«Grazie tante» disse la bambina sorridendo, e Rafe vide in quel sorriso un’esplosione di energia. «Non sarei più riuscita a prenderlo se scappava.»
Rafe era consapevole del fatto che se ne stava lì imbambolato, ma le parole se ne restarono incastrate in fondo alla gola, ostruendogli anche il respiro.
«Ehi» le disse.
Era un saluto del tutto inadeguato per quello che si stava agitando dentro di lui, ma fu tutto ciò che riuscì a dire.
«Il Signor Erre è un cucciolo di alpaca un po’ birichino che non ama essere lavato» disse lei facendo un altro passo nella sua direzione.
Due occhi blu, identici ai suoi, lo guardarono e lui si sentì sprofondare in un abisso.
Le corde del suo cuore parevano i fili di una marionetta, che si erano messi a danzare e vibrare nell’istante stesso in cui lui l’aveva vista e riconosciuta.
Aveva i capelli arruffati e una piccola salopette di jeans infilata dentro un paio di galosce nere con i cuoricini rosa.
Lui la studiò con attenzione mentre il cuore gli tuonava nelle orecchie.
La bambina batté le ciglia un paio di volte e, inclinando il capo da un lato, si scrutarono con uno strano scambio di sguardi.
Rafe sentì tirare il guinzaglio che ancora teneva stretto tra le dita. La bestiola emise un altro struggente belato e cercò di ritrarsi mentre il guinzaglio si tendeva.
«Signor Erre, stai fermo» ordinò la bambina avvicinandosi all’alpaca che era alto quanto lei, e con una piccola pacca sulla schiena cercò di tranquillizzarlo.
«Perché porta il guinzaglio?» domandò Rafe.
Le parole, che fino a un attimo prima erano incastrate in gola, faticavano a uscire, e tra tutte le cose che avrebbe potuto chiederle quella era la più stupida.
È tua figlia, pensò con angoscia e lui, invece di chiederle il nome o dove fosse la madre, si stava comportando come un perfetto idiota facendole domande altrettanto idiote.
«Perché lui è il mio cucciolino. E io da brava mamma gli ho fatto il bagnetto.» Le manine si avvicinarono al muso riccioluto della bestiola e con una carezza gli portò il ciuffo ricoperto di schiuma rosa all’indietro, scoprendo due occhioni luccicanti e un po’ spaventati. «Ma penso che non gli piaccia tanto.»
«No, direi proprio di no» confermò lui, sempre più idiota.
La bambina lo fissò di nuovo con attenzione e, avanzando, gli chiese il guinzaglio con un gesto della mano.
Rafe si schiarì la gola a disagio, allungò il braccio e glielo ficcò tra le mani.
«Hai bisogno di aiuto? Ti posso accompagnare fino alle stalle» disse volenteroso.
«Se vuoi» rispose lei con un’alzata di spalle strattonando il guinzaglio e cercando di farsi seguire. L’alpaca oppose resistenza puntando le lunghe zampe in avanti.
Rafe lo osservò meglio. In realtà non sembrava proprio un lama ma un cucciolo di dromedario senza gobba.
«È un animale buffo» sentenziò convinto.
La bambina si fermò di colpo e, lo fulminò con i suoi luccicanti occhi blu, poi portando le sue manine alle orecchie pelose dell’animale gli sussurrò: «Non dirlo mai più, altrimenti il Signor Erre si offende e non si farà più coccolare da me.»
A Rafe spuntò un sorriso sulle labbra e la tensione che gli aveva serrato lo stomaco andò attenuandosi.
«Ma perché sei qui tutta sola?»
«Non lo sono, ci sei tu adesso.»
Una piccola scintilla di calore gli dilatò lo stomaco.
«È vero, ma io sono uno sconosciuto e tu, signorina, non dovresti parlare con le persone che non conosci.»
«Allora perché mi fai tutte queste domande? Perché mi chiedi le cose se poi non vuoi che ti risponda?» S’incamminarono lungo un sentiero costeggiato da cespugli di oleandri non ancora sbocciati. «E poi io lo so chi sei, non sei uno sconosciuto. Tu sei tu.»
Bastarono quelle semplici parole affinché i suoi passi si bloccassero all’istante.
Un senso di fastidio gli serpeggiò attorno e l’aria si fece elettrica.
La bambina si voltò a guardarlo, ma non si fermò.
«Continua a camminare, altrimenti se il Signor Erre si accorge che ti sei fermato vorrà fare anche lui una pausetta.»
I suoi piedi erano pesanti come zavorre.
«Io sono io?» domandò mentre una nuova sensazione di disagio gli risaliva lungo la gola, ostruendogliela.
«Sì. Sei il mio papà.»
Fu in quello stesso momento che il suo cuore si schiantò contro lo steccato vicino. Percepì i suoi stessi sensi precipitare nel vuoto in una cascata di schegge di legno, e lui si sentì trafitto al petto da uno di quei frammenti impazziti.
La sua bocca divenne un deserto e, quando sentì in lontananza un richiamo arrivare dalle stalle, una paura crescente gli piegò le ginocchia.
«Didi, sei qui?» domandò la voce che mai avrebbe potuto dimenticare.
La sua testa scattò verso destra e, pari a un leone che individua la preda tra le sterpaglie, Rafe puntò tutta la sua attenzione sulla donna che stava uscendo dall’ovile.
Alzò lo sguardo, e un attimo dopo venne colpito da un dardo infuocato color smeraldo.
Lunghi capelli scuri erano bloccati sulla nuca da un fermaglio, alcune ciocche appiccicate al volto sudato. Il suo fisico affusolato era molto più longilineo di quanto ricordasse.
Rafe strizzò gli occhi nel momento in cui il sole del pomeriggio lo accecò, avvertendo sulla pelle il caldo intenso di uno sguardo di fuoco.
«E tu che ci fai qui?» domandò Dillon con un tono di voce che bruciava al pari del pungiglione di un’ape.
«È bello anche per me rivederti, Crispy.»
Un sorriso impertinente gli distese le labbra, e quel gomitolo fatto di ansia che aveva dentro si aggrovigliò ancor di più.
Non c’era modo di spiegare quello che Dillon stava provando in quell’istante. Era come essere dentro una supernova e bruciare insieme a lei durante lo schianto.
Stava cercando Didi quando si era imbattuta in un paio di occhi blu simili a una notte rischiarata dalla luna.
Si era scontrata con due zigomi marcati e talmente familiari da non sapere se quello che aveva davanti fosse il vero Rafe o il prodotto finale di uno dei tanti sogni che aveva fatto in quei lunghi anni.
Quegli occhi color zaffiro, incorniciati dagli scuri fendenti delle sue sopracciglia, la osservarono con insistenza e Dillon ebbe la sensazione di accartocciarsi come una palla di carta.
Espirò un grumo di tensione sentendo l’urgenza di aggrapparsi allo steccato lì vicino. Le sue dita si artigliarono al legno scheggiato e al contempo l’aria esplose in piccoli puntini luminosi, invadendole gli occhi.
Per un istante non riuscì né a vedere né a respirare, tanto il sangue dentro di lei stava ruggendo.
Aveva desiderato quel momento per tanto tempo; non per lei, ma per la figlia che meritava la presenza di un padre nella sua vita.
Una piccola manina s’intrufolò tra i suoi pugni serrati e Dillon, abbassando lo sguardo, vide due piccoli topazi preziosi e luccicanti scrutarla con attenzione.
«Mamma, hai visto?» disse Didi con la stessa vocina felice di quando scartava un regalo di compleanno. «Io lo sapevo che prima o poi sarebbe arrivato, perché l’avevo chiesto nella letterina di Babbo Natale.»
Una secchiata di acqua gelata le corse lungo la schiena e, sorridendo alla figlia, sollevò lo sguardo su Rafe. Lo osservò e la sua espressione la trafisse al pari di un coltello.
Vide i lineamenti di Rafe indurirsi, allo stesso tempo gli occhi si sgranarono dallo stupore quando capì ciò che Didi aveva appena detto. A giudicare dalla sua espressione, era stato colpito e affondato in un istante.
«Tesoro, perché non porti il Signor Erre nella stalla?» sussurrò lei con quel poco di fiato che le era rimasto in gola.
La bambina acconsentì con il capo trascinando l’alpaca con il guinzaglio, ma dopo appena due passi si fermò e guardò Rafe attirando la sua attenzione.
«Torno subito da te, non scappare eh?»
Un sorriso timido le si disegnò sulle labbra, e Dillon invidiò il suo modo genuino di guardare le cose. Era sempre stata sincera con lei e, nonostante fosse piccola, sapeva chi fosse suo padre.
«Che cosa fai qui, Rafe?» gli chiese appena la bambina non fu più a portata d’orecchio.
«Penso sia abbastanza evidente.»
Lo sguardo basso di Dillon non incrociò mai quello di Rafe, ma quando sollevò la testa lo vide per quello che era sempre stato; era una stella cadente che bruciava per l’attrito prodotto dalla sua stessa velocità.
«Sei un po’ in ritardo, non credi?»
Le sue spalle muscolose si abbassarono, Dillon per un attimo cercò di lasciare andare la tensione che le si era accumulata in pancia. Non sapeva definire con precisione ciò che stava provando in quell’istante, delusione e rabbia erano senza ombra di dubbio in cima alla lista.
Poi lui sollevò il capo, e lei si scontrò con i suoi tratti virili ancora così tanto familiari. Era sempre lo stesso ragazzo di un tempo, ma il fisico si era irrobustito divenendo ancora più muscoloso.
Poteva individuarne ogni singolo rilievo sotto la maglietta sottile che gli aderiva al petto come una seconda pelle. La curva delle spalle era perfettamente proporzionata alla rotondità dei muscoli e alla pienezza dei bicipiti che gli tendevano al massimo il tessuto. Il naso deciso e la mascella squadrata lo rendevano ancora il ragazzo più bello che avesse mai visto, ma erano le ciglia lunghe e arcuate a dargli quell’aria tenebrosa che tanto lo rappresentava.
«Lei sa chi sono» disse lui con un bisbiglio dinanzi a quella certezza.
«Certo che lo sa.»
«E cosa le hai detto?»
«Non certo la verità» rispose lei sbuffando e incrociando le braccia sul petto. «Non gli avrei mai detto qualcosa che potesse ferirla. Sa che sei suo padre, e che sei solo troppo impegnato con il tuo lavoro.»
Rafe abbassò il capo guardando a terra mentre annuiva in maniera impercettibile.
«Mi permetterai di conoscerla?» domandò con un filo di voce.
«Forse avresti dovuto chiedermelo prima di piombare qui all’improvviso.»
Il tono di Dillon era duro, ma non gli avrebbe mai concesso di sconvolgere la vita di sua figlia, almeno non più di quanto non avesse già fatto.
«Sono passati cinque anni, Rafe» continuò con tono duro, un passo verso di lui. Poi cambiò all’improvviso idea e indietreggiò finché non sbatté con il fianco contro la staccionata. «Cinque anni in cui te ne sei stato a gironzolare per il paese, inseguendo la tua gloria, facendo finta che lei non esistesse.»
«Ho fatto solo quello che mi avevi chiesto.»
Le parole di Rafe furono un lieve sussurro, tanto che quasi non riconobbe colui che un tempo era stato l’uomo più importante della sua vita oltre allo zio Butch.
Una risata priva d’ironia vibrò in fondo alla gola di Dillon e, con la rabbia che le infiammava il sangue, sollevò un dito e glielo puntò al petto spintonandolo con forza, ma quella montagna di muscoli non si spostò di un solo millimetro.
«Quello che ti avevo chiesto?» urlò intanto che sentiva le guance imporporarsi della collera a lungo sopita. «Ero io quella che non voleva più avere niente a che fare con te; tua figlia, lei sì che aveva bisogno di te» urlò, e il suo pugno si aprì. Solo un attimo prima aveva l’indice puntato contro quel petto scultoreo, tuttavia ora il suo palmo aperto lo spingeva indietro. «Il grande Rafe Marshall non poteva sacrificare nemmeno un prezioso minuto della sua stupefacente vita dorata per venire a conoscere la sua bambina.»
Perle calde e bagnate le solcarono le guance e, quando Rafe cercò di asciugargliele con la punta delle dita, lei gli schiaffeggiò la mano.
«Non ti permettere, Rafe.» Si tolse una lacrima da sola e la voce le si incrinò in gola, scheggiandosi al pari di una tazza rotta. «Tu non hai idea di quanto fossi sicura di te. Ti ho aspettato come una stupida e ogni giorno attendevo quello successivo con la consapevolezza che non ci avresti mai voltato le spalle.»
Le tremarono le mani e lui, accorgendosene, cercò di nuovo di toccarla, ma per l’ennesima volta Dillon si spostò non tollerando l’idea di quel contatto.
«Sapevo che, nonostante l’amicizia che ci legava, tu non fossi innamorato di me. Ma non m’importava, e avrei persino messo una pietra sopra a quello che avevi combinato prima che me ne andassi, purché ti prendessi cura di lei come avevi promesso.» Dillon alzò gli occhi al cielo e cercò di scacciare quel fastidioso pizzicore, sfiorandosi la punta del naso. «Tu non sei mai arrivato e i giorni sono diventati settimane e le settimane mesi, fino a ora, ma sono passati cinque anni.»
«So che mi stai odiando, Crispy» disse lui interrompendola e lei, inclinando il capo da un lato, inspirò a pieni polmoni, ma l’aria rimase bloccata da uno sgradevole gomitolo di ansia.
La sua voce la sentì dappertutto. Sulla pelle, sulle labbra, su ogni singolo pelo che le si rizzò sulle braccia. Dillon era stata cinque anni senza sentire quella voce pronunciare il nome che lui stesso le aveva appioppato.
Cinque anni di silenzi.
Milleottocento venticinque giorni in cui Rafe era andato avanti con la sua vita, lasciandole indietro.
«Io non ti odio, temo solo che il tuo arrivo improvviso nelle nostre vite crei false aspettative.»
«E se ti dicessi che sono qui per conoscerla?»
«E poi?»
«E poi cosa?»
«Dopo che l’avrai conosciuta e le avrai dato l’illusione che resterai nella sua vita, che farai?»
Rafe la guardò e notò un muscolo guizzargli sotto l’occhio. Poi il suo sguardo si spostò alle sue spalle e Dillon, anche senza voltarsi, avvertì la presenza di Didi.
Si girò verso di lei con un incerto sorriso a fior di labbra, allungò una mano verso la figlia che si celava dietro lo steccato.
«Probabilmente resterò» sussurrò Rafe quando le passò accanto. Poi raggiunse Didi e le si inginocchiò davanti.
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