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Le mani di Annabelle tremavano, mentre afferravano il cofanetto di velluto blu notte e lo trascinavano fuori dall'anfratto scavato dietro l'arazzo. Il cuore le batteva all’impazzata, come se temesse d'essere colta a commettere un crimine nei suoi stessi appartamenti. Portò il cofanetto sul letto a baldacchino e lo rovesciò sulla trapunta bordeaux. Un fiume di scintillii si sparse sul tessuto scuro. Diamanti, perle, zaffiri, intrecci d'oro. L'eredità di Lady Rosamund sfavillava superba alla luce del pomeriggio, ma ad Annabelle non interessava la purezza dei diamanti. Le sue dita scartarono collane pesanti e bracciali massicci con gesti frenetici. Dove sarà? Dov'era il fuoco dell'opale, con quelle sfumature cangianti che nel ritratto del salotto sembravano quasi vive? Le sue dita incontravano solo oro e pietre fredde. Sollevò una parure di rubini, sperando che il medaglione si fosse impigliato nella collana. Non c'era nulla. Tastò la fodera di seta del cofanetto, premendo sui bordi, cercando un doppio fondo, un nascondiglio che solo la contessa del castello poteva conoscere.
Vuoto.
L'Opale dei Rockraven non c'era.
Annabelle strinse forte le palpebre, ingoiando l'ansia che le graffiava la gola. Come aveva potuto essere tanto stupida? Lady Eleanor sapeva. La marchesa l'aveva incitata a cercarlo non perché sperasse che lo avrebbe trovato, ma perché sapeva con certezza che sarebbe stata una ricerca vana. Aveva studiato quella subdola mossa per farla sentire sospesa nel vuoto, per insinuare in lei la paura che il suo bambino — contaminato dalle sue origini popolane — non avesse la protezione della famiglia.
Era una sciocchezza, naturalmente, ma da Lady Eleanor poteva aspettarsi di tutto.
E se l'avesse trovato, invece?
Si alzò e scese con passo svelto verso le stanze della servitù. Geoffrey era cresciuto tra quelle mura e fin dall'infanzia aveva respirato i misteri della casata. Suo padre era stato maggiordomo del conte, prima di lui e, se c’era qualcuno che poteva conoscere i segreti incrostati negli angoli bui di Ashcombe Castle, era lui.
Lo trovò nel suo studio, vicino al salottino della servitù. La luce della finestra cadeva sui registri che stava esaminando, sul ripiano della scrivania. Seduta su una sedia, davanti a lui, Mrs. Pryce stava leggendo la lista della dispensa. La sua voce era un borbottio sommesso che riempiva il silenzio.
«Perdonatemi, se vi disturbo» li interruppe Annabelle, dalla soglia.
Geoffrey balzò in piedi di scatto, sorpreso. «Milady?»
Anche Mrs. Pryce si alzò, lisciando con una mano le pieghe dell'abito nero. «Mia signora» mormorò la governante, sorpresa. «Non dovreste scendere quaggiù. Se vi occorre assistenza, chiamate e verremo immediatamente. Cosa possiamo fare, per voi?»
«Sono felice di incontrarvi insieme.» Annabelle entrò nella piccola stanza. «Ho un quesito e spero che uno di voi possa soddisfare la mia curiosità. Conoscete l'Opale dei Rockraven?»
«Un opale?» Mrs. Pryce scosse la testa. «Sono al servizio della famiglia da vent'anni, milady, e non ho mai visto un opale, tra i gioielli della defunta contessa.»
Annabelle spostò lo sguardo su Geoffrey. «E voi?»
«Sì, milady. In passato, ho avuto modo di ammirare l'Opale della contessa. Lady Rosamund lo indossava spesso, nei primi anni del suo matrimonio con il Conte Alastair.»
«Sapete dov'è stato riposto?»
«Milady, non mi è mai stato chiesto di occuparmi dei gioielli di famiglia. Di solito, è un compito riservato alla cameriera personale della contessa, o alla contessa stessa.»
«Ma non avete idea di dove possa essere conservato? O rammentate se è stato venduto?»
«Questo lo escludo, milady. I Signori di Rockraven non usano vendere la loro storia.» Geoffrey fece una pausa. «Temo che quel tesoro sia sparito trent'anni fa.»
Un gelo le serrò lo stomaco. «Quando è nato Lord Sebastian?» ansimò.
«Qualche anno dopo, milady. Dopo la nascita di milord, ho rivisto l'opale solo poche volte. Qualcuno disse che Lady Rosamund fosse stanca d'indossarlo, mentre la governante che serviva, in quel periodo, disse che era stato inviato in Scozia per essere riparato. Aveva accennato a un fermaglio rotto… La sola cosa che so con certezza è che Lady Rosamund non lo indossò mai più.»
Annabelle rifletté velocemente. «Lady Eleanor era qui, quando è nato Sebastian?» volle sapere.
Geoffrey annuì lentamente. «Sì, milady. Sua Eccellenza assistette Lady Rosamund durante il parto. Rimase ad Ashcombe Borough per un mese intero prima di ripartire per Londra.»
Milady sapeva dell'Opale e lo aveva avuto con sé, quando era nato Theodore. E poco dopo, il ciondolo era scomparso. Non poteva essere una casualità.
«Vi ringrazio, Geoffrey. Grazie anche a voi, Mrs. Pryce. Mi dispiace avervi disturbato per una simile facezia.»
Accennò a ritornare al piano padronale ma Geoffrey si schiarì la voce.
«Milady...»
Annabelle si fermò sulla soglia e si voltò.
«Se posso permettermi...» Geoffrey esitò. «Quella pietra... Si mormoravano storie, tra la servitù di allora. Qualcuno sosteneva che avesse un influsso… speciale.»
«Che tipo di influsso?»
«Che proteggesse il destino delle contesse che lo portavano e quello dei loro bambini.»
Un brivido le corse sulla pelle, ma si costrinse a raddrizzare le spalle. «Superstizioni, Geoffrey. Solo vecchie e sciocche superstizioni. Vi lascio al vostro lavoro.»
Ritornò nell'atrio risalendo la scala di servizio. Oltre le finestre, la neve cadeva ancora fitta, cancellando il mondo oltre i vetri. L'inquietudine le morsicò il cuore. Dov'era Sebastian? Sapeva che si stava occupando della sicurezza dei fittavoli e delle strade, ma avrebbe preferito che fosse al castello, con lei.
Se gli fosse successo qualcosa…
No, non doveva pensarci!
Sarebbe ritornato presto, e avrebbe ammansito sua zia come solo lui era in grado di fare. Strinse la stoffa del vestito tra le dita fino a sgualcirla. La rabbia le bruciava in gola. La marchesa non aveva solo insinuato timori, per spaventarla; aveva anche orchestrato una trappola crudele, una caccia al tesoro impossibile da vincere. Perché?
Un rumore, alle sue spalle, la fece voltare prima che richiudesse la porta. Vide Daisy correre nel corridoio della servitù, seguita da Mrs. Pryce.
«Oh, cielo, no!» ansimava la governante. «Il vento deve aver spalancato le imposte!»
Annabelle raccolse le gonne e ridiscese rapidamente nel seminterrato. Cos'era accaduto, adesso? Le vide dirigersi verso la Linen Room, e le seguì a passo svelto.
La porta della stanza era aperta, e Annabelle respirò l'odore di lavanda che si mescolava al gelo. Una lama di vento sferzava i bauli e gli armadi a muro, facendo gemere il legno tarlato. Mrs. Pryce era china su una cassa. Daisy si stringeva con forza nelle braccia e batteva i piedi sul pavimento per vincere il freddo. Non appena la scorse, impallidì.
«Milady!» deglutì. «Non restate qui, vi prego. La stanza sembra una ghiacciaia.»
Annabelle sentì la tensione risalirle lungo la schiena, dura come una spada. Avanzò con passo pesante, sperando che non fosse accaduto quello che temeva. In quella stanza erano conservati i preziosi lini ricamati per il pranzo di gala di Natale. Se si fossero sgualciti o, ancor peggio, rovinati, Lady Eleanor le avrebbe rinfacciato quell'incuria fino a quando avesse avuto respiro.
«Ci sono ristagni d'acqua?» domandò, sforzandosi di dominare la voce.
Mrs. Pryce si voltò, e Annabelle avrebbe giurato che avrebbe preferito rattoppare mutandoni fino a sera, anziché ammettere d'essere stata imprudente.
«No, milady. Ma la lastra della finestra è crepata e la neve ha bagnato i bauli.»
«Quali bauli?»
«Quelli più vicini alla finestra, milady.»
Dov'erano ricoverati i corredi più preziosi della casa!
«La signora marchesa» intervenne Daisy, deglutendo di nuovo con fatica. «Ha richiesto il Service Mandarin per il pranzo del 25 dicembre, come ogni anno.»
«Apparteneva a sua madre» confermò Mrs. Pryce. «E ogni qualvolta si è trattenuta al castello, per lo Yuletide, milady ha voluto omaggiarla utilizzando la sua argenteria e la biancheria da tavola che tanto amava.»
La porcellana di Sèvres e il Servizio Cinese, comprese Annabelle. Se il gelo avesse incrinato anche un solo pezzo, Lady Eleanor non avrebbe avuto misericordia per la sua inadeguatezza; e forse anche Sebastian l'avrebbe rimproverata per non essersi presa cura dei beni della sua famiglia.
«Daisy» ordinò, con tono calmo. «Avverti Geoffrey e mandami i due garzoni più forti che riesci a trovare.»
Mentre Daisy correva fuori dalla stanza guardaroba, Annabelle s'accostò a tre grandi casse avvolte in una ruvida coperta di canapa. «Qui ci sono i corredi di lino» disse. «Mrs. Pryce, fateli portare immediatamente nella camera del cucito. Desidero esaminarli personalmente e, se necessario, provvederò io stessa al rammendo.»
La governante esitò. «Ma, milady, ci sono le cameriere, per questo…»
No. Questo è un compito che spetta a me.
Si avvicinò a una fila di scatole più piccole lungo il muro. Sfilò i guanti e posò la mano sulla prima cassa. Il legno era freddo e umido come una pietra tombale.
«Mrs. Pryce, l'argenteria da tavola non può restare qui. Aiutatemi a portarla fuori.»
«Milady, non è necessario» s'affrettò a rassicurarla la governante. «Stanno arrivando i garzoni.»
Nella stanza entrarono due ragazzotti robusti, con spalle larghe e mani grandi.
«Portate queste casse nella camera del cucito» ordinò Annabelle. «Là, l'aria è secca e calda. Geoffrey…» Fu sollevata di vederlo sulla porta, assieme ad altri due valletti. «Occupatevi dell'argenteria e del Service Mandarin» lo pregò. «E chiamate il maniscalco, perché ripari la finestra con assi e tela cerata, in attesa di un nuovo vetro. Il vento e la neve non devono più entrare in questa stanza. Nessuno spiffero deve rovinare le doti nuziali delle defunte contesse del castello.»
I garzoni sollevarono prontamente i pesanti bauli e li trasportarono fuori. Annabelle li seguì nella camera del cucito. Aprì i bauli sul grande tavolo di quercia e si accostò per esaminarli. La delicata biancheria non era rovinata. Il tessuto prezioso aveva resistito, ma qualche ricamo in oro e argento stava iniziando a sfilarsi; o era già danneggiato quando ne aveva preso possesso, in autunno?
Prese ago e filo e si sedette accanto alla stufa accesa. Lavorò in silenzio e dopo un tempo che non seppe calcolare, Geoffrey la raggiunse.
«La finestra è stata riparata, milady. Sarete sollevata di sapere che i corredi da tavola e da tè sono integri, e che l'argenteria è già stata trasportata in un locale asciutto.»
Annabelle gli sorrise.
«Vi ringrazio, Geoffrey» rispose, e riprese a lavorare. «Fate pulire ogni servizio. Voglio che l'argenteria sia lucidata e ogni pezzo del Service Mandarin deve essere asciugato con un panno morbido. Non voglio che rimangano ombre scure o tracce di umidità. Ogni cosa deve essere impeccabile per la Vigilia.»
«Sarà fatto, milady.»
Annabelle cucì e ricamò fino a quando non fu certa che nessuna tovaglia o tovagliolo fosse rovinato. Poi ritornò nelle sue stanze, sperando di trovare un momento di pace. Aveva le spalle irrigidite dal lavoro e anche il collo le doleva; aveva risolto un impiccio, ma non riusciva a rilassarsi. Lo sguardo le cadeva insistentemente fuori dalla finestra. Il cortile era una distesa immacolata, incisa solo dalle orme lasciate dagli stivali degli inservienti. Da qualche parte, là fuori, Sebastian stava lottando contro le raffiche ghiacciate per aiutare i suoi fittavoli a mettere in sicurezza alberi, animali e fienili. Un conte, amava sostenere, non doveva aver paura di sporcarsi le mani. La nobiltà non si riconosceva dal candore della pelle, ma dall'onestà della coscienza.
Annabelle appoggiò la fronte contro il vetro gelido e trasse un sospiro. Non era così che aveva immaginato di trascorrere quei giorni. Aveva ricevuto una visita indesiderata e doveva fingere d'esserne onorata. Non aveva trovato l'Opale; e Sebastian non era al suo fianco.
In quel momento, un riflesso balenò nel vetro e per un solo, fugace istante, Annabelle scorse una sagoma, alle sue spalle. Una donna bionda, riflessa nello specchio della finestra, che la guardava con un'espressione di infinita dolcezza.
Si voltò di scatto.
La sala era vuota.
Il fuoco scoppiettava nel camino, e lunghe ombre danzavano sui cavalieri e sui levrieri intessuti negli arazzi. Non c'era nessuno. Eppure, un effluvio di rose, vivo e penetrante, le avvolse i sensi. Si portò una mano al cuore. Era sua zia Jane? O Lady Rosamund? Ma che sciocchezza! Nessuno spirito era venuto a farle visita. Era stata la stanchezza, nient’altro che la stanchezza, a ingannarle la mente!
Ma, mentre si avviava verso lo spogliatoio per cambiarsi per la cena, sentì scendere in lei una strana, profonda calma.
Non era sola.
Qualcosa, o qualcuno, in quella casa piena di arcani segreti, vegliava su di lei.
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