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Una volta ho chiesto a Zoser se la sua terra gli mancava. Il tramonto che insanguina le enormi piramidi… "così enormi che non arriveresti a immaginarle..." e il rumore del secchio dello shaduf che viene immerso nell'acqua e poi sollevato da un contrappeso.
Zoser l'Egiziano mi ha guardata dritto negli occhi. «A te non mancherebbe la tua terra, se vivessi in un paese lontano?».
Gli ho sorriso senza rispondergli nulla.
Ha scosso il capo. «Sei ancora una ragazzina».
Non me la sono presa; ho guardato il suo volto perfettamente rasato e gli occhi bistrati di nero. «Solo perché ogni notte giaci con mia madre, questo non ti autorizza a parlarmi come se fossi mio padre».
Non ha molti anni più di me, Zoser l'Egiziano. Alle mie parole è avvampato, ma è rimasto zitto. Più tardi mia madre mi ha presa a schiaffi, ma senza farmi male.
«Nemmeno una lacrima!» ha urlato esasperata. «Non una lacrima di mortificazione, una parola di scusa!»
Non vedo perché dovrei piangere io per la sua vergogna.
Questa è una terra triste, avrei voluto dirlo a Zoser, non so se ne sentirei la mancanza. Soprattutto non sentirei la mancanza dei deboli schiaffi di mia madre, come quelli con cui mi ha colpita un istante fa.
«Akheta mi ha detto che hai accusato Sypoulos di avere un amante davanti al suo servo» piagnucola. Tende una mano a Zoser, che si avvicina per stringergliela. «È così? Parla, figlia ingrata!»
Non posso fare altro che ammetterlo, anche se cerco di giustificarmi. «Parlavo solo con la mia balia. Non mi ero accorta che fosse presente il servo di Sypoulos».
Rakis. Si chiama Rakis.
Scaccio quel pensiero fastidioso. Non m’interessa affatto conoscere il suo nome. Perché dovrebbe?
Guardo mia madre negli occhi. «Quel ragazzo… è davvero il suo amante?»
Lei sbatte le palpebre, i denti affondati nel labbro inferiore. «Sypoulos ha acconsentito a prenderti in moglie. Le sue abitudini notturne non sono affar tuo».
«Non lo saranno nemmeno quando diserterà il talamo nuziale per giacere con un altro uomo?»
Mia madre sussulta, poi indica con ferocia la porta. «Va’. Non abbiamo più nulla di cui discutere, per ora».
Obbedisco. Raggiungo le mie stanze, dove Akheta mi sta aspettando. Mi tende le braccia e io vi cerco rifugio aspirando il suo profumo di fiori freschi. L’ho già perdonata.
«Cosa c'è Clito? Che ha la mia bambina?».
Dovrebbe saperlo, invece fa finta di no.
«Credo che la mia tristezza sia scritta nel mio nome, balia» sussurro. «Anche questo è un segno. Non ti pare? Tutto iniziò con Clito e tutto finirà con Clito: il cerchio si chiude».
La nostra civiltà antica di molti secoli che, come narrano gli anziani, nacque dal grembo di Clito, la prima regina, sta per cadere definitivamente: il declino è inarrestabile e io, con la mia nascita, l'ho suggellato. Adesso non resta che attendere.
Provo a spiegarlo alla balia e lei spalanca gli occhi. «Non dire sciocchezze. I tuoi genitori ti hanno dato il nome della fondatrice della stirpe di Atlantis. Dovresti esserne fiera. E smetti di vedere sventure e infausti presagi dappertutto: non sei una veggente, te l’ho detto molte volte».
«So di non esserlo».
«Allora non dire mai più certe cose, Clito. Mai più. I sacerdoti potrebbero venire a prenderti».
Come se mio fratello, Kemet, non fosse uno di loro.
«Mi hai capita, bambina mia?»
Rido di fronte al suo tono da cospiratrice e, nel vederla perplessa, rido più forte.
I sacerdoti di Anfitrite non sono qualcosa di cui ridere, ma quando si ha già piena coscienza della fine, tutto il resto non conta. Non che essi non mi terrorizzino, non sono così forte, semplicemente per me non rappresentano il vero problema. Sono così lontani che a volte mi dimentico della loro esistenza anche se sono sempre qui, con tutti noi, anche quando non ce ne accorgiamo. Hanno fatto del nostro desiderio di esistere il loro cibo, cibo con cui assicurarsi una sorta di invulnerabilità a tempo indeterminato. Non temono nulla, neppure la morte. Non capiscono che la Morte è per loro ciò che essi sono per noi: presente in ogni momento, anche quando sembra lontana, e pericolosamente familiare.
La differenza è che i sacerdoti non temono la Morte quanto noi temiamo i loro sorrisi così sinistri e seducenti.
Chissà se Morte e Bellezza vanno di pari passo, qui ad Atlantis… Non so, è uno strano quesito: ho sempre pensato, prima di incontrarli per la prima volta, che Morte e Bruttezza, Morte e Lerciume, fossero due nomi diversi per intendere la stessa cosa. Ora so che non è così.
Morte e Bellezza, che strano binomio.
* * *
Era così bello l'altare, tutto in marmo rosa cosparso di petali profumati, così invitante la sua freschezza nel caldo afoso della stagione estiva, che il fanciullo vi si era adagiato quasi con desiderio.
«Io amo Anfitrite. Io amo mio padre Poseidon» sussurrò.
Dopo, soltanto il silenzio.
Non ho mai più dimenticato quel silenzio dall'odore dolciastro.
Una vecchia, vicino a me, quel giorno vomitò anche le viscere e pianse di sollievo per aver potuto spezzare il silenzio con i suoi conati. All'odore dolciastro si mescolò quello acre della donna.
In seguito il silenzio fu più accettabile, eppure molti guardarono la vecchia non con gratitudine ma con stupore. Mi chiesi perché avessero trovato insolita la sua reazione: se anche tutti noi fossimo completamente assuefatti al rito dell'altare di marmo rosa, ci sarebbe sempre qualcuno che vomiterebbe le proprie budella pur di spezzare il silenzio.
Quella vecchia fu fortunata: la tirarono su e la cacciarono dal tempio dopo averle sputato in faccia e averla coperta di insulti. Un'altra donna, anni prima, non fu altrettanto fortunata: ebbe la sfrontatezza di lasciarsi prendere dalle convulsioni prima ancora che calasse il silenzio. Si indignarono e urlarono che con la sua bocca bavosa stava insozzando il bel pavimento del tempio; poi, d'improvviso, qualcuno cadde in ginocchio accanto a lei e disse che c'era profumo d'ambrosia tutto intorno.
Ben presto tutti avvertirono lo stesso divino aroma e una voce commossa si levò, quasi timida. «Offriamola al dio!»
A differenza della vecchia, la donna aveva avuto la sfortuna di essere giovane e bella. A causa delle convulsioni ci vollero quattro uomini per tenerla ferma.
Questo è quanto mi hanno raccontato, quasi sottovoce, come per ammonirmi. «Tu sei giovane, graziosa. Se fai qualcosa, qualunque cosa che possa attirare su di te l'attenzione dei sacerdoti... che tu sia una ripudiata dagli dei, o un'eletta degli dei... l'altare è lì che ti aspetta».
Io sarei la vittima ideale: il mio nome reca offesa a tutto ciò che rappresenta la nuova tradizione. Non che la vecchia fosse molto differente, ma qui, su quest'isola, la tradizione antica nasconde ancora qualche sottile insidia per la casta sacerdotale.
Narrano che Clito, di cui io porto il nome, ebbe in dono la capitale da Poseidon, che l'amò per la sua bellezza. Clito fu la fondatrice della nostra stirpe, la prima a regnare sulle dieci regioni dell'isola, con il favore del dio.
Furono i tempi della prosperità.
Anche questi sono i tempi della prosperità, dicono i Figli di Anfitrite. Non possono perdonare a Clito di avere avuto tutto per sé l'amore del dio né di aver governato senza di loro.
A quei tempi, i sacerdoti di Anfitrite erano officianti come gli altri, né più né meno. Ma il potere, si sa, può arrivare in qualsiasi momento, anche se chi lo detiene è costretto a perderlo, prima o poi. Clito lo perse con la morte e, dopo di lei, molti regnanti ne persero una parte con il trascorrere del tempo.
Il Potere, così indebolito, diminuiva nelle mani dei sovrani di generazione in generazione. Essi lo lasciavano scivolare via senza neanche rendersene conto e, nelle mani dei sacerdoti di Anfitrite, lo stesso Potere cresceva, di volta in volta, e diventava più forte.
I sacerdoti di Anfitrite sono spietati e intelligenti; da sempre hanno dimostrato di conoscere il segreto per nutrire il Potere, per crescerlo e curarlo amorevolmente, come un padre coscienzioso farebbe col proprio figlio.
Anche mio padre era un sacerdote, il primo dei Figli di Anfitrite, con un sorriso accattivante e gli occhi gelidi. Morì all'improvviso, nel suo letto.
Mia madre dice che fui concepita quella notte, poco prima che lui morisse.
C'è chi dice che mio padre era già morto quando la sua parte maschile incontrò quella femminile nel ventre di mia madre. Circolano anche altre voci, ancora più crudeli: mia madre avrebbe ucciso mio padre coinvolgendo nell'assassinio mio fratello Thyrsos, che a quel tempo aveva solo undici anni.
Ma queste voci non hanno volto. Voci buone per animare una notte di taverna.
* * *
«Che ne sai tu delle notti di taverna!» ha sbottato una volta l'Egiziano quando, la lingua sciolta dal vino, parlavamo tra noi di queste cose proibite senza remore, come se riguardassero qualcun altro e non me – o noi.
«So molte cose, Zoser». La mia voce era insinuante. «Molte più cose di te».
Mi ha guardata con aria incredula, poi mi ha sorriso e il candore dei suoi denti ha illuminato il volto dalla pelle scura e liscia.
Di solito i nostri discorsi terminano così: io dico qualcosa che lui non comprende o non vuole comprendere, e Zoser l'Egiziano mi sorride. Amo il suo sorriso e il profumo della sua pelle che sa di spezie orientali, e amo le sue tuniche colorate.
Quando sono in sua compagnia, cerco di immaginare le acque nere dell’Iteru e le sabbie dorate del deserto, guardo le sue mani scure dal palmo rosa e ne studio ogni linea, ogni piega della pelle. Salgo con le dita fino al polso, dove mi soffermo sugli spessi bracciali e poi più su, solleticandogli l'incavo del gomito e seguendo la linea delle vene in rilievo. Poi mi fermo, all'improvviso. Mi ricordo che non è più il tempo dei giochi, per me.
Thyrsos mi ha vista un giorno così, con le mani che saggiavano quelle di Zoser, ed è andato in bestia, ma senza darlo a vedere. Ci ha guardati a lungo dall'ingresso del cortile, con le braccia incrociate sul petto e gli occhi azzurri socchiusi – mia madre dice che ha gli occhi come quelli di mio padre, lo dice sottovoce, dissimulando la paura.
Io ho ricambiato lo sguardo di mio fratello e ho fatto vagare i miei occhi sul suo bel corpo, le mani ancora in quelle di Zoser.
Thyrsos è arte pura, la più bella delle sculture di carne e sangue, per questo spesso mi perdo nella contemplazione del suo volto, del suo corpo forte ma armonioso.
E in quel momento mi dimentico di mio fratello, dell'uomo, e lo guardo come se guardassi una gemma rara incastonata in un monile da donna, una perla nera di una perfezione inarrivabile.
Quel giorno, i riccioli scuri gli ricadevano sul collo bianco, femminile, e numerosi monili gli ornavano le braccia, il petto nudo, le caviglie. Gli ho sorriso innocente e mi sono portata le mani di Zoser l'Egiziano al viso, per aspirare il profumo di spezie della sua pelle.
La notte ho atteso, costringendomi a stare sveglia, che Thyrsos venisse da me: so sempre quando sta per sopraggiungere una disgrazia, grande o piccola che sia. Anticipando in qualche modo gli eventi, a volte riesco a sottrarmi parzialmente al loro alito pestilenziale.
Mio fratello è arrivato, come mi aspettavo, mi ha afferrato per i capelli e mi ha trascinata fuori nel cortile interno senza cavarmi un solo gemito. Ha alzato entrambe le mani per colpirmi, mordendosi a sangue le labbra per non urlare di rabbia, per non fare accorrere la balia. Poi ha avuto un ripensamento, un attimo di completa immobilità. Anche così, nell'ira, la bellezza non l'abbandonava.
Quando mi ha raggiunto il primo calcio allo stomaco non me ne sono neanche resa conto; non ho avvertito dolore, no – i suoi calci sono come gli schiaffi di mia madre. È stato più per istinto che, all'arrivo del secondo, mi sono raggomitolata su un fianco per proteggermi, sporcandomi i capelli e la veste di polvere.
«È lì che devi stare! Nella polvere!» La voce di Thyrsos era simile al sibilo di un serpente. «Sgualdrina!»
Quell'ultima parola mi ha fatto sorridere.
Sgualdrina. Credevo di essere solo una bambina. Sgualdrina.
Mio fratello ha corrugato la fronte liscia di fronte al mio sorriso. «Lo sai cosa sei?» Niente più sibili, solo una voce tremante, sul punto di spezzarsi in ogni momento. «Uno sbaglio. Come me».
Mi sono rialzata lentamente, scrollandomi la polvere di dosso. «Può darsi».
Gli sbagli si pagano. Sempre.
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