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Ivan
Si era tolto un gran peso dalla coscienza. Clara non si stava innamorando di lui; il piano architettato da Eloisa sarebbe andato in fumo da solo, senza che lui avesse dovuto spezzare il cuore di qualcuno. Ivan si sentiva sollevato e di nuovo pronto a creare. Si sedette al pianoforte, sgranchendosi le dita e scarabocchiando qualcosa sullo spartito, ancora immacolato, che aveva di fronte.
Avrebbe scritto qualcosa di colorato e allegro come lei, avrebbe messo in musica la voglia di vivere di Flower Power.
* * *
Clara
A giudicare dalle note che arrivavano dall’appartamento di fianco al mio, Ivan doveva essere di nuovo di buon umore. Certo dopo tutto quel sesso terapeutico, chiunque lo sarebbe stato!
Vi ho già detto che ero felice? Leggera come una rondine che ha appena decretato la primavera, per l’esattezza!
Amavo essermi riappropriata della mia razionalità, adoravo stare con Ivan senza il fastidioso pensiero che tutto potesse complicarsi da un momento all’altro.
Lo so, sono certa che vi stiate chiedendo cosa sarebbe accaduto se il pensiero di lui con un’altra avesse sfiorato la mia coscienza: il nulla, ecco cosa sarebbe accaduto!
Ero per l’amore libero, come d’altra parte ero sempre stata! Sarei stata felice per lui, tutto qui. Avevo passato quella dannata fase di transizione, la cotta per il bel pianista era stata condizionata dai miei ormoni particolarmente recettivi. Avevo messo a nanna la gelosia ed ero pronta a vivere tutto con la giusta dose di leggerezza.
Na na, na na na na, rumore, rumore. Non mi sento sicura, sicura, sicura mai. Io stasera vorrei tornare indietro con il tempo…
Ok Raffaellina, forse stavolta ho sbagliato canzone.
La mia gatta, Dharma, mi si era accoccolata in grembo, come a volermi compatire. In quel momento il cellulare si mise a squillare e io per poco non caddi dalla poltrona. Era tanto che non leggevo sul display quel numero e l’emozione mi riempì il cuore di una strana nostalgia. Zia Florence.
«Pronto?» la mia voce suonò esitante come quella di una bambina.
«Tesoro, sono la zia!» il timbro era arrocchito dal fumo delle sigarette rollate a mano che tanto amava, ma alle mie orecchie la sua allegria risuonò come un coro di angeli.
«Stai bene, va tutto bene?» ero allarmata. Ci scrivevamo spesso delle lettere, ma il suo spirito faceva a pugni con la tecnologia e difficilmente avevamo la possibilità di sentirci al telefono.
«Sì, amore, sto venendo a trovarti! Vienimi a prendere in aeroporto stasera alle 18:00. Non farmi aspettare, però, sai che non ho più l’età per farmi arrestare!» ridacchiai, pensando all’ultima volta che aveva lasciato la comune in America, nella quale viveva da una manciata d’anni, per venirmi a trovare. Meglio che lasci alla vostra immaginazione cosa i poliziotti le avessero trovato nelle tasche… ehm giusto un po’ di
cannabis a uso terapeutico, che assumeva per un brutto male che teneva sotto controllo ormai da parecchio tempo. Era stata rilasciata immediatamente, ma zia Florence non aveva gradito molto il breve soggiorno in cella.
«Se mi fermano anche stavolta gliela regalo, almeno se la fumano loro e mi lasciano in pace!»
«Zia, sarò lì in un baleno! Sono così contenta, non potevi farmi sorpresa migliore!» ed era la verità. Lei era la mia famiglia. Più di Eloisa, più di mamma e papà, lei era la mia famiglia. La sentii ridere, prima di chiudere la comunicazione e lasciarmi alle mie lacrime di gioia.
Mi domandai se avesse avvisato Eloisa. Sapevo che i rapporti fra di loro si erano molto raffreddati, ma allo stesso tempo mi sarebbe dispiaciuto se mia sorella non avesse saputo della sua visita. Preferii non essere io la causa di quel quiproquo e quindi mandai un What’s app a mia sorella che rispose poco dopo in modo del tutto inaspettato.
Clarettafreelove: zia Florence arriva dall’America, vieni con me a prenderla?
LaElo: porta con te Ivan, è chiaro che sbavi per te, concedigli una possibilità (faccina che schiaccia l’occhio).
Eh? Come? Non ti ci mettere anche tu, adesso! Ignorai il messaggio e, dopo essermi stiracchiata con una veloce asana di saluto al sole, presi le chiavi dell’auto e uscii.
Contrariamente alle persone sane di mente, io amavo l’attesa. Aspettare qualcuno o qualcosa ci pone in una particolare condizione di riflessione soli con noi stessi, difficilmente riscontrabile in altre situazioni. A ogni modo io la penso così e prima o poi scriverò un trattato psicologico su questo particolare argomento.
Sgranocchiavo rilassata una barretta di quinoa, baciata dal tramonto, quando la portiera della mia Opel Corsa sgangherata si era aperta, rivelando il sorriso di zia Florence.
«Eccolo, il mio diamante allo stato grezzo!» era l’unica a chiamarmi così, a vedere le mie potenzialità attraverso i veli impalpabili e colorati sotto i quali mi rifugiavo.
«Zia Flo, ho così tante cose da raccontarti!» dille di Ivan… psss… dille di Ivan! Perché mai dovrei dirle di Ivan?
«Ho sistemato la camera degli ospiti nel mio appartamento, perché quello di Elo ora è occupato.» Questo avrei dovuto farglielo sapere in ogni caso.
«Strano, date le alte aspettative di tua sorella come minimo dovrà essere un agente di borsa
multimilionario!» mi andò di traverso un chicco di quinoa.
«È molto al di sopra delle aspettative di tutti, zia. Ivan è un uomo straordinario.» E questa come mi era uscita?
Zia Florence mi aveva osservato da sotto in su, poi aveva allontanato i sospetti con una scrollata di spalle.
«Andate a letto insieme?» ecco, infatti.
«Ci vediamo qualche volta, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi… entrambi abbiamo la stessa filosofia di vita, per questo ci intendiamo alla perfezione.»
«E chi si preoccupa, tesoro! Raccontami un po’ di lui, sono qui apposta, ho sentito che avevi bisogno di me e mi sono palesata.» Come facesse ad avere quel dono lo ignoravo. L’unica spiegazione era che le nostre anime fossero sempre in connessione, come quando ero bambina e lei mi aveva insegnato così tanto sulla vita e sulla spiritualità che circondava ogni cosa.
«Ivan è un pianista trasferitosi dal lago di Como…»
«Ah bene, un altro uomo di lago, questo non depone a suo favore.» Aveva borbottato secca, mentre a me scappava un sorriso. Zia Florence aveva amato veramente nella sua vita un’unica volta, a trent’anni quando un giovane
pescatore del lago Maggiore le aveva rapito il cuore. Le cose non erano andate bene e io ero troppo piccola allora perché potessi essere per lei una confidente, poi zia Flo si era chiusa ermeticamente e aveva evitato ogni volta l’argomento. Tuttavia, io sapevo, potevo intuire sotto quella sua facciata burbera quanto ancora amasse quel giovane di trent’anni prima. Io non mi sarei mai innamorata, non più. Non avrei permesso a nessuno di farmi soffrire così… avrei vissuto un’eterna primavera del sentimento; sarei stata la sola fautrice della mia felicità.
«Lui è… lui è Ivan! Un narcisista autoironico, bello da far male e che non perde occasione per farti ridere. Un pagliaccio nel corpo del principe azzurro con la mia stessa idea di amore. L’uomo perfetto per me!» attenta! Il fuoco brucia, non giocarci troppo.
Zia Flo era rimasta in silenzio con un sorrisino compiaciuto a incurvarle le labbra.
«Me lo farai conoscere stasera a cena, questo adone dagli occhi azzurri?»
«Come fai a sapere che ha gli occhi azzurri?»
«Quando giocavi con le bambole, da bambina, il principe aveva sempre gli occhi azzurri.» Allarme, allarme! Questa non è un’esercitazione, ripeto: questa non è un’esercitazione!
Il buon senso m’imponeva di cambiare immediatamente argomento, ma zia Florence era già entrata in “modalità segugio” e sapevo che non avrebbe desistito dal suo proposito.
Presi in mano la situazione o meglio, il telefono. Rispose al secondo squillo, nemmeno stesse aspettando quella chiamata.
«Flover Power, come posso esserti utile?»
«Stasera sei invitato a cena. Non giungere subito a conclusioni affrettate, non farti venire una crisi di orticaria e soprattutto togliti dalla faccia quel sorriso da marpione che sono sicura tu stia già sfoggiando! È arrivata zia Florence e… ci tenevo a fartela conoscere.» Silenzio. Dall’altra parte della comunicazione solo silenzio. Oddio si è spaventato per davvero? Dovrebbe sapere come sono fatta ormai, santo Budda!
«Sarò onorato di fare la conoscenza di tua zia.» Poi aveva messo giù.
«Questo tizio ti piace davvero molto…»
«Ma che dici, zia?»
«Stai sorridendo come quando prepari la tua marmellata.»
«Io sorrido sempre! Sai che sono allegra e gioiosa, poi avevo il finestrino abbassato, magari è solo una paresi facciale.» Chiosai, mentre con una veloce manovra m’immettevo nel traffico. Sì, va bene, mi sono persa tre volte nel parcheggio di Malpensa prima di riuscire a ritrovare
la strada di casa… ma questo potevate immaginarlo anche da soli.
* * *
Clara
Era passato a prenderci come un cavaliere d’altri tempi. Aveva bussato alla porta del mio appartamento con un mazzo di tulipani colorati. Doveva averli pagati un occhio della testa in questa stagione! Non era mai scontato, Ivan Desideri. Ma ci si può vestire così elegante per una pizza informale? Eppure, era bello da togliere il fiato.
«Come siamo fighi stasera!» gli avevo strizzato l’occhio. Dopotutto, il nostro rapporto era basato sulla sincerità.
«Io sono sempre figo, Flower Power! Vorrei dirti che stai bene anche tu, ma preferisco di gran lunga quello che sta sotto il tuo vestito… quindi cambiamo argomento e fammi conoscere la leggendaria donna che ti ha cresciuta così bene.» Quel complimento mi fece davvero piacere, pungolò la parte vulnerabile sepolta nel mio cuore, facendomi imporporare le guance.
Mi feci da parte, lasciandolo entrare. Sfilò un tulipano dal mazzo nutrito che reggevo in mano e si avvicinò a quella che a tutti gli effetti era stata mia madre. Zia Florence
l’aveva osservato in silenzio, un angolo della bocca piegato all’insù e un’espressione compiaciuta a illuminarle il volto.
«Ora capisco perché Elo si sia convinta ad affittare il suo appartamento… e non mi sto riferendo alle maniere impeccabili di questo bel fustacchiotto!» mi scappò un risolino nervoso.
«Lieto di conoscerla, zia Florence…» mormorò suadente, chinandosi in un aristocratico baciamano.
«Andiamo, dammi del tu! Trent’anni fa sarei stata lieta di ballare Janis Joplin con te sotto la luna!» tirai un sospiro di sollievo, poteva scegliere parole decisamente più colorite.
«Ne sarei stato onorato, Flo.»
«Che adulatore!» zia Florence rise, lasciandogli una scherzosa pacca sulla spalla.
Ecco. Ora che erano diventati migliori amici avremmo potuto continuare la nostra delirante serata a base di teorie hippie.
Scegliemmo una pizzeria che conoscevo molto bene, la pizza migliore sulla piazza e un nonnino buffo che fungeva da cameriere e proprietario e che ringraziava tutti gli avventori con una tenerezza infinita. Avevo il cuore colmo d’amore quella sera e, si sa, le
decisioni non vanno mai prese quando si è felici…
«Sì, il nostro primo incontro non è stato decisamente idilliaco… Eloisa mi ha portato a uno dei suoi fantasmagorici party del mese e avevo appena depredato la sua collezione di marmellate che quella mattina aveva lasciato tra i piedi; insomma era inviperita, un vero spasso. Non ho mai conosciuto nessun’altra donna alla quale l’arrabbiatura doni tanto.» Cuore, frena! Ripensare a come ci siamo conosciuti non può farti un tale effetto. L’amicizia si misura in battiti e tu stai esagerando con questa tachicardia del sentimento.
«La mia fortuna è che non riesce a tenermi il muso per più di cinque minuti.» Si schiarì la voce in imbarazzo ed entrambi pensammo a come passavamo il tempo a riappacificarci dopo i nostri piccoli battibecchi.
«Immagino che il sesso tra voi due vada a gonfie vele!» Zia era sempre stata una tipa perspicace…
«Siamo molto lontani dallo stancarci di farlo, quindi immagino di sì!» le rispose, tranquillo. Evviva l’amore libero! Fossi stata una ragazza diversa sarei arrossita fino alla punta dei capelli, ma andiamo, avrei mentito!
Zia Florence era completamente rapita da lui, ma come darle torto: Ivan Desideri faceva quell’effetto a chiunque.
Arrivati al profiterole, la mia seconda madre ricevette una telefonata. Mi strizzò l’occhio, mentre si allontanava ancheggiando nel sul vestito fiorato.
«Un euro per i tuoi pensieri.» Ivan mi sfiorò la mano.
«Credo che Flo abbia un incontro galante questa sera, conosco quello sguardo.» Ridacchiai.
«Quasi come io conosco il tuo!»
«Sei troppo sicuro di te, Desideri…»
«Tu non ricordi a memoria le citazioni tratte dal tuo libro preferito? Così io so esattamente interpretare le tue espressioni.» Scappa, Clara, scappa!
«Per questo funziona così bene tra di noi; sapremmo riconoscerci a occhi chiusi tra mille, siamo semplicemente perfetti e senza complicazioni.» Dichiarazione d’intenti, quella era la cosa importante.
«Certo che sì, come potrebbe essere diversamente?»
Intanto zia Flo era tornata, giusto in tempo per afferrare la borsa e lasciarmi un bacio frettoloso.
«Il conto è già pagato, non aspettarmi stanotte!»
«Che ti avevo detto?» mi lasciai sfuggire, portandomi la tazzina di caffè alle labbra.
«Sto cominciando a pensare che tutte le donne della tua famiglia siano straordinarie.» Annuii assorta, ma il pensiero andò inevitabilmente a Eloisa. Lei, forse, lo era a modo suo, ma stentavo a riconoscere in mia sorella i miei stessi geni.
Mentre percorrevo le scale del mio appartamento ripensai a zia Flo e alle ore che stava trascorrendo con il suo antico amore. Ci sono cose che non cambiano mai, nemmeno se la polvere del tempo le ricopre. Ci sono persone che vale sempre la pena attendere.
Ivan era stranamente silenzioso dietro di me e questo mi mise in allarme. Mi voltai, trovandolo in fondo alla seconda rampa di gradini.
«Se ti dicessi che non posso più fare a meno di te, ti spaventeresti?» avvertii una pressione alla bocca dello stomaco. L’emozione mi percorse tutta, mentre un bruscolino faceva il suo lavoro, pungolandomi un occhio. Respirai profondamente una, due volte. Tentai una replica, ma le parole non volevano uscirmi. Ivan venne in mio aiuto.
«Non ti sto chiedendo di cambiare le cose, non fraintendermi, siamo due spiriti liberi, tu e io. Ti sto solo dicendo che mi piace molto condividere il nostro volo.» Mi sfiorò una guancia e io mi alzai sulle punte dei piedi, in attesa di un bacio. Volevo la sua bocca su di me, attendevo il momento in cui le sue labbra avrebbero raggiunto le mie, come se da quel contatto dipendesse il mio ultimo respiro. Non mi ero mai sentita così, mai nessuno aveva invaso in modo così dolce il mio mondo. Non mi chiedeva di sconvolgere la mia vita, solo di fare un po’ di posto nel mio disordine colorato per la sua.
Mi baciò, togliendomi quasi il fiato. E mi sentii in torto, terribilmente in torto con la mia guru interiore. Mai avrei dato un consiglio simile a ciò che mi apprestavo a fare. Stavo giocando troppo vicino al fuoco e ne ero maledettamente consapevole! Che Budda mi aiuti!
Lo spogliai senza troppi preamboli, proprio lì sulla nostra veranda, al freddo pungente di una sera di fine ottobre. Scivolai sul pavimento con il suo corpo a farmi da coperta, cullata dal suo profumo di mora, accarezzata dai nostri vestiti sparsi a corona intorno a noi. Lo accolsi dentro di me con un sospiro, mentre i miei seni sfregavano sul suo
petto e le mani percorrevano le sue natiche sode. Come poteva essere sbagliata una cosa che mi faceva sentire tanto viva? Non stavo tradendo i miei ideali, li stavo conformando alla realtà e la realtà mi piaceva più del consentito.
«Dio, quanto mi piace fare l’amore con te…» Amen, fratello.
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