«Ehi, amico! Tutto okay? Hai qualche spicciolo?» Un barbone lo distolse dal suo viaggio nei ricordi, sventolandogli una mano sudicia davanti al naso, prima di andarsene col suo carrellino cigolante, stanco di venir ignorato. «Dannati ubriachi…»
Arthur sbatté le palpebre, stordito. La panca. La pasticceria. Il suo quartiere.
Un sottile strato uniforme di neve lo ricopriva tutto, e non se n’era neppure reso conto.
Quant’era rimasto a perdersi nel passato? Il negozio di dolci aveva già spento le insegne, le serrande abbassate, segno che l’ora di cena era passata da un po’.
Pazienza, si disse, sollevandosi in piedi e spolverandosi la neve di dosso e dai capelli.
A passo stanco, si diresse all’entrata del suo condominio e prese l’ascensore per salire.
Varcare la soglia di casa fu un vero sollievo; un piacevole tepore lo accolse e Arthur mandò un ringraziamento agli dèi del termostato preimpostato.
C’era ancora tutto da sistemare, come aveva pianificato, ma prima si sarebbe preparato una bella tazza di tè bollente e poi si sarebbe dedicato al resto. D’altra parte, Leo non si era ancora fatto vivo, quindi poteva essere egoista almeno per un po’.
Proprio in quel momento, come a smentirlo, il telefono in tasca prese a squillare, costringendolo a posticipare i suoi bisogni per rispondere.
«Ehi…»
«Ciao, tesoro. Sei già a casa?»
«Sì, sono appena arrivato.»
«Oh, perfetto!» La voce di Leonard era tutta allegra.
«Pensi di tornare fra poco?» gli chiese Arthur, speranzoso, facendo mente locale sulle priorità.
«Beh, in realtà…»
La titubanza del suo uomo gli strinse lo stomaco. Improvvisamente non aveva più bisogno di quel tè bollente a scaldargli lo stomaco, perché sentiva un nodo così stretto che non sarebbe sceso neppure un goccio.
«In realtà…?» lo incalzò, tentando di suonare meno contrariato di quello che si sentiva.
«Ti fidi di me?» gli chiese Leonard, a bruciapelo.
Ma che domanda era mai, quella? «Certo che mi fido di te, Leo. Ma comincio a preoccuparmi, a essere sincero,» ammise. «Non ci capisco niente.»
«D’accordo. Senti: ho bisogno che tu segua le mie indicazioni, va bene?»
Benché perplesso, Arthur si ritrovò ad annuire. «Okay…»
«Vai a cambiarti e indossa gli abiti più caldi che possiedi – e per caldi non intendo il perizoma leopardato del mio compleanno, tesoro. Intendo un dolcevita, giaccone, guanti, scarponi, tutto il pacchetto – e poi vai giù nell’atrio. Fra pochi minuti arriverà un taxi. Salta su e non chiedere niente. Ho pagato profumatamente il silenzio di quell’autista.»
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione