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L’isola di San Venanzio non compariva quasi mai sulle carte turistiche.
Appariva, certo, sulle mappe serie, quelle con le linee blu delle correnti, le coste frastagliate, i nomi scritti piccoli e quasi timidi, ma nessuno sbarcava a San Venanzio per caso. Bisognava volerci andare. Bisognava prendere il traghetto del mattino, quello che partiva dal porto grande quando ancora le reti dei pescatori erano fradice di acqua e sacrificio e le prime tazzine di caffè tintinnavano nel bar dei portuali.
Il traghetto impiegava un’ora e mezza, se il mare era in buona. D’inverno anche due, perché allora il vento si divertiva a sollevare le onde come tovaglie da cui scuotere le briciole. E quando finalmente si arrivava, San Venanzio non faceva nulla per impressionare. Si offriva così com’era: un molo di pietra chiara, una fila di case basse con le persiane scolorite, una piazzetta con tre platani, una chiesa bianca e un campanile ostinato, che batteva le ore anche quando nessuno sembrava ascoltarle.
E poi c’era Lorenza.
A San Venanzio, se si nominava l’amore, prima o poi si nominava anche lei.
Non perché fosse stata la più bella, anche se nessuno avrebbe negato che fosse bella davvero: capelli castani con riflessi ramati, occhi scuri e vivacissimi, una bocca pronta al sorriso e alla stoccata. Non perché fosse stata la più corteggiata, benché i ragazzi dell’isola e qualche forestiero avessero sospirato per lei con convinzione variabile. E nemmeno perché avesse avuto chissà quali scandali da nascondere come se a San Venanzio fosse possibile nascondere qualcosa fra pochi ciottoli e qualche scoglio.
Era famosa perché dell’amore sembrava sapere tutto. E sull'amore passava: lapidaria, implacabile.
Sapeva quando un marito portava fiori non per affetto, ma per rimorso. Sapeva riconoscere un tradimento prima che diventasse tale, una proposta prima che fosse pronunciata, una gelosia prima che l’interessato la confessasse persino a sé stesso.
«L'amore non è un gioco, e se lo è non ne saprete mai a sufficienza le regole!» E a queste parole tutti pensavano: Ecco, è passata Lorenza!
Per campare la donna gestiva la piccola bottega del porto. Un buffo bazar che vendeva un po’ di tutto: cartoline, saponi al limone, conserve, cappelli di paglia, creme solari, quaderni, qualche romanzo dalle pagine arricciate dal tempo che, si sa, è un pessimo lettore e, in una vetrinetta vicino alla cassa, i braccialetti fatti a mano da sua zia Elvira. La bottega era passata da sua madre a lei, e lei l’aveva trasformata nel confessionale laico dell’isola.
Le signore entravano per comprare qualcosa di frivolo e uscivano con una decisione sentimentale. Gli uomini passavano per una scatola di ami da pesca e finivano col chiedere, senza guardarla negli occhi, se secondo lei era troppo tardi per chiedere scusa. Persino Don Franco, che ufficialmente disapprovava il suo tono sarcastico, una volta le aveva domandato se la nipote fosse davvero innamorata del maestro o soltanto stanca di stare in casa.
Lei ascoltava, sorrideva e rispondeva. Lorenza passava... Passava su ogni questione e lo faceva come uno schiacciasassi, peccato che invece delle pietre si trattasse di cuori infranti.
Però troppo spesso aveva ragione.
Aveva ventinove anni e un’idea molto precisa dell’amore: era utile, divertente, pericoloso quando preso troppo sul serio e assolutamente inadatto a governare una vita. L’amore, secondo lei, andava osservato con attenzione e con una certa distanza, come si guarda un temporale dal portico. Bello, sì. Potente, anche. Ma solo uno sciocco uscirebbe in mare con la tempesta.
Per questo San Venanzio si stupì, un martedì di aprile, quando sul traghetto delle dieci arrivò un uomo capace di farle perdere, almeno per un istante, il filo del discorso.
Lui scese con una valigia di cuoio scuro, una giacca blu stropicciata dal viaggio e l’aria di chi non era venuto in vacanza. Era alto, con i capelli neri appena ondulati e un volto serio, segnato da una stanchezza composta. Si fermò sul molo, guardò le case, il campanile, il mare che batteva piano contro le pietre, e parve trattenere un pensiero.
Lei lo vide dalla soglia della bottega.
Stava spiegando a Mafalda, la moglie del farmacista, che se un uomo comincia a regalare profumi dopo vent’anni di matrimonio, o è diventato romantico per miracolo o ha combinato qualcosa. Fu allora che la frase le rimase sospesa sulle labbra.
«Che succede?» domandò Mafalda, voltandosi.
«Niente.» disse subito. «È arrivato qualcuno.»
«Un turista?»
«No.»
Mafalda strinse gli occhi. «Come fai a dirlo?»
La giovane osservò l’uomo che si avviava verso la piazza, trascinando la valigia senza fretta.
«I turisti guardano il mare. Lui guarda le case.»
L’uomo si chiamava Andrea Crimaldi.
Lo scoprì meno di mezz’ora dopo, quando lui entrò in bottega e chiese se esistesse ancora la pensione Azzurra. Aveva una voce bassa, educata, un po’ ruvida, come se non la usasse volentieri.
«Esiste.» rispose Lorenza. «Ma non è più azzurra. L’hanno ridipinta color pesca tre estati fa. Uno scandalo estetico dal quale l’isola non si è ancora ripresa.»
Lui la guardò per la prima volta davvero. Gli occhi erano grigi, o forse verdi, di quel colore mutevole che prende sfumature dal cielo.
«Capisco.»
«Ne dubito. Bisogna aver visto il prima e il dopo.»
Un angolo della sua bocca si mosse appena. Non era un sorriso, non ancora. Era la possibilità di un sorriso.
«Allora forse mi sono risparmiato un dolore.»
«Dipende da quanto intende fermarsi.»
«Qualche settimana.»
«Lavoro?»
Lui esitò quel tanto che bastò a intrigarla peggio di un pesciolino nella rete.
«In parte.»
«Qui il lavoro arriva solo in tre forme: pesce, burocrazia o guai. Quale delle tre?» Lorenza passava anche sopra l'educazione a volte, ma quel foresto non le piaceva.
Questa volta lui sorrise davvero, ma fu un sorriso breve, un po' tirato.
«Burocrazia, temo.»
La ragazza indicò la salita dietro la chiesa. «La pensione è su quella strada. Dopo il pozzo, a destra. Se arriva alla casa con i gerani secchi, è andato troppo avanti.»
«Grazie.»
Andrea prese una bottiglietta d’acqua dal frigorifero, pagò e fece per uscire. Ma sulla soglia si fermò.
«Lei è Lorenza?»
La domanda la colse impreparata. Non perché il suo nome fosse un segreto, ma perché nel modo in cui lui lo pronunciò c’era qualcosa di già saputo.
«Dipende da chi lo chiede.»
«Andrea Crimaldi.»
«Questo risponde alla prima parte. Non alla seconda.»
Lui sostenne il suo sguardo. «Mia nonna era Teresa Crimaldi. Da ragazza viveva qui.»
Lei conosceva quel nome. Tutti a San Venanzio conoscevano, almeno per sentito dire, la storia di Teresa Crimaldi, la ragazza che aveva lasciato l’isola cinquant’anni prima senza sposare l’uomo che l’aspettava all’altare.
L’uomo era Giuliano Ruggeri. Il nonno di Lorenza.
Per un istante, nella bottega calò un silenzio carico di curiosità. Non quello tranquillo dell’ora calda, ma un silenzio fitto, pieno di cose non dette.
«Ah.» fece la ragazza.
Andrea inclinò appena il capo. «Sì. Ah.»
Poi uscì, lasciandola con la porta che tintinnava alle sue spalle e una sensazione irritante, quasi fisica, di essere stata colta di sorpresa. Lorenza odiava essere colta di sorpresa.
Naturalmente, nel giro di un’ora, tutta San Venanzio seppe che il nipote di Teresa Crimaldi era arrivato sull’isola.
A mezzogiorno, zia Elvira piombò in bottega con la scusa di portare nuovi braccialetti.
«L’hai visto?»
«Chi?»
«Non fare la scema con me: Crimaldi.»
La ragazza sistemò una fila di barattoli di marmellata come se la questione non la riguardasse. «È entrato a comprare acqua.»
«E?»
«E aveva sete.»
Elvira sbuffò. Era una donna minuta, con capelli candidi raccolti in una treccia e occhi più taglienti di quelli della nipote. «Tua madre direbbe che il destino ha un bizzarro senso dell'umorismo.»
«Mamma diceva molte cose opinabili.»
«Tuo nonno Giuliano non ha mai dimenticato Teresa.»
«Il nonno non dimenticava neppure dove metteva i chiodi arrugginiti. Aveva memoria per tutto ciò che poteva ferirlo.»
Elvira tacque un momento. La giovane si pentì del tono, ma non lo mostrò.
Giuliano Ruggeri era morto da cinque anni. Da bambina, Lorenza lo aveva adorato. Era stato lui a insegnarle i nomi dei venti, a riconoscere le impronte dei gabbiani sulla sabbia, a riparare una serratura con tanta santa pazienza. Ma c’era in lui una stanza chiusa, una malinconia antica che nessuno nominava. Solo più tardi la ragazza aveva saputo di Teresa: la fidanzata partita alla vigilia delle nozze, lasciando una lettera e un’isola intera piena di succosi pettegolezzi.
«Perché è venuto?» chiese Elvira.
«Dice per burocrazia.»
«Che burocrazia?»
«Non ho ancora avuto il piacere di torchiarlo a dovere.»
«Lo farai.»
«Zia.»
«Lo farai perché sei curiosa come … una scimmia catarrina.»
Lorenza alzò un sopracciglio. «Io sono osservatrice e questo paragone era di mia madre, non tuo.»
«Sei impicciona e impertinente punto e basta.»
Era vero, ma la ragazza non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura.
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