LUCIA CANTONI


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Eloisa

 

«Buongiorno, direttrice.» Eloisa chinò il capo.

«Buongiorno, direttrice.» Rispose di nuovo al saluto dell’ennesimo impiegato di filiale della banca che dirigeva da ormai un anno. Tutti la trattavano con reverenza e con una sorta di timore. Sapeva benissimo che la soprannominavano “l’algida stronza” e in un certo qual modo quell’appellativo la riempiva di orgoglio. Meglio essere temute che compatite. Nessuno avrebbe osato metterle i bastoni tra le ruote, fino a quando avrebbe rischiato il posto di lavoro.

Appoggiò la borsa sulla scrivania, godendosi il cappuccino con doppio cacao

che la sua segretaria le aveva già diligentemente fatto trovare di fianco al computer. Tutt’altra cosa rispetto alle tisane e alle stronzate bio di sua sorella.

Lei, Eloisa Bonelli, era riuscita a far quadrare in maniera eccellente ogni ambito della sua vita. Era una donna in carriera, con un lavoro nel quale eccelleva; aveva un ricco stipendio e le bastava schioccare le dita per avere un appuntamento con un facoltoso membro del jet set.

Riusciva meglio in tutto, rispetto a Clara e quello scomodo senso di inadeguatezza poteva anche andare a farsi fottere! Eppure, nonostante questo, la vita continuava a bisbigliarle all’orecchio che era inferiore alla sua gemella.

Dieci giorni prima, era stata a trovare i suoi genitori in Tailandia. Non aveva avvisato nessuno della sua partenza. Eloisa era una cittadina del mondo e non doveva rendere conto ad anima viva dei suoi spostamenti. Aveva raggiunto la villa della sua famiglia, raccomandandosi tanto al personale di servizio di non dire nulla ai suoi genitori per poter fare loro una sorpresa, ma a conti fatti non era stata una grande idea; non per la sua autostima.

Era entrata in punta di piedi nell’androne, seguendo la scia della voce baritonale di suo padre. Aveva una gran voglia di riabbracciarli. Erano mesi che li sentiva solo telefonicamente. Era allora che il destino aveva giocato la sua affilata carta.

«È cresciuta benissimo anche senza di noi. La sua forza di volontà è ammirevole; è una donna che si è fatta dal nulla, sua sorella ha solo da imparare da lei.» Eloisa aveva sentito il cuore gonfiarsi di orgoglio. Finalmente, il momento che aspettava da anni era giunto. Qualcuno le stava riconoscendo il proprio posto nell’ordine delle cose.

«Eloisa non avrà mai la mente di Clara. Ci sono i geni e poi c’è chi è fatto per lavorare. Eloisa è tanto impegno e poca sostanza, purtroppo.» Clara… stavano parlando di Clara!

Eloisa arretrò di un paio di passi, rovesciando un prezioso tavolino di cristallo. Quasi non sentì il fracasso del pregiato materiale che andava in frantumi; il suo cuore sanguinante faceva più rumore. Poi si mise a correre. Raccattò le sue cose in tutta fretta e chiamò un taxi. Non sarebbe rimasta in quella casa un minuto di più.

Tornò con gli occhi della mente al presente, buttando ciò che era rimasto del cappuccino, ormai freddo, nel cestino.

Maledetta quell’estate a Cesenatico… quella che aveva cambiato tutto! Da quando Clara aveva cominciato a pensare alla sua interiorità e alla vita spirituale, tutto il mondo aveva preso a gravitare intorno a lei, a essere in una magica simbiosi con il suo essere. Tutto il mondo tranne lei, che si era vista sempre più emarginata.

Ogni ragazzo che le piaceva era inevitabilmente attratto da sua sorella, le amiche uscivano con lei solo se c’era anche Clara. L’Universo aveva cominciato a fare tremendamente schifo e, tutt’a un tratto, vivere nei panni di Eloisa Bonelli era divenuto scomodo e irritante.

Gli unici a essere sempre stati dalla sua parte erano stati i loro genitori. Ne era stata la figlia modello, la loro fotocopia in tutto e per tutto, cercando di compiacerli come meglio poteva, ma evidentemente non era bastato. Anche loro, alla fine, erano stati travolti dall’uragano Clara.

Per questo, aveva giurato a se stessa che avrebbe avuto la sua rivalsa e non si sarebbe accontentata di nulla di meno. Ivan Desideri avrebbe collaborato alla disfatta di Clara; che l’avesse voluto o meno.

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