Scritto il 20/09/2026
da FEDERICA LEVA


⏱ ~16 min · 3285 parole

«Milady!»

Un rumore concitato di passi la fece voltare mentre era a metà scalinata. Daisy stava risalendo di corsa le scale che portavano al piano padronale, il respiro affannato, le guance accese.

«Venite, presto!» La guardò dal basso, con gli occhi azzurro polvere spalancati. «Mrs. Pryce non sa più che cosa fare!»

Annabelle si tolse il cappello che aveva indossato per uscire a occuparsi delle rose, dopo colazione. Lo scosse e la neve, che aveva ripreso a cadere grossa e pesante, spolverò di bianco i gradini di marmo lucido.

«Che succede, ancora?» si allarmò. Qualcuno aveva lasciato cadere le casse con le porcellane? O l'argenteria era irreparabilmente rovinata?

«Mrs. Miller, sta per avere un malore!»

Oh, cielo! Non era bastato il gelo che aveva minacciato di rovinare la biancheria da tavola, il giorno precedente? Ora la cuoca si sentiva male?

Raccolse la lunga veste color ruggine e seguì Daisy nel seminterrato. Non appena entrò nella grande cucina, satura di vapore e di odori di spezie, avvertì sulla pelle un brivido di tensione.

La cuoca era seduta su uno sgabello, il viso rosso per il calore e per l'ansia. Davanti a lei, l'impasto scuro del Christmas Pudding giaceva inerte nella grande ciotola di terraglia, una massa informe, scura e compatta, gonfia di uvetta, scorze candite e grasso di rognone.

«Oh, milady!» esclamò, non appena la vide entrare. «È un disastro. Il pranzo di Natale è rovinato!»

Annabelle si costrinse a mantenere la calma. «Di che cosa parlate, Mrs. Miller?»

«È tutto perduto, tutto! Oh, milady…!»

«So chi sono, madam» la interruppe Annabelle, con fermezza. «Ditemi che cosa sta succedendo!»

Ancora una volta!

Nella grande cucina del castello, ogni suono si zittì. Due sguattere smisero di pelare le patate e un'altra si dimenticò delle pentole da lavare. Anche due camerieri erano immobili, accanto alla madia, senza quasi osare respirare.

«Non so come sia potuto accadere, milady» gemette Mrs. Miller, tormentando tra le mani il grembiule infarinato. «Ma è colpa di Mrs. Pryce!» Scagliò un'occhiata astiosa alla governante, in piedi accanto alla porta. «È lei a gestire la dispensa, e io lo dico da sempre che deve essere la cuoca, e non la governante, ad avere accesso a…»

«Mrs. Miller, vi prego!» la interruppe Annabelle, spazientita. «Non chiedetemi di cambiare le regole della casa, e spiegatemi perché siete tanto agitata. Non avete abbastanza rognone per il pudding? O vi mancano le uova?»

La cuoca scosse il capo, disperata. Anche se era una donna imponente, con braccia e gambe robuste, all'improvviso sembrava essersi rimpicciolita dentro l'ampia veste da lavoro macchiata di vino e grasso.

«Peggio, milady!» si lamentò, arieggiandosi il volto con il grembiule. «Senza il Brandy del Convento, il dolce non maturerà. Rimarrà un blocco di pietra indigesto. La Marchesa se ne accorgerà al primo assaggio.»

Annabelle spostò lo sguardo sulla governante. Mrs. Pryce serrò le labbra in una linea sottile, mortificata per quell'errore che rischiava di macchiare la reputazione di Ashcombe.

«Purtroppo, ero convinta che ne avessimo una cassa ancora intatta, e non ne ho ordinato dell'altro» ammise.

«Non c'è altro liquore in casa?»

«Solo il gin della servitù e un brandy locale, aspro come l'aceto. Inadatti alla tavola del Conte.»

Oh, ma serviva per ravvivare il pudding, non doveva essere servito ai signori, dopo cena! Ma se era così importante, per Mrs. Miller, l'avrebbe accontentata.

«Geoffrey ha accesso alla cantina, rivolgetevi a lui» disse. «Milord rinuncerà volentieri a una bottiglia di Porto o di Sherry, se servirà a risanare il vostro dolce.»

«Milady, voi vivete in paese da poco tempo e non sapete…» iniziò Mrs. Miller, torcendosi le mani. «Mi serve il Brandy del Convento, per preparare il pudding di Natale. La ricetta è storica, e mai, da quando servo in questa casa, è stata compromessa da una svista della governante!»

Annabelle si tormentò distrattamente l'orlo del polsino. Che cosa poteva fare? Il convento sorgeva a nord, vicino a Sheffield e, con quella bufera, non poteva inviare nessuno ad acquistare una cassa di brandy.

Immaginò Lady Eleanor, seduta alla destra di Sebastian, con un lampo di gelido trionfo negli occhi. «La nuova Contessa non sa nemmeno onorare le tradizioni» avrebbe osservato, davanti a tutti gli ospiti, e lei sarebbe morta di vergogna.

«No» mormorò. Si accostò al tavolo, soffocando la nausea che le saliva alla gola per le zaffate del grasso che ribolliva sul fuoco. «Non permetteremo a nessuno di deriderci e non disturberemo Dio invocando miracoli. Troveremo una soluzione con le nostre forze. Adesso.»

Lo sguardo le cadde su una cesta di arance amare, destinate alle decorazioni dei centrotavola, e su un barattolo di miele di castagno scuro, denso come ambra fusa.

Un ricordo le affiorò alla memoria. La modesta cucina della canonica in cui era cresciuta, sua madre che rideva mentre sostituiva ingredienti costosi con altri che trovava nella dispensa o al mercato. Le sue soluzioni erano state sempre originali e brillanti.

«Prendete quelle arance» ordinò, e la sua voce risuonò limpida tra le pentole di rame. «Grattugiate le scorze e mettetele da parte. Poi spremete il succo e scaldatelo con il miele di castagno fino a ridurlo a uno sciroppo denso e scuro.»

Mrs. Miller la guardò, interdetta. «Arance e miele? Ma la ricetta prevede...»

«La ricetta prevede che i commensali gradiscano il vostro dessert, Mrs. Miller» tagliò corto Annabelle, afferrando un'arancia e un coltello. «All'impasto aggiungete la birra scura, la Stout che Geoffrey conserva per le sere invernali.» Tagliò l'arancia in due con un colpo deciso. «È densa e sa di caffè tostato e liquirizia. Mescolata allo sciroppo, darà al pudding una profondità che il brandy non gli ha mai donato.»

Mrs. Miller sembrava sul punto di svenire. «Birra nel Pudding dei Rockraven?» balbettò.

«Fidatevi di me.» Annabelle le porse l'arancia tagliata. «Il sapore sarà aromatico e ricco. E se qualcuno oserà chiedere, diremo che è una variante introdotta in mio onore. Ora, al lavoro! Mrs. Pryce, siate gentile, fate portare la birra. E voi, ragazze» disse, rivolgendosi alle sguattere. «Venite qui, ho bisogno di tutte voi.»

La cucina, che fino a un istante prima era sospesa in un silenzio attonito, si animò di voci. Annabelle si mosse tra le servette, con le mani appiccicose di succo e miele, e le aiutò in qualunque mansione. Affettò, grattugiò e mescolò.

Quando Mrs. Miller versò lo sciroppo bollente sull'impasto, un aroma nuovo, caldo e avvolgente, si levò dalla grande ciotola. Era delicato e gradevole e, nel diffondersi nella vasta cucina, scacciò l'ombra dello sconforto. Sapeva di trionfo e di Natale.

«Profuma... profuma di festa, milady» ammise la cuoca, sorpresa.

«Bene» Annabelle si asciugò le mani in uno strofinaccio. «Riprendete a cuocere il pudding. E non temete, Mrs. Miller, sarà un successo.»

Uscì dalla cucina mentre il vapore iniziava ad appannare i vetri. Si sentiva sollevata, quasi felice, ma la tregua fu breve. Geoffrey la attendeva nel corridoio, il volto solitamente imperturbabile segnato da una ruga profonda tra le sopracciglia.

Teneva in mano un foglio bagnato.

«Milady» disse, con voce bassa. «Notizie dalla Stazione di Posta.»

Annabelle sentì lo stomaco contrarsi. «Le strade sono sbarrate?» intuì.

«Il fattorino del macellaio è appena arrivato a piedi, ma non ha portato quasi nulla. Il carro con l'ordine per la Vigilia è fermo a trenta miglia da qui, e Dio solo sa quando riuscirà a salire. E la diligenza che aspettavate da Londra...» Trasse un brusco sospiro. «Dalla stazione di cambio non sanno neppure dire se sia in viaggio o se sia ancora in città.»

Annabelle provò un'acuta fitta di frustrazione. Sulla diligenza viaggiava il regalo che aveva ordinato per Sebastian, da Rundell, Bridge & Co. E c'erano anche i nastri di velluto per Daisy e Becky e i libri di studio per i bambini della scuola di carità…

Soffocò un sospiro. Non era così che aveva sognato di celebrare la sua prima Vigilia come moglie di Sebastian e contessa di Rockraven. Aveva fantasticato di festeggiare con gli amici di Londra, e la neve li stava bloccando lungo la strada. Ma mancavano ancora quattro giorni alla Vigilia. Se avesse smesso di nevicare e le strade fossero state sgomberate, la sera del ventiquattro dicembre la sala da pranzo avrebbe brillato di candele, gioielli e sorrisi.

Non esultare anzitempo!, si frenò.

Geoffrey le aveva detto che il carro con le provviste era fermo prima di Willowbrook. Doveva ridiscutere il menù con Mrs. Miller e stabilire qualche alternativa, nel caso in cui le oche e le altre provviste non fossero giunte in tempo. Il pranzo doveva essere perfetto o, avrebbe scommesso ogni diamante che aveva trovato nel cofanetto di Lady Rosamund, Lady Eleanor glielo avrebbe rinfacciato a ogni Natale della sua vita.

Ma c'era qualcosa di più importante che la assillava, in quel momento. Qualcosa che nessun regalo e nessun'oca avrebbe mai potuto compensare.

«E il Conte?» chiese. «Dov'è?»

Geoffrey esitò, a disagio. «Non è ancora rientrato, milady. È stato trattenuto alla fattoria degli Hawthorne. Il tetto della stalla ha ceduto e milord è rimasto ad aiutare a sostenerlo prima che travolgesse gli animali.»

Annabelle si voltò verso l'ampia finestra del corridoio.

«Mio marito non è un carpentiere» mormorò, stringendo le mani davanti allo stomaco. «Non dovrebbe correre il rischio di prendersi un'infreddatura o di spaccarsi una gamba» o peggio! «per salvare il tetto di una stalla!»

Socchiuse gli occhi. Il chiarore, fuori, era accecante, violento. Il vento ululava come una bestia ferita, cercando di farsi strada tra le pietre del castello.

E Sebastian era là fuori.

Non al sicuro nel suo studio, davanti a un fuoco caldo, con il suo amato Porto adagiato sul palmo, ma nel ventre della tempesta, a rischiare la vita per i suoi affittuari e le loro pecore.

L'immagine di lui, sferzato dal vento, i capelli neri incrostati di ghiaccio, che afferrava il legno grezzo e la pietra con le mani, le strinse il cuore in una morsa dolorosa.

Ma non lo amerei, se fosse diverso.

E mentre lui rischiava la vita, lei era al riparo nel castello, a preoccuparsi del sapore di un budino di rognone e dell’approvazione di Lady Eleanor!

«Preparate un vassoio con brodo e vino caldo» ordinò a Geoffrey. «Teneteli sempre pronti sul fuoco. E fate preparare coperte e mattoni bollenti, nell'atrio.»

«Vi aspettate che rientri presto, milady?»

Annabelle si voltò, sforzandosi di non tremare. «Mi aspetto che rientri, Geoffrey. Vivo. Quando lo farà, non gli permetterò di ammalarsi com'è accaduto a William, lo scorso inverno.»

Il pomeriggio fu un lungo tormento. Non poté trascurare Lady Eleanor e Lady Clarissa, e sedette con loro nel Salotto dei Cherubini, ricamando e ascoltando Clarissa suonare il pianoforte. Lady Eleanor raccontò aneddoti sull'Opale, su come avesse protetto una contessa dalla morte per parto, nel 1700, e avesse salvato un bimbo che era nato senza piangere. Annabelle ascoltava distrattamente. Anche se non era superstiziosa, si rammaricava di non aver trovato il ciondolo di Lady Rosamund. La defunta contessa avrebbe senz'altro protetto suo nipote, se avesse avuto il potere di farlo.

Ma c'era tempo per rimuginare su rischi e sventure. Non avrebbe partorito prima di giugno e c'erano altri problemi da risolvere, in quei giorni.

Il biancore del giorno sfumò presto nel grigiore cupo del crepuscolo e, a ogni ticchettio del pendolo, il suo cuore si faceva sempre più pesante. Ogni volta che il portone sbatteva, il sangue le bruciava, sottopelle, nella speranza di udire la voce di Sebastian, profonda e vellutata, con quella nota ferma che sapeva rassicurarla anche nel mezzo delle tempeste.

Torna. Devi tornare.

Fu allora che un fremito inatteso le attraversò il ventre. Un frullo d’ali, lieve, quasi irreale. Annabelle trattenne il respiro, sorpresa. Era la prima volta che lo sentiva, e non pensava che l'avrebbe avvertito per un altro mese ancora. Era davvero il suo bambino? O era soltanto un inganno dei nervi tesi? Posò la mano sul ventre, furtiva, a cercare una conferma in quella carezza segreta. Non sentì più nulla, ma quel dolce sfarfallio le ammorbidì l’animo, lasciandole addosso un caldo conforto.

Tuo padre è caparbio, pensò. Tornerà.

Aveva lasciato il castello in compagnia del suo capo falconiere. Non avrebbe potuto essere più protetto, nemmeno se fosse partito per una battaglia armato di moschetto e balestra.

Dopo cena sentì la stanchezza pesarle sulle palpebre. Avvolta in una morbida vestaglia di lana, si era ritirata nella biblioteca per controllare l’elenco degli ospiti — un esercizio futile, giacché probabilmente nessuno sarebbe arrivato per tempo — quando lo stridio del portone principale la fece scattare in piedi.

Non era il tocco leggero di Geoffrey, che lo sprangava per la notte.

Qualcuno era entrato con passo disordinato.

Annabelle corse nell'ingresso, seguita dal maggiordomo. Sebastian era in piedi davanti al portone, immobile.

Era quasi irriconoscibile. Il grande cappotto di lana lo avvolgeva come una rigida corazza di ghiaccio e neve. Il viso era livido, sferzato dal vento, gli occhi arrossati e infossati in orbite scure. Tremava, di un tremito profondo che lo scuoteva dalle spalle agli stivali.

«Sebastian!»

Lui fece un passo incerto sul pavimento di marmo. L'acqua colava dai suoi vestiti, formando una pozza scura ai suoi piedi.

«Sono...» La voce era un graffio, rotta dal gelo. «Sono tornato.»

Annabelle gli corse incontro, ma si fermò prima di abbracciarlo. Emanava un freddo così intenso che pareva avvolto nel respiro stesso dell’inverno.

«Sei congelato» sussurrò. «E dov'è Warren? Ti ha lasciato ritornare da solo?»

Sebastian sollevò una mano, e Annabelle vide che le dita erano gonfie e bluastre. «Ho bisogno... ho bisogno delle scorte mediche. Laudano. Bende pulite.»

«Sei ferito?»

L'orrore le raggelò il sangue nelle vene.

«Non io. Il vecchio Stephen Hawthorne. È caduto dal tetto. La gamba...» Si interruppe, chiudendo gli occhi per un istante, e barcollò come se il pavimento gli mancasse sotto i piedi. «Devo prendere le medicine e ritornare alla fattoria. Subito.»

«No!» Annabelle gli afferrò il braccio bagnato. «Non puoi tornare là fuori! Non questa notte!»

Lui aprì gli occhi e la fissò. In quel grigiore tempestoso non c'era arroganza, solo una stanchezza infinita e una determinazione d'acciaio che la spaventò più della sua debolezza.

«È il mio popolo, Annabelle. Non lascerò morire un vecchio allevatore solo perché ho freddo.»

Tentò di scostarsi, ma il passo gli mancò. Geoffrey fu lesto a sostenerlo, impedendogli di cadere.

Annabelle sentì le lacrime pungerle gli occhi, ma le ricacciò indietro con furia. «Thomas!» chiamò, a gran voce. «Porta del brandy, subito. E voi, Geoffrey, accompagnate questo pazzo davanti al fuoco!»

Si parò davanti a Sebastian, decisa. Era piccola, rispetto a lui, ma in quel momento si sentiva alta come una torre.

«Non tornerai fuori in queste condizioni» sibilò. «Ti cambierai, prima. Berrai qualcosa di caldo e mangerai qualcosa. Dormirai, se necessario. Se crollerai nella neve a metà strada, non servirai a nessuno, tantomeno agli Hawthorne.»

Lui la guardò e, per la prima volta, ad Annabelle parve di vedere un lampo di resa in quegli occhi duri. Le difese di Sebastian crollarono. Si lasciò sfilare il cappotto da Geoffrey e, anche se sembrava irritato e impaziente, si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo tra le labbra tese.

«Sei... sei una tiranna, Annabelle» mormorò, ma le cercò la mano con la propria e la strinse con forza.

«Sono una contessa» rispose lei, sostenendo il suo sguardo. «E sto proteggendo la cosa più importante del contado.»

L'uomo che amo.

Lo guidò verso il fuoco del salone, mentre fuori la tormenta riprendeva a strepitare contro i vetri.

Sebastian crollò sulla poltrona di velluto e il fuoco gli arrossò il volto. Il respiro era una corsa affannata di sibili rotti. Thomas arrivò con il brandy, ma prima che Sebastian potesse prendere il bicchiere, Annabelle gettò un cuscino sul pavimento e gli si inginocchiò accanto.

«Prima devi scaldarti» gli ordinò, prendendogli le mani gelide tra le sue. Le sue dita erano rigide e bluastre, macchiate di sangue secco. «Le tue mani sono fatte per reggere le redini e firmare documenti» lo rimproverò. «Non per puntellare i pali in una stalla.»

«Sono fatte per aiutare chi mi chiede soccorso» mormorò lui, stancamente. «A che serve essere un conte, se non posso soccorrere i miei fattori?»

Annabelle gliele strinse con forza e le massaggiò, tentando di scaldarle. Lui non reagì; era completamente esausto, la testa appoggiata contro lo schienale della poltrona, gli occhi chiusi come in abbandono. Per qualche istante, solo il crepitio del fuoco spezzò il silenzio della sala.

«Guardami, Sebastian» lo supplicò Annabelle.

Voleva vedere la vita nei suoi occhi, la sua incrollabile determinazione.

Lui obbedì con un sospiro, e a lei parve che una lama le si conficcasse nel cuore. Quegli occhi pieni di tempesta, che tante volte l'avevano fatta infuriare, ora erano diluiti da un'infinita stanchezza. Lasciò che bevesse il brandy, a piccoli sorsi.

Solo vagamente si accorse che Thomas si era allontanato e che erano rimasti soli. Allora, gli sollevò una mano e la posò dove il corsetto si allargava, sul ventre appena arrotondato sotto il velluto. Rimani per me. Per noi.

Dapprima, lui non capì. La sua mano era pesante, inerte. Poi Annabelle sentì un leggero ma inconfondibile singhiozzo, come una risatina che le vibrava dentro. Ancora…! Il suo bambino sembrava felice di sentire la carezza di suo padre.

Il respiro di Sebastian si bloccò. I suoi occhi d'argento si spalancarono e si fissarono sul punto dove il palmo della mano s'incontrava con il grembo di Annabelle. Lo stupore gli illuminò il volto come la vampata di una fiamma.

Lo aveva sentito. Annabelle non sapeva come, perché lei stessa aveva avvertito poco più di una carezza; ma lo aveva sentito.

Sebastian la guardò, incredulo. «È…»

«Il nostro piccolo principe» sussurrò Annabelle, senza lasciare che la sua voce tremasse. «È vivo. E forte. E vuole conoscere suo padre, quando nascerà.»

Sebastian tacque. Quel momento era troppo sacro, troppo fragile per essere sgualcito dalle parole. Lo vide richiudere di nuovo gli occhi, ma questa volta il suo viso era pieno di pace. Di gioia.

Il silenzio, tra loro, vibrava come un giuramento.

Pochi attimi più tardi, il passo discreto di Geoffrey s’insinuò nell’incanto che li avvolgeva. Sebastian ritrasse la mano e Annabelle si alzò.

«Milady, ho riempito una borsa con vino caldo e pane. Un inserviente accompagnerà Sua Signoria dagli Hawthorne e porterà le medicine per alleviare i dolori di Mr. Hawthorne.»

«La bufera ha ripreso, Geoffrey?»

«In questo momento cade poca neve e il vento si è placato.»

Sebastian si alzò dalla poltrona senza vacillare. Il brandy sembrava avergli restituito una forza d'acciaio.

«Parto subito» decise.

Annabelle non cercò di fermarlo. «Ti aspetterò, questa notte» gli sussurrò. «Ti aspetteremo…» Ridusse la voce a un bisbiglio appena udibile. «Insieme.»

Tuo figlio ed io.

Lui annuì. Accennò ad accarezzarle il volto, ma non osò concedersi una tenerezza, davanti al maggiordomo. Il modo in cui la guardò, tuttavia, fu più intimo di qualsiasi abbraccio. Poi si avvolse in un pastrano dal colletto foderato di pelliccia, indossò guanti di lana e uscì assieme a un robusto mozzo di stalla, scomparendo nel turbinio della neve.


* * *

Annabelle si accoccolò davanti al camino, avvolta in una calda vestaglia di lana, e attese. Il tempo era un lento torturatore. La tormenta, che per qualche ora si era placata, verso l'una riprese a ululare, un suono rauco e violento che scuoteva le torri del castello.

Si posò una mano sul ventre, dove il ricordo del tocco di Sebastian era ancora vivo. Quasi senza accorgersene, iniziò a cantare una ninnananna dolce e sommessa. No, decisamente, quello non era il Natale che aveva sognato, quando era diventata Contessa. Ma avrebbe fatto di tutto per trasformare quei giorni flagellati dalla bufera e dall'incertezza in una vera festa.

«Fidati della tua mamma» sussurrò, sopra il crepitio del fuoco. «Alla fine ricorderemo questo Natale come uno dei più belli che potessimo trascorrere.»

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