Nina rimase immobile, il cuore che le batteva a mille mentre Alex si sfilava la felpa.
Per un istante non seppe dove guardare.
L’imbarazzo le salì alle guance, caldo e improvviso, ma fu una sensazione più forte a prendere il sopravvento.
La curiosità.
I suoi occhi si posarono su di lui con cautela e vi restarono incollati. Alex aveva un fisico statuario. Spalle larghe, il torace glabro che pareva scolpito nel marmo, muscoli ben definiti che si tendevano sotto la pelle a ogni movimento. I bicipiti, duri e netti, tradivano una forza trattenuta, quasi animalesca.
La pelle era chiarissima.
Su quel candore, le vene in rilievo lungo le braccia risaltavano in modo quasi ipnotico, come sottili fili azzurri sotto la superficie.
Tuttavia, fu ben altro a catturare la sua attenzione.
Alex aveva un tatuaggio. Partiva dal lato del collo, scuro e sinuoso, per scendere lungo la spalla e avvolgersi sull’intero braccio destro. Da lì, le linee si ramificavano poi sul torace e sul ventre in un disegno complesso, fino a sparire sotto la cinta dei pantaloni.
Lo osservò meglio.
Sembrava un serpente a tre teste, intrecciato in una spirale inquietante, le fauci appena dischiuse, come se quel disegno custodisse una minaccia silenziosa.
Il cuore di Nina accelerò.
Il simbolo del demonio.
Una coincidenza troppo perfetta per non turbarla.
«Cos’è?», domandò ancor prima di accorgersene.
Alex sollevò gli occhi su di lei. Per un momento parve chiudersi in un moto di fastidio, o di difesa.
«Un tatuaggio», rispose con finta indifferenza.
Nina gli lanciò uno sguardo eloquente.
«Questo l’avevo capito».
Lui sbuffò piano, passandosi una mano tra i capelli. Per qualche secondo esitò, infine distolse lo sguardo.
«Dopo aver ricevuto il Marchio», iniziò in un tono più basso, «sulla pelle mi erano comparse delle strane cicatrici. Non volevo vederle ogni volta allo specchio».
Nina ascoltò in silenzio. Lo vide passarsi le dita sul profilo scuro del serpente che gli avvolgeva il braccio.
«Così le ho coperte», concluse. Fece una pausa, poi aggiunse con un mezzo sorriso. «Con un serpente a tre teste. Ironico, vero?».
Lei non rispose.
Sotto quell’aria sfrontata e infastidita, sotto i muscoli, il sarcasmo e la rabbia, per un istante intravide qualcosa di diverso.
Una ferita profonda.
Non nella pelle, ma dentro.
E questo, in qualche modo, la affascinò ancora di più.
Le domande le si affollarono nella mente.
Chi era stato Alex prima del Marchio? Cosa aveva perso? Da quanto tempo portava addosso tutto quel dolore?
Avrebbe voluto chiederglielo.
Purtroppo la tensione nel suo sguardo, insieme alla ritrosia che gli leggeva in faccia, le fece capire che non era il momento. Si costrinse a tornare al motivo per cui lo aveva fatto spogliare. Scacciò il vortice di pensieri che il tatuaggio e quel fisico scolpito le avevano acceso dentro e si avvicinò di nuovo con la garza in mano.
«Fammi vedere dove ti ha colpito».
Alex non protestò.
Rimase seduto, il corpo in tensione, mentre lei si chinava su di lui.
La contusione era evidente.
Appena sotto le costole, all’altezza dello stomaco, la pelle stava già assumendo una sfumatura violacea.
Nina aggrottò la fronte.
«Jacob non ci è andato leggero».
Rovistò nella cassetta del pronto soccorso ed estrasse la pomata contro i lividi che aveva preparato sua nonna. Quindi si adoperò per spalmargliela su tutta l’area compromessa. Era così vicina da sentire il calore della sua pelle sotto le dita, il lento sollevarsi del torace a ogni respiro.
Si concentrò sulla ferita, imponendosi di ignorare tutto il resto.
Il profumo di lui.
La tensione nell’aria.
La consapevolezza della loro vicinanza.
All’improvviso una mano si chiuse sul suo polso. Nina trattenne il respiro, il cuore le schizzò in gola con una violenza inaudita.
Sollevò lentamente lo sguardo.
Gli occhi di Alex erano fissi nei suoi come braci di incandescente ossidiana.
Scuri.
Intensi.
Per un istante il mondo sembrò restringersi a quel contatto, alla sua presa salda ma non dolorosa, al silenzio sospeso tra loro.
«Jacob è il tuo ragazzo?».
La domanda arrivò diretta, senza esitazioni.
La sorprese.
Nina sbatté le palpebre, colta completamente alla sprovvista.
«Cosa?». Il calore la invase, sentì le guance bruciare. Scosse la testa, forse un po’ troppo in fretta. «Certo che no!»
Poi, sopraffatta dall’assurdità della situazione, scoppiò a ridere.
«Come ti è venuta in mente una cosa simile?».
Alex, al contrario, rimase serio. Continuava a stringerle il polso, quasi avesse paura a lasciarla andare. Fece solo una piccola alzata di spalle.
«Ho notato una certa familiarità tra voi».
Nina inclinò il capo. C’era qualcosa nel suo sguardo che la fece esitare.
Non sapeva cosa fosse, sembrava… No, non poteva essere gelosia.
«Jacob è solo un amico», spiegò. «Siamo cresciuti insieme».
Alex continuava a guardarla senza staccarle gli occhi di dosso. La stava mettendo in soggezione.
«E poi non ho il tempo di pensare ai ragazzi».
Quella frase gli strappò un accenno di sorriso.
«Ah, no?».
Alex abbassò la testa, riducendo pericolosamente la distanza tra loro. La sua voce si fece più bassa, quasi divertita.
«Quindi», continuò, la mano ancora ferma sul suo polso. «Se ora cercassi di baciarti, tu mi respingeresti?».
Il cuore di Nina perse un colpo, per mettersi a correre subito dopo.
Il tempo parve fermarsi.
Il suo sguardo corse istintivamente alle labbra di lui, su cui spiccava ancora il taglio. Per un istante il pensiero di cosa avrebbe potuto significare quel bacio le attraversò la mente con una chiarezza disarmante. Le dita tremarono appena.
Eppure, non si mosse.
Né si allontanò.
Rimase lì, sospesa tra il desiderio di fuggire e quello, infinitamente più pericoloso, di lasciarsi andare.
Alex non aggiunse altro. Continuò a guardarla, la mano ancora stretta intorno alla sua. A un tratto le accarezzò l’interno del polso col pollice. Dolcemente. Come se fosse una piuma.
L’effetto fu devastante.
Nina venne attraversata da un brivido, improvviso quanto inatteso. Un fremito sottile le corse lungo il braccio, e poi giù, fino allo stomaco. Ebbe l’impressione che in quel punto qualcosa le premesse con forza.
Il respiro si fece più corto, spezzato.
Quasi senza accorgersene si inumidì le labbra. Sentì lo sguardo di Alex, fisso su di lei, farsi più scuro. Intenso. Predatorio.
Poi lui si mosse in fretta. La mano lasciò il suo polso per scivolarle intorno alla vita e attirarla a sé. Nina trattenne un piccolo sussulto. Il mondo parve inclinarsi e il cuore prese a martellarle nel petto.
Un istante dopo le labbra di Alex erano sulle sue.
All’inizio fu solo uno sforamento.
Timido.
Incerto.
Eppure, bastò quel semplice contatto a spalancarle una voragine nella pancia. Qualcosa di caldo, denso, iniziò a scorrerle nelle vene. Dovette aggrapparsi istintivamente alle sue spalle per non perdere l’equilibrio.
Alex indugiò appena, come a darle il tempo di sottrarsi.
Poi le labbra di lui iniziarono a muoversi più decise sulle sue, con una dolcezza che la fece tremare. Nina dischiuse le proprie, e il ragazzo approfondì il bacio infilandole la lingua in bocca, e trasformando quella che era solo una scintilla in un incendio in piena regola.
Nina percepì il calore delle sue mani sui fianchi, il sapore di lui, il battito impazzito dei loro cuori. Lingue di fuoco le divorarono i pensieri, svuotando la sua mente da qualsiasi cosa che non fosse lui.
Non seppe dire quanto durò.
Un istante.
Un’eternità.
A un tratto, però, un rumore spezzò l’incanto. La porta di casa sbatté con forza. Nina si staccò da Alex come se avesse preso la scossa, il respiro affannoso, le labbra che ancora le bruciavano per il bacio.
Il cuore le martellava così forte che temette che chiunque fosse entrato riuscisse a sentirlo.
«Hai finito di curare le ferite al ragazzo?».
La voce di sua nonna la riportò brutalmente alla realtà.
Nina si voltò di scatto.
La vide sulla soglia, immobile, gli occhi chiari che sembravano aver colto molto più di quanto le parole suggerissero.
Lei avvampò.
«Io…sì. Quasi».
La voce le uscì molto più stridula del normale. Non osò guardare Alex. Temeva che, se lo avesse fatto, quel fuoco sarebbe divampato di nuovo, rendendo vano ogni suo tentativo di tornare lucida.
Col cuore ancora in tumulto, si costrinse a riprendere il controllo sulle sue emozioni. Evitò di soffermarsi sul calore che le si era attaccato alle labbra e tornò a concentrarsi sulla contusione di Alex. Le mani le tremarono appena mentre gli avvolgeva con cura la fasciatura sul fianco, fissandola con un cerotto.
«Ecco fatto», mormorò, evitando di guardarlo.
Solo allora si voltò di nuovo verso la nonna.
L’anziana donna era ancora sulla soglia. Immobile e silenziosa. Ma gli occhi dicevano più di mille parole e continuavano a saettare da Nina ad Alex e viceversa.
Lei sentì il proprio stomaco contrarsi.
Aveva capito tutto, ne era certa.
«Il ragazzo non può restare qui stanotte».
Le parole arrivarono brusche, senza spazio per alcuna replica.
«Cosa?». Nina sbatté le palpebre.
«Hai sentito bene». Gli occhi della nonna si strinsero in due fessure di disapprovazione. «Dovrà trovarsi un altro posto per dormire».
«E dove potrebbe andare?»
«Non è un mio problema».
Quella risposta le fece montare dentro una rabbia improvvisa. Nina si raddrizzò, sostenne il suo sguardo con fierezza.
«Non puoi dire sul serio».
«Posso eccome».
Lo sguardo della donna scivolò su Alex, duro, diffidente.
«Non lo voglio in casa mia». Il tono si abbassò, fino a diventare un sibilo. «Non mi fido di lui».
Nina fece un passo avanti.
«Non ti ha fatto nulla».
«È un Marchiato».
Quelle parole calarono nella stanza come pietre, e Nina sussultò.
«Può sistemarsi nel granaio», concluse la nonna, come se la questione fosse già chiusa.
«Nel granaio?». Nina era incredula. «Mi hai sempre insegnato a essere ospitale, anche con gli sconosciuti. E ora…».
«È più di quanto possa concedere».
Nina strinse i pugni lungo i fianchi.
«Non è giusto».
«Si tratta di prudenza, Nina».
Lei scosse la testa, sentendo crescere la frustrazione.
«Non puoi continuare a giudicarlo solo per il Marchio».
«E tu non puoi permettere che il tuo cuore offuschi il giudizio».
Nina avvampò.
Era così evidente?
Per qualche secondo lei e sua nonna continuarono a fronteggiarsi, la tensione che si alzava densa come il fumo della stufa.
Poi un rumore spezzò il battibecco.
La sedia di Alex strisciò sul pavimento con un suono sgradevole, mentre lui si alzava in piedi. Entrambe si voltarono di scatto. Lo videro rimettersi la felpa con gesti lenti e calcolati, di nuovo chiuso nella sua maschera di apparente indifferenza.
«Va bene così». Il suo tono di voce era calmo. «Dormirò nel granaio. Non è un problema».
Nina aprì la bocca per ribattere, ma lui la precedette.
«Mi mostri dov’è?».
I suoi occhi si posarono su di lei, e per un istante vi lesse qualcosa che le strinse il petto. Esitò un solo secondo, poi annuì.
Alex intanto rivolse un breve cenno alla nonna.
«Buonasera».
E senza attendere risposta, si avviò verso la porta e uscì dalla stanza.
Nina rimase immobile, gli occhi chiusi e il respiro veloce. Poi si riscosse. Il pensiero di lasciarlo andare da solo, dopo tutto quello che era accaduto, le fu insopportabile.
«Aspetta!».
Non badò all’occhiata di biasimo che le indirizzò sua nonna e gli corse dietro. Lo raggiunse appena fuori dalla capanna, il fiato corto.
Alex si voltò verso di lei, il volto in ombra sotto la luce morente del tramonto.
«Seguimi», gli disse, semplicemente.
Poi si avviò lungo il cortile.
L’aria della sera profumava di terra umida e fieno appena tagliato. Attraversarono il cortile, fino a raggiungere un edificio in legno poco distante, con il tetto di paglia e le assi consumate dal tempo.
Nina spinse la porta, che si aprì con un cigolio.
«Vieni, entra».
Lui le passò accanto senza dire una parola. L’interno era immerso nella penombra e il profumo del fieno impregnava l’aria. La luce era troppo fioca per riuscire a vedere bene, così lei si affrettò ad accendere una lampada a gas appesa a una trave.
Una fiamma tremolante prese vita, diffondendo tutto intorno una luce calda. Le ombre danzarono sulle pareti di legno.
«Di sopra starai più comodo», disse Nina, indicando una scala a pioli che conduceva a un piccolo soppalco.
Senza aggiungere altro iniziò a salire.
Il legno scricchiolò sotto i suoi passi, e pochi istanti dopo sentì che lui la seguiva.
Sul soppalco c’era spazio appena sufficiente per stendere un giaciglio improvvisato. Nina si chinò e iniziò a sistemare la paglia.
«Non occorre».
La voce di Alex la raggiunse alle spalle.
Lei si voltò, la fronte corrugata.
Vide che lui la osservava con le braccia incrociate, appoggiato a una trave.
«Non ho bisogno di una balia», borbottò. «Posso cavarmela da solo».
Quelle parole la ferirono più di quanto avrebbe voluto ammettere. L’atmosfera tra loro era di nuovo tesa, ostile.
Nina se ne rammaricò.
Non riusciva a cancellare dalla mente ciò che era accaduto solo pochi minuti prima. Il calore delle sue mani addosso. Il modo in cui l’aveva attirata a sé e le loro labbra incollate, mentre il mondo si dissolveva intorno a loro.
Adesso, invece, Alex sembrava di nuovo distante.
Un estraneo.
Come se quel momento non fosse mai esistito.
Con un lieve sospiro, Nina si rialzò.
«Come vuoi». Fece un piccolo passo verso la scala, poi si fermò. «Se hai bisogno di qualcosa, chiamami».
Alex rise. Una risata breve, secca.
Quasi sgradevole.
«E come dovrei chiamarti?», domandò con una punta di sarcasmo. «Qui non avete i telefoni».
Nina si irrigidì.
Le guance si incendiarono. Per un istante avrebbe voluto rispondergli per le rime, ricordargli che quel mondo senza tecnologia era l’unico che poteva salvarlo.
Ma non disse nulla.
Strinse le labbra, poi gli voltò le spalle.
Scese lentamente la scala, e senza guardarlo un’ultima volta, si avviò verso l’uscita. La porta del granaio si chiuse alle sue spalle con un tonfo, lasciandola sola nella luce rosata del tramonto, con un’inquietudine che non le dava pace.
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