DESERTO E PREGIUDIZIO - Capitolo 2 di 3

PAOLA GIANINETTO


Hamad fissava la ragazza, in piedi a pochi passi da lui.

A differenza di molte delle donne del suo Paese, che quando indossavano abiti simili a quello erano pienamente consapevoli del loro potere di seduzione, lei appariva debole e sperduta, come se pochi pezzi di stoffa avessero avuto il potere di cancellare ogni traccia dell’impavido coraggio che le aveva visto brillare negli occhi poco prima, quando l’aveva sfidato senza preoccuparsi delle conseguenze.

Tremava come una foglia, aveva le spalle curve e le braccia strette attorno al corpo, per proteggersi da lui. Le dita artigliavano la sottile seta del corpetto e la mascella delicata era contratta: stringeva forte i denti, per impedire loro di battere per la paura. Non lo guardava. Teneva lo sguardo rivolto a terra ed era un vero peccato, perché Hamad aveva una gran voglia di rivedere quei grandi occhi colore del cielo fissi su di lui.

Si mosse lentamente, un passo dopo l’altro. Si aspettava che lei tentasse di fuggire, ma non lo fece: rimase immobile, come se il suo corpo avesse smesso di ubbidirle, finché lui non le fu tanto vicino da sentire il profumo di sole, di sabbia e di vento. Gli parve di udire il battito impazzito del suo cuore, avvertì i fremiti violenti del corpo sottile che quasi lo sfiorava.

Percepì il suo calore e, in quel momento, dentro di lui successe qualcosa.

La voleva con un’intensità tale da togliergli il fiato. Voleva baciarla, toccarla, leccarla fino a farla urlare. Voleva che le sue dita si aggrappassero a lui e voleva vederla tremare ancora più forte per la potenza del desiderio che avrebbe scatenato in lei; guardare il cielo nei suoi occhi diventare blu scuro, quando l’avrebbe trascinata sulle vette più alte di un piacere che fino a quel momento non aveva mai nemmeno immaginato potesse esistere.

Inspirò profondamente, per riacquistare il controllo ed evitare di strapparle di dosso quegli inconsistenti pezzi di stoffa, buttarla sul letto ed entrare in lei. Come un animale. Come un selvaggio. Alzò lentamente una mano e sfiorò con la punta delle dita la pelle liscia e arrossata della guancia. La ragazza trasalì come se l’avesse picchiata, ma lui non ritrasse la mano. Proseguì la carezza sfiorandole le labbra umide e tremanti, la curva della mascella. Infilò le dita tra i capelli biondi come il grano maturo, incredibilmente morbidi nonostante la sabbia del deserto, massaggiò dolcemente la nuca delicata e poi scese sul collo, così sottile che avrebbe potuto circondarlo con la mano. Posò il palmo sulla giugulare e sentì il cuore battere forte contro la sua pelle.

Lei era così calda, così viva. Rimaneva perfettamente immobile, lasciando che lui le facesse tutto quello che voleva. Hamad sapeva il perché: la ragazza aveva paura di lui e pensava che mostrandosi docile e arrendevole, forse, avrebbe evitato che le facesse del male. Si stava donando a lui, nella speranza di ottenere in cambio la sua pietà.

Quel pensiero lo eccitò suo malgrado, ma allo stesso tempo avvertì una rabbia profonda, improvvisa. Le dita si avvolsero attorno al collo delicato e strinsero appena, senza farle male, ma abbastanza da indurla a spalancare gli occhi per il terrore. Hamad mollò la presa, abbassò il tessuto bianco che gli copriva il volto e le sue mani scivolarono sulla schiena nuda di lei. Le braccia la circondarono, la bocca si impadronì della sua, la lingua forzò le labbra ad aprirsi.

Presto, troppo presto, si sarebbe fermato. Ma non prima di sostituire il terrore con il desiderio, di sentirla gemere per lui. Di costringerla a implorarlo perché la facesse sua.





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