le guance, caddero sulla mano che le chiudeva la bocca e, per magia, la costrinsero ad allentare la presa, a staccarsi da lei, come se la sua pelle fosse di colpo diventata incandescente. L’aria le invase i polmoni e Viola sentì le braccia fluttuare leggere verso l’alto. Era libera.

Aprì gli occhi a fatica e quello che vide la lasciò di nuovo senza fiato.

Un uomo enorme teneva il braccio, grosso come la sua gamba, stretto attorno alla gola di Vittorio, sollevandolo da terra. Il suo ex amante penzolava nel vuoto, le mani dalle nocche bianche serrate su quella specie di tronco, senza riuscire a smuoverlo di un millimetro. Gli occhi fuori dalle orbite sembravano due biglie azzurre, di quelle che i bambini usano per giocare sulla spiaggia, e una mano gigantesca premuta sulla sua bocca gli impediva di emettere qualunque suono. I ruoli si erano invertiti: ora era lui a essere del tutto impotente. E terrorizzato.

Viola distolse lo sguardo da lui, incontrò quello del suo salvatore e spalancò gli occhi per la sorpresa: conosceva quell’uomo. Era uno degli addetti alla sicurezza dell’azienda, forse il capo. Viola l’aveva visto, qualche volta, emergere dagli angoli più bui, un’ombra tra le ombre. Ognuna di quelle volte, lui la stava fissando, proprio come in quel momento; ma, stranamente, lei non aveva mai provato paura, nonostante la mole impressionante e lo sguardo di un uomo che aveva visto tutto quello che c’era da vedere, nella vita, ed era pronto ad affrontare e sconfiggere anche gli incubi peggiori. Gli occhi scuri si intrecciarono ai suoi, li incatenarono e Viola vide violenza, rabbia, desiderio di uccidere. Ma, a differenza di Vittorio, l’uomo appariva perfettamente in grado di controllare ognuna di quelle emozioni, l’intensità della stretta del suo braccio, il momento esatto che avrebbe significato la differenza tra la vita e la morte.

Ora era concentrato su di lei, come se l’uomo che teneva sospeso nell’aria non fosse altro che un lieve fastidio, e i suoi occhi raccontavano altre storie. Parlavano di dolore e solitudine, ma il calore di una dolcezza antica apriva la porta alla speranza. Quell’uomo, pensò Viola tremando per l’improvviso calo di adrenalina, era una contraddizione vivente, eppure il suo istinto si fidava di lui, la spingeva a voler scoprire la causa del suo dolore e a cancellarlo con altra dolcezza, a spazzare via la solitudine, ad aiutarlo a far vincere la luce.

Deglutì e si portò una mano al volto dolorante. Gli occhi neri seguirono il movimento e si accesero di un fuoco letale, il braccio strinse la presa, Vittorio boccheggiò e le biglie minacciarono di schizzare fuori e rotolare sul tappeto persiano. La tragedia stava per compiersi, molte vite sarebbero state distrutte, il tutto in un perfetto silenzio irreale. Viola socchiuse le labbra, inspirò con forza e pronunciò le parole che avrebbero cambiato il corso degli eventi.

«Lascialo andare.»

L’uomo le obbedì all’istante, il braccio ricadde lungo il fianco e Vittorio si accasciò contro di lui, inerte. Solo la mano sulla bocca rimase dov’era, a impedirgli di cadere. Il suo salvatore piegò appena la testa, senza lasciare i suoi occhi.

«Non urlare» ordinò con voce piatta, incolore, poi scostò la mano e Vittorio si raccolse sul pavimento come un mucchio di stracci. Per interi minuti, non fece altro che tossire e ansimare, le mani strette intorno al collo, poi alzò sul suo aguzzino due occhi stravolti dall’odio.

«Sei licenziato, bastardo» sputò fuori a fatica, con voce rotta e gracchiante. «E non finisce qui…»

L’uomo lo squadrò dall’alto, una montagna d’acciaio dalla quale si sprigionava un’oscura minaccia, gli occhi neri colmi di disprezzo.

«Perché?» sibilò, chinandosi su di lui, sulle labbra un ghigno affilato come la lama di un coltello. «Ne vuoi ancora?»

Viola guardò il patetico essere che aveva creduto di amare rattrappirsi sul suo bel tappeto, e all’improvviso l’idea di rimanere lì un secondo di più le parve insopportabile. Si voltò di scatto e corse verso la porta, la spalancò e si lanciò nel corridoio, lontano da quell’incubo. Imboccò uno stretto passaggio di servizio, un muro le si parò di fronte e lei vi si appoggiò con entrambe le mani, ansimante, le gambe le cedettero e si sentì scivolare a terra. Due enormi braccia si avvolsero delicatamente attorno a lei, sorreggendola, e Viola si abbandonò in quel rifugio caldo, contro il petto del suo salvatore, troppo stanca per opporsi.

«Chiudi gli occhi.»

La voce era diversa, ora. Un sussurro basso e profondo, che le infondeva sicurezza e calmava i suoi nervi scossi. Viola si lasciò cullare da quella voce, vi si aggrappò, come a un’ancora di salvezza.

«Respira lentamente. È tutto finito…»

Era davvero tutto finito? Oppure era solo l’inizio? E di che cosa, poi?

«Lui non ti farà più del male. Mai più.»

Mai più. Mai più…

Per un tempo che non riuscì a calcolare, Viola rimase lì, sforzandosi di non pensare. E quelle braccia non l’abbandonarono mai, la voce disperse gli incubi, il calore di quel corpo si trasmise al suo, scacciò il gelo e gli ultimi brandelli di paura. Poi, Viola si staccò da lui, le braccia la lasciarono andare, docili, e lei si voltò a guardarlo.

«Grazie» disse semplicemente. Per averla salvata, per essere rimasto con lei, per tutto.

Lui scosse la testa, fissandola serio. Non voleva i suoi ringraziamenti. Che cosa voleva, allora?

«Perché mi osservavi?» non riuscì a impedirsi di chiedere, certa che lui avrebbe capito.

«Credo che tu lo sappia.»

Viola non aveva mai visto occhi così sinceri. Trasparenti, autentici, privi di tutte le piccole e grandi bugie che si nascondono nello sguardo di ogni essere umano. E saggi, anche, perché era vero, lei lo sapeva. La consapevolezza la scaldò dall’interno e la tentazione di chiudersi di nuovo nel cerchio di quelle braccia la colpì con forza, facendola vacillare. Ma non poteva farlo e nemmeno lo voleva.

Si schiarì la voce, passandosi la punta della lingua sulle labbra secche.

«Ascolta» si costrinse a dire, le parole che uscivano a fatica dalla sua bocca, «ti sarò eternamente grata per essere corso a salvarmi, davvero, ma ora devo pensare solo a me stessa. Non ho bisogno di eroi, falsi o veri che siano. Scusami, io…»

Il terrore di averlo ferito fu più forte di quello provato poco prima, nella stretta di Vittorio, ma quando lo guardò in quegli occhi sinceri la paura si dissolse.

Lui le sorrideva dolcemente.

«Mi sembra giusto» mormorò, con un lieve cenno del capo.

«Be’, allora…»

Era il momento di salutarlo, ma Viola si sentiva come se le suole delle sue scarpe fossero attaccate al pavimento con una colla potentissima. Andarsene era la cosa giusta da fare, ma ogni fibra del suo essere voleva rimanere lì, conoscere di nuovo quel calore. Scegliere la strada più semplice e lasciare un’altra volta che fosse qualcun altro a decidere del corso della sua vita.

Lui parve intuire il conflitto che la dilaniava, tirò fuori dalla tasca una penna e un foglietto stropicciato e scrisse qualcosa, poi glielo porse, in attesa, lasciando a lei la scelta se accettarlo o meno. Viola prese il piccolo foglio e lesse un nome, Enea, e un numero di telefono.

«Decidi tu se e quando usarlo» le disse. Poi si avvicinò di un passo, lentamente, alzò una mano e le sfiorò appena la guancia con la punta di un dito.

«Anche gli eroi hanno bisogno di essere salvati.»

La prese per mano, in silenzio, e la accompagnò all’ascensore. La scortò fino all’uscita, ma si bloccò sulla porta, come se una barriera invisibile gli impedisse di andare oltre.

«Buona fortuna, Viola» sussurrò, sorridendole un’ultima volta. Poi lasciò la sua mano e le girò le spalle.

Viola lo seguì con lo sguardo finché non scomparve, negli occhi la dolcezza di quel raro sorriso, nelle orecchie il suono irresistibile del suo nome pronunciato da quelle labbra.

 




 


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