Brin guardò l’amico di Connor spettinare i capelli di Kent in modo giocoso, poi, per la gioia del piccolo, gli lanciò una palla da baseball dopo che ebbe sistemato il borsone sulla macchina sportiva a due posti.
La sera precedente aveva colto solo alcuni sprazzi di conversazione e a un certo punto aveva creduto che quella tra loro, più che una chiacchierata sui tempi passati, fosse invece una sorta di confessione.
Era già addormentata quando Connor l’aveva raggiunta a letto e stretta a cucchiaio, abbracciandola.
Adorava da sempre essere avvolta così da lui e immancabilmente, da quando si erano ritrovati, era così che trascorrevano le loro notti.
Conn aveva appoggiato il petto possente contro la sua schiena e, nello stesso momento in cui era stata colta da un torpore, il battito del cuore di Brin aveva iniziato a pompare nelle sue vene non sangue ma fuoco.
L’uomo che amava da tutta una vita le aveva leccato il collo sussurrandole a bassa voce tutto il suo amore, mentre con la punta della lingua le lambiva la pelle sensibile dietro l’orecchio.
Brin non si sarebbe mai stancata dei suoi baci e tantomeno delle sue strette amorevoli. Non passava giorno senza che lui non le dicesse quanto l’amava o quanto le fosse mancato averla tra le braccia.
Aveva provato rabbia e dispiacere quando le aveva raccontato i problemi di Rafe ma Brin, a differenza di Conn, non era riuscita a giustificare il suo comportamento irresponsabile.
In quel momento non poté trattenersi.
«Spero tu faccia la cosa giusta» gli gridò dall’ultimo gradino della veranda e, dopo che gli occhi blu di Rafe si scontrarono con i suoi, vide un muscolo guizzargli sulla mascella rasata.
Connor le lanciò un’occhiataccia, ma lei la ignorò.
Era tutta la vita che aveva a che fare con quegli occhi e non si scompose quando li vide ridotti a due fessure gelide.
«Scusa amico, ma non ho segreti con la mia Pancake» si giustificò Connor dal momento che le aveva spifferato tutto. «Non sono riuscito a non dirle quello di cui abbiamo parlato, anche se non sono comunque affari nostri» aggiunse poi, rivolgendosi solo a Brin.
Il capo di Rafe ciondolò in avanti, e i suoi occhi accarezzarono il suo petto scolpito che a stento era celato dietro la sottile maglietta di cotone. Connor era notevole in fatto di muscoli, ma Rafe sembrava aver rubato la fisicità alle antiche divinità greche scolpite nella pietra.
Per l’ennesima volta, il suo cellulare ricominciò a suonare. Lo ignorò.
«Nessun problema, devo solo abituarmi all’idea che qualcun altro, oltre le poche persone coinvolte, ne sia venuto a conoscenza.»
Brin venne invasa da tanti pensieri, ma decise di mordersi la lingua piuttosto che esternare il proprio pensiero.
Trovava arrogante e ingiusto che per tutto quel tempo lui avesse ignorato una parte di sé così importante come un figlio.
Il suo Connor era stato differente; aveva sacrificato tutto pur di mettere Kent al primo posto e aveva persino rinunciato a lei scegliendo, a malincuore, la madre di suo figlio.
Rafe invece era stato egoista preferendo la fama e il baseball, e solo Dio sapeva ciò che quella povera ragazza doveva aver passato a causa sua.
«Andrai a Woodstock?» gli chiese intanto che cercava di fare tutto quello che era in suo potere per spingerlo nella giusta direzione, anche se in fondo Brin sapeva che quello che si meritava quell’arrogante fosse una bella porta sbattuta in faccia.
«Non so se sia una buona idea.»
«La cattiva sarebbe non andarci» gli disse Connor andandogli incontro e posandogli una mano sulla spalla. «Amico, sei stato il più grande stronzo che il Vermont potesse sputare, ma devi andare.»
Brin passò il peso da un piede all’altro mentre con sguardo attento li osservava.
Sapeva con esattezza quello che provava Connor al riguardo perché, anche se l’avevano affrontata in maniera diversa, quella realtà li accumunava.
Conn credeva in lui, era giusto che anche lei gli concedesse il beneficio del dubbio.
Certo, quasi cinque anni di silenzio erano lunghi e indigesti. Per un istante si mise di nuovo nei panni di quella ragazza; una forte empatia la colse e, nonostante sperasse che tutto potesse risolversi al meglio, desiderò con tutta se stessa che quella Dillon gli facesse vedere i sorci verdi.
«Cinque anni sono tanti, Rafe» disse lei nel momento in cui il suo sguardo cadeva su Kent che si era seduto sul primo scalino, lanciando la palla da baseball per aria. «E penso tu debba essere preparato a tutto, e fidati se ti dico che non sarà facile.»
«Credi che non lo sappia?» rispose lui con un sussurro, intanto che il suo cellulare ricominciava a squillare.
«Sì» ringhiò, iniziando a camminare avanti e indietro nello stesso momento in cui il suo interlocutore aveva iniziato a parlare.
A Brin arrivò un ronzio indistinto, tale e quale a uno sciame di api impazzite.
«Sono alquanto occupato al momento per preoccuparmi di quello che ti piacerebbe fare. Ci sentiamo più tardi.»
Poi come se niente fosse, Rafe riattaccò gettando il telefono all’interno della macchina.
«Forse è proprio questo che mi frena, il non sapere quello che mi aspetta» disse lui puntando di nuovo i suoi occhi blu in quelli di Brin.
Lei inclinò il capo da un lato e studiò Rafe mentre strattonava le sue ciocche scure e le sue dita vi si aggrappavano con forza.
«Vai a Woodstock, amico, accada quel che accada. Non è molto distante da qui, a occhio e croce direi che sono appena novantacinque miglia.»
Un lungo sospiro scrollò appena le spalle di Rafe, ma in quell’istante capì che probabilmente molto presto un padre avrebbe visto la propria figlia per la prima volta.
***
Era già passata più di un’ora da quando Rafe si era trovato dinanzi a quel bivio.
Aveva messo in folle la Corvette Stingray e aveva inspirato ed espirato a lungo, tamburellando le dita sul volante e rimanendo immobile un paio di minuti con la sensazione di deglutire chiodi appuntiti.
Il sapore metallico gli era esploso nel palato quando, guardando a destra, aveva scorto il cartello per la Highway che l’avrebbe riportato a Boston, alla sua vita di sempre.
Uno di quei chiodi lo aveva punzecchiato e, sgranchendosi il collo, aveva contemplato la statale serpeggiante che, invece, lo avrebbe condotto nel Vermont.
Il cuore aveva iniziato a battere all’impazzata e, con una brusca manovra, senza nemmeno controllare nello specchietto, aveva svoltato a sinistra.
Aveva dato gas e nel giro di un paio di secondi stava sfrecciando su quella striscia d’asfalto con la sua macchina sportiva a due posti.
Si era lasciato la strada per Boston alle spalle e, senza neanche accorgersene, era quasi arrivato a destinazione.
Aveva abbassato il finestrino, e l’aria pulita e frizzante del nord l’aveva colpito dritto in faccia, portandogli alla memoria tanti ricordi.
Il suo paese natale era Rutland, ma non aveva più nessuno da quelle parti. Era rimasto orfano da piccolo e, finito il college a Burlington, aveva detto addio al Vermont una volta per tutte.
Oramai la sua vita era a Boston e il Vermont, come il suo passato, era stato confinato tra i cimeli impolverati del tempo.
Il clima, di solito non molto mite in quel periodo dell’anno, sembrava aver fatto un’eccezione per lui.
Il tachimetro della Stingray segnava diciotto gradi, e lui abbassò ancor di più il finestrino, decidendo di rallentare.
Il vento gli scompigliò i capelli facendoglieli ondeggiare davanti agli occhi, e Rafe si ritrovò ad annusare l’aria che profumava della sua infanzia.
Il cartello di Woodstock gli strizzò l’occhio quando gli sfrecciò accanto, in lontananza intravide il ponte di legno coperto con il tetto spiovente dipinto di rosso e capì di essere quasi arrivato a destinazione.
Quello era sempre stato il punto di riferimento cui Dillon si riferiva quando gli descriveva quale fosse la svolta da prendere per andare al ranch dello zio Butch.
Un sorriso gli arricciò le labbra nel momento in cui nella sua testa riecheggiò la voce cristallina di Dillon, quando saltellava felice sul sedile del suo vecchio pick-up emozionata per il ritorno a casa.
La Corvette rallentò, e il frastuono del motore rombò tra le assi di legno con cui era costruito il ponte.
Un cartello sbilenco ricoperto di erbacce apparve sul ciglio della strada e quando Rafe, svoltando, gli passò accanto, notò che vi era scritto Ranch Sullivan con una vernice bianca ormai scrostata.
Pari a una secchiata d’acqua gelata in pieno viso, la voce nitida di Dillon gli arrivò in testa come se gli fosse seduta accanto. Ruotò il collo talmente tanto alla svelta che gli fece male, quasi si fosse strappato un tendine.
«Io adoro tutto di questo posto. Amo i temporali estivi, e l’odore della terra bagnata dalla pioggia.»
Un pugno in pieno stomaco gli avrebbe fatto meno male, il ricordo di lei divenne sempre più pressante mano a mano che avanzava.
Avanzò lento per quasi un miglio imprecando ogniqualvolta entrava in una buca. Lunghi steccati bianchi delineavano recinti pieni di pecore e, quando oltrepassò un grande cancello, notò in lontananza la casa.
Pietre e legno grezzo intonacato di rosso gli diedero il bentornato; tutto era tale e quale a come se lo ricordava.
Fermò la Corvette poco distante dalla veranda che girava attorno alla grande casa padronale e che, grazie a un piccolo pergolato, si collegava a un cottage di legno dipinto di bianco e rosso.
Sorrise dinanzi a quei colori che gli ricordavano quelli della divisa dei Red Sox.
Con il cuore che batteva simile a un tamburo, scese dalla macchina guardandosi attorno, ma non vide anima viva.
L’aria che soffiava fresca dalle Green Mountain fece ondeggiare le chiome degli alberi, in lontananza si sentì solo il belare delle pecore accompagnato dal frusciare del vento.
Rafe ruotò sui talloni e, visto che non era apparso nessuno allarmato dalla sua presenza inaspettata, decise di fare un giretto esplorativo dietro la casa.
I suoi passi scricchiolarono sulla ghiaia intanto che si incamminava con passo lento e cadenzato. Il profumo inebriante di caprifoglio ed erba appena tagliata gli arrivò alle narici, insieme al ronzare degli insetti nei cespugli.
Svoltò un angolo, superò un cancello di ferro che portava alle stalle, quando udì uno scalpitio concitato alle sue spalle.
«Chiudi il cancello!» gridò una vocetta molto simile allo stridio di un falco.
Rafe si girò di scatto e vide galoppare verso di lui uno strano animale dalle zampe lunghe, interamente ricoperto di schiuma rosa.
Era velocissimo, come se avesse una mandria di bufali inferociti alle calcagna.
«Chiudi! Altrimenti il Signor Erre scappa!»
Come risvegliato all’improvviso dal torpore che sembrava averlo avvolto, afferrò il cancello e lo chiuse con un tonfo un istante prima che l’animale ci si fiondasse attraverso.
Un suono metallico riempì l’aria.
«Fermo, bello» disse, mettendo le mani in avanti e cercando di bloccare quello che, a occhio e croce, aveva tutto l’aspetto di un cucciolo di lama.
Portava al collo un grosso collare fucsia a cui era agganciato un guinzaglio dello stesso colore e, quando Rafe raccolse da terra l’estremità della corda, vide due occhioni scuri guardarlo con disperazione, come se lo incolpassero per avergli ostacolato la fuga.
Un musetto nero e tondeggiante con orecchie piccole e a punta era sormontato da una pelliccia riccioluta color caramello, ma quello che lo sconvolse era che fosse interamente ricoperto di schiuma soffice e spumosa del colore rosato dello zucchero filato.
Uno strano verso, simile al belato di una pecora, sgorgò dalla gola dell’animale e quando una bimbetta dai capelli scuri e dai grandi occhi blu lo raggiunse, il suo mondo collassò all’improvviso, implodendo su se stesso.
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