IRENE PISTOLATO


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Adam

È passato un mese da quando George se n’è andato da casa mia dopo una crisi emotiva che non ha saputo gestire. Avrei voluto essergli di maggior supporto, aiutarlo a sentirsi al sicuro con me, ma credo che non fosse ancora pronto a lasciarsi andare del tutto. Per quanto si fosse aperto con me, una parte è rimasta comunque ben sigillata. Forse non ne era nemmeno consapevole, per questo è fuggito. Gli ho lasciato lo spazio necessario per farlo senza drammi.

L’ho sempre trovato molto attraente, con un corpo da favola, ma devo ammettere che sono rimasto colpito di più dalle sue insicurezze, dal suo essere molto più umano di quanto mostri quando è in mezzo alla gente. Ho visto le sue fragilità, le sue paure, la sua solitudine. Quest’ultima la conosco benissimo, purtroppo. Sentirsi soli quando si è circondati da persone è una sensazione terribile.

In questi trenta giorni non ho avuto sue notizie, ma è stato molto attivo sui social e non ho perso un suo solo post. Cosa ho notato? Che i suoi sorrisi sono ancora più finti del solito e che i suoi meravigliosi occhi azzurri sono tristi da morire. Non sta bene, per niente, ma non vuole l’aiuto di nessuno, nemmeno del mio. Perché mai dovrebbe, in fin dei conti? Non sono niente per lui. Siamo solo stati insieme per qualche ora, gli ho regalato due orgasmi e gli ho parlato come se fosse importante per me. Non lo so, forse ho esagerato, ho spinto troppo sull’acceleratore e ho detto cose che non era ancora pronto a sentire.

Non ho il suo numero, ma avrei potuto contattarlo con un messaggio privato sui social se avessi voluto. Non volevo però essere troppo insistente e gli ho lasciato il suo spazio. Non so se ho fatto bene o no, ma ammetto che avrei voluto sentirlo per chiedergli se stava bene. Mi avrebbe mentito, dicendomi che stava alla grande, e io sarei stato al suo gioco per non fargli capire che ho capito che è tutta una bugia.

«Adam? Ci sei? Adam?»

Torno al presente quando la voce dall’altra parte della linea mi richiama all’ordine. Ero al telefono con la mia agente quando George è tornato con prepotenza nei miei pensieri.

«Sì, Eloise, scusami. Mi ero distratto un secondo.» Mi passo una mano sul viso, cercando di trovare un po’ di concentrazione.

«Tranquillo, pensavo fosse caduta la linea, non ti sentivo più. Allora, stavo dicendo che c’è una cena di beneficenza all’EB Dream Hotel.»

L’hotel di Eli Banks.

Ci saranno sicuramente anche lui e il suo compagno e, visto che sono loro amici, probabilmente si presenteranno anche Dylan e Samuel, se il bimbo di quest’ultimo glielo permetterà. Non ho ancora avuto il piacere di conoscere Benjamin, ma dalle foto che mi ha mostrato il mio amico, sembra davvero adorabile. Forse dovrei invitarli da me una sera, sarebbe bello trascorrere una serata tra amici senza riflettori puntati addosso.

«Sarebbe gradita la tua presenza,» continua Eloise senza perdere un colpo. Sono io quello che si perde in mille pensieri invece di prestare attenzione.

«Va bene, ci andrò. A quale associazione donerò i miei soldi?»

«Vogliono creare una struttura sicura dove i giovani cacciati di casa dalle loro famiglie possono ricominciare.»

Da quando ho iniziato a recitare e guadagnare più che bene, mi piace aiutare chi è in difficoltà. Amo farlo in modo anonimo, la maggior parte delle volte, ma in certe occasioni è un bene metterci la faccia, soprattutto se è una causa a cui tengo, proprio come lo è questa.

E poi mi torna in mente di nuovo George.

Non mi ha raccontato di preciso cos’ha fatto la sua famiglia, ma mi è bastato sapere che lo hanno cacciato di casa perché non ama in modo tradizionale per odiare quelle persone con tutto me stesso.

«La cena inizia alle sei, hai tipo, mm, un’ora per prepararti.»

Ridacchio. «Avrei gradito un po’ più di preavviso, ma ti perdono solo perché sei carina.»

Eloise ride di gusto. «Se non fossi gay, ti avrei già chiesto di sposarmi.»

«Lo credo bene, sono magnifico,» le dico fingendomi altezzoso.

«Oh lo sei, credimi. Ora vatti a preparare e smettila di perdere tempo al telefono con me. John sarà lì tra venti minuti.»

«Mi avevi appena dato un’ora di tempo!» le faccio notare.

«Un’ora compreso l’arrivo a destinazione. Non te l’avevo detto? Che sciocca che sono. Buona serata, Adamino bello.»

Riattacca prima che possa mandarla bonariamente a quel paese. Adoro la mia agente e non so davvero cosa farei senza di lei. È stata lei a scovarmi quando non ero ancora famoso, ha trovato qualcosa in me che ha attirato la sua attenzione e ha voluto a ogni costo rappresentarmi. È stato il “sì” più facile di tutta la mia vita e non me ne sono mai pentito in questi vent’anni.

Ci impiego la bellezza di un quarto d’ora per farmi la doccia e rendermi presentabile per una cena di gala. Non devo nemmeno perdere tempo a sistemarmi i capelli visto che sono corti e stanno al loro posto senza l’utilizzo di intrugli strani.

John mi sta già aspettando nel parcheggio sotterraneo e, come da mia richiesta, non scende ad aprirmi la portiera. Non è un mio servitore, è un mio collaboratore che pago per portarmi ovunque voglia. Quando non è disponibile, o voglio andare per i fatti miei, prendo la mia auto. Mi piace anche essere indipendente ogni tanto.

«Ciao John. Come stai oggi?»

Mi sorride attraverso lo specchietto retrovisore. «Buonasera signor Nigel. Sto bene, grazie. Lei?»

Mi stringo nelle spalle. «Sto bene e sono pronto a socializzare.»

«Buon per lei, signore.»

Per il resto del tragitto chiacchieriamo come facciamo ogni volta. Mi racconta di suo nipote che ha appena vinto un torneo di sillabazione e di quanto sia fiero di lui. Riesco a notare quanto i suoi occhi brillino anche attraverso lo specchio, un sorriso tenero aleggia sulle sue labbra. Deve essere bello avere qualcuno da amare in modo incondizionato. Io non riesco a trovare nemmeno un uomo con cui condividere il letto. L’ultimo se l’è svignata in fretta e furia. Non mi ha dato nemmeno l’occasione di capire cosa si prova ad addormentarmi stringendo tra le braccia un uomo come lui.

Quell’uomo che ora è alla mia stessa cena di beneficenza e che sta parlando con un tipo di bell’aspetto che pende dalle sue labbra. George continua a sfiorargli il braccio con gesti che sembrano casuali, ma che mi danno la sensazione che siano proprio intenzionali.

Recupero una flûte di champagne dal vassoio di uno dei camerieri che sta girando nella grande sala. Lo sorseggio piano, senza mai staccare gli occhi dal bellissimo modello che sta ridendo in modo sciocco. Solo io mi accorgo di quanto quella risata suoni falsa?

All’improvviso i suoi occhi incontrano i miei tra la folla, come se avesse percepito il mio sguardo su di sé. Il suo sorriso si spegne, le sue guance assumono un adorabile colore rosato e abbassa lo sguardo, imbarazzato.

Non credo che si aspettasse di trovarmi qua stasera, nemmeno io speravo di incontrarlo. Pensavo sarebbe rimasto alla larga da eventi dove avrei potuto partecipare per non dovermi vedere di nuovo. Questo pensiero mi porta una brutta sensazione alla bocca dello stomaco. Vorrei che fosse sempre felice di vedermi, non che mi eviti come se avessi fatto qualcosa di sbagliato.

«Ehi Adam! Che bello vederti!» Jamie Grant, il compagno del multimilionario proprietario di questa baracca a cinque stelle, mi raggiunge e mi stringe con un solo braccio.

«Anche per me, Jamie. Tutto bene?»

«Alla grande! Non ci aspettavamo tutta questa partecipazione, ma ne siamo davvero entusiasti,» risponde tutto sorridente e felice.

Un tempo era un attore di film per adulti e poi si è dato alle sceneggiature. È lui che ha scritto “Soul Mates”, la serie dove ho recitato con Dylan e che sta riscuotendo un enorme successo. È la storia romanzata dell’amore tra lui ed Eli Banks, che interpreto io.

«È una causa bellissima, otterrete molte donazioni. Io ne farò una di sicuro.»

Mi stringe la spalla con la mano. «So che lo farai, sei una bravissima persona.»

«O almeno ci provo,» commento facendogli un occhiolino.

«Ehi, finto Eli Banks, smettila di flirtare con il mio uomo.» Il vero multimilionario ci ha raggiunto e mi sta offrendo la mano in segno di saluto.

«Non mi sognerei mai di flirtare con lui, so bene che è off-limits,» lo rassicuro con un angolo della bocca sollevato.

Torno a cercare George senza quasi rendermene conto e lo trovo a flirtare con un altro uomo, altrettanto interessato a lui. Mi lascio scappare un piccolo grugnito che non sfugge a Jamie, che segue il mio sguardo.

«Oh, capisco perché non sei interessato a me. Sono un così bel bocconcino e non capivo perché non mi guardavi nemmeno.» Mi sfotte con un sopracciglio inarcato e un sorrisetto da stronzo sulle labbra.

«Non so di cosa stai parlando.» Bevo un altro sorso di champagne per tenermi occupato e non dire qualcosa di cui mi pentirei.

«Lo sai bene, invece, e fingere con me non serve a niente.» Mi punta pure un dito contro. «Io andrei a salvarlo se fossi in te.»

«Chi?» chiede Eli visibilmente confuso.

«Te lo spiego dopo, amore, tranquillo.» Gli schiaffeggia piano una guancia, guadagnandosi un’occhiataccia. «Adam, vai. Non sprecare tempo inutilmente.»

George fa scorrere le dita sul braccio dell’uomo in modo lento e civettuolo, sta cercando di sedurlo e una parte di me – quella del cavernicolo – sta gridando. L’idea che qualcun altro possa sfiorare quel suo corpo perfetto, senza sapere quanto è dolce quel ragazzo e senza apprezzarlo davvero, mi fa infuriare.

Devo raggiungerlo.

Devo dirgli che… che cosa dovrei dirgli?

Non ne ho idea, ma qualcosa mi inventerò pur di tenerlo lontano da quelle manacce.

 



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