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Se c'è una cosa per la quale la produzione non ha risparmiato questa volta è l'albergo. Siamo ospiti in un resort cinque stelle davvero favoloso immerso nella campagna Toscana. La mia camera ha la vista sul giardino dove c'è anche la piscina. Mi affaccio alla finestra e guardo di sotto. Le luci tutte intorno si riflettono sull’acqua dolcemente mentre le fronde degli alberi si muovono piano al vento fresco della sera. Sono sfinita, ma un bel bagno sarebbe davvero un toccasana con questo caldo. Purtroppo, non ho il costume, non pensavo ne avrei avuto bisogno. Decido di lasciar perdere e faccio per allontanarmi dalla finestra, ma l’idea di tuffarmi nell’acqua fresca è troppo allettante per poterla scacciare così.
In fin dei conti non c’è nessuno. In fin dei conti è notte e un completino intimo copre tanto quanto un costume, no? Mi gratto il mento e dopo un attimo di esitazione, apro l’armadio. Tiro fuori un paio di culottes nere che infilo al posto del perizoma. Sopra lascio il reggiseno nero che già indosso. Prendo l’accappatoio bianco con la sigla dell’albergo ricamata sul taschino, un paio di ciabatte e scendo. Al diavolo tutti, ho voglia di farmi un bagno e lo farò!
L’acqua è meravigliosa. Mi accoglie e mi culla. Mi lascio andare e sento la tensione che piano scivola via dalle spalle e dal collo. Mi abbandono sulla superficie con il viso a pelo dell’acqua. Gli arti molli, la mente sgombra. Non ci sono rumori, solo i grilli, lontani, che cantano alla luna e nel cielo una marea di stelle. Chiudo gli occhi. Questo momento non potrebbe essere più perfetto di così e quando sono quasi sul punto di addormentarmi, un tonfo mi riporta alla realtà facendomi sobbalzare. Che cavolo…
«Bel costume!»
Con un colpo di reni mi sollevo di scatto, immergendomi il più possibile nell’acqua per nascondermi. Andrea è davanti a me, a mollo, dall’altra parte della piscina. Se ne sta con entrambe le braccia stese sul bordo di marmo a guardare il cielo stellato.
«Che ci fai qui?» chiedo arretrando.
«Potrei chiederti la stessa cosa.»
«Io sto facendo il bagno!»
«Beh, anche io» dice svogliato. «Non sapevo fossi qui.»
«Non puoi non avermi vista!»
Lui mi guarda.
«La piscina è abbastanza grande per tutti e due.»
Stringo la mascella. Che è venuto a fare, a rovinarmi l'unico momento di pace della giornata? Ora lo prendo a pugni!
«Vattene o giuro che mi metto a gridare!»
«E per cosa? Quale delle innumerevoli regole etiche ora starei infrangendo?»
Sbuffo e gli volto le spalle.
«Parli di etica e poi oggi in giardino durante la pausa pranzo fai la scema davanti a tutti?» rilancia. Mi volto di scatto.
«Vai al diavolo, Andrea!»
«Sto ancora cercando di capire cosa volessi dimostrare.»
«Smettila!»
Lui scoppia a ridere e io lo fisso incavolata nera perché non ci trovo proprio niente di divertente.
«Mi fai morire!» dice lui asciugandosi gli occhi.
«Allora fallo e togliti dalla mia vista!» urlo.
Lui diventa serio improvvisamente. Non risponde. Si volta verso il bordo, poggia entrambe le mani sul marmo e con una spinta si solleva uscendo dall’acqua. Vorrei non guardarlo per non dargli questa soddisfazione, ma i miei occhi si rifiutano di obbedire. Scivolano sul suo corpo come attratti da un magnete e non posso fare a meno di trattenere il respiro. Cazzo! È... è... Anche solo l’idea di attribuirgli un aggettivo mi manda ai matti, ma… È dannatamente statuario e io non riesco a staccare gli occhi dalla sua figura. Che diamine ha di tanto speciale per farmi questo effetto? Sì, è un bell’uomo, ma ce ne sono tanti altri decisamente più belli di lui che non mi hanno nemmeno scalfita. Lui mi… rapisce, dannazione!
Lo vedo infilare le ciabatte, prendere l’accappatoio e sparire dietro la siepe.
Prendo aria e quasi vado in iperventilazione. Gli ultimi dieci minuti credo di non aver respirato affatto.
Se ne è andato e, per quanto la cosa mi faccia sentire sollevata, mi dispiace, terribilmente, anche se lo odio. Mi appoggio al bordo della piscina, cerco di ritrovare la quiete di poco prima, ma davanti a me vedo solo lui, anche ora che sono a occhi chiusi. Maledizione!
Respiro, respiro e respiro ancora, ma non funziona e intanto comincio a chiedermi come sia un suo bacio o una sua carezza. Non posso lasciarmi andare a questi pensieri, non ora, non con lui e poi non lo conosco!
Respiro ancora e ancora, poi di nuovo un tonfo, ma questa volta è più vicino, troppo, e degli schizzi d’acqua mi colpiscono il viso. Apro gli occhi e me lo ritrovo davanti. Quasi ci sfioriamo.
«Hai finito di fare la ragazzina idiota?» esordisce.
«Non eri andato via?»
«Come puoi ben vedere, no.»
«Peccato.»
«Stai zitta.»
«Ti infastidisco così tanto quando parlo?»
«Probabile.»
«Mi dispiace per te. So essere molto logorroica.»
«E io un tantino rude.»
«Me ne sono accorta e toglierei la parola tantino. Lo sei e basta.»
«Sempre gentile, vero?»
«Per te solo il meglio.»
Sento la sua mano afferrarmi per la vita e la voce mi finisce nello stomaco. Dissimulo la sorpresa con uno sguardo truce, ma non riesco ad allontanarlo.
Stai al tuo posto, dovrei dirgli. Stammi lontano, ma l’acqua scivola tra i nostri corpi e nel giro di un secondo mi ritrovo attaccata a lui. I suoi occhi azzurri mi scrutano e la sua mano si muove lenta su di me. Ci fissiamo per un tempo indefinito durante il quale sondo il suo viso come fosse la mappa segreta per raggiungere la felicità. Una cicatrice appena visibile sul sopracciglio destro, la mascella delineata… Che sciocca che sono.
«Sei sposato?» Sento la mia voce uscire dalla bocca senza controllo. Sussulto. Che accidenti ho chiesto?
Lui non si scompone di un millimetro.
«Tu?» ribatte.
«No.»
«Nemmeno io.»
«Davvero?»
«Vorresti che lo fossi?»
«No.»
«Allora non lo sono.»
«Figli?» azzardo.
«Nessuno.»
«Perché non ti credo?»
«Forse stai cercando un alibi.»
«Non ne ho bisogno.»
«Perfetto» dice. «Allora smettila di parlare.» Infila le dita tra i miei capelli, le serra sulla nuca e mi bacia. E lo fa avidamente come se dalla mia bocca ricevesse ossigeno. Mi aggrappo alle sue spalle, scivolo le mani sul suo collo, ma lui mi afferra le braccia piegandole dietro la schiena.
Mi tiene i polsi con una mano e con l’altra mi afferra la gola. Stringe le dita, ma non abbastanza da farmi mancare il fiato. Continua a baciarmi in modo quasi rude, primitivo, intimo e profondamente eccitante. Poi si stacca e mi guarda. Mi piega la testa indietro e scruta la parte del mio corpo emersa dall'acqua. Ha gli occhi cupi, non dice una parola. Mi spinge contro il bordo della piscina, mi prende per la vita e mi fa sedere sul marmo freddo. Rimango qui, mentre lui esce dall’acqua per fermarsi in piedi accanto a me. Dovrei alzarmi? Mi ha tolto tutte le forze. Lui, non so come, sembra aver capito e mi porge la mano. La prendo e mi solleva, per tirarmi sul suo petto, ancora. Gli sfioro il collo con un dito, osservando la muscolatura che guizza sotto la pelle bagnata. Lo voglio. Forse non ho mai voluto un uomo come desidero lui. Il mio corpo, la mia mente, ogni cosa di me lo desidera, ma freno l’impulso di spingerlo sul lettino di fianco e montargli sopra.
«Il numero» sussurra.
«Cosa?»
«Il numero della tua stanza.»
«136.»
«Vestiti» mi ordina e contemporaneamente mi allontana con una spinta leggera.
Prende le sue cose e si avvia lungo il vialetto, lasciandomi confusa. Lo imito, ma lentamente. Mi infilo l’accappatoio, le ciabatte e mi incammino.
Davanti alla porta della mia camera lui non c’è. Forse mi sono addormentata e ho sognato tutto? Probabilmente sì, altrimenti lui sarebbe qui, no?
Apro la porta, tolgo l’accappatoio e la biancheria bagnata. Indosso una canottiera in lycra nera e un perizoma rosso scuro in pizzo. Ho i capelli fradici. Li tampono con l’asciugamano e li lego con un elastico. Poco dopo sento due colpi secchi alla porta. Non faccio in tempo ad aprire il battente che lui entra senza dire una sola parola. No, non era un sogno, era tutto vero. È serio, tremendamente serio e mi intimorisce. Rimango attaccata al battente chiuso appoggiandomi con la schiena. Lui mi osserva dall’alto della sua statura, sovrastandomi con il suo sguardo gelido.
«Asciugati i capelli» mi ordina «e niente elastici.»
Io non dico niente, eseguo e poi mi fa solo un favore. Non volevo stare tutta la sera con i capelli bagnati.
Quando esco dal bagno, lo trovo in piedi accanto al letto. È a petto nudo e indossa solo un paio di jeans. Mi scruta. Indietreggio, fino a quando mi afferra. Mi stringe entrambi i polsi, mi fa male, ma non glielo dico. L’aria mi esce dai polmoni mentre lo vedo avvicinarsi e poi si appropria di nuovo della mia bocca con una tale bramosia da farmi quasi perdere l’equilibrio. Faccio qualche passo indietro, lui mi prende per i capelli e tira avvicinandomi a lui, ma sono già incollata al suo corpo. Non posso fuggire. Un leggero lamento soffocato emerge dalla mia bocca, sento che allenta la presa.
«Dove credi di andare?» mormora cupo.
Non rispondo. Non ho nessuna voglia di andare via da qui, anche se un po’ mi spaventa. Mi sfila la canottiera e la fa volare alle spalle. Poi si stacca da me, mi guarda con lentezza e lo fa con insolenza senza preoccuparsi del fatto che sono mezza nuda davanti a lui. Mi vergogno, vorrei coprirmi ma lui me lo impedisce. Se ne frega di quello che provo, vuole il mio corpo e basta, senza alcuna implicazione emotiva, ora l’ho capito, ma è troppo tardi per tirarsi indietro e poi non lo vorrei. Per la prima volta nella mia vita sento di voler essere solo uno strumento di piacere. Lo faccio per scelta e anche perché mi sono stancata di correre dietro alle belle favole sull’amore vero. Non so a quali conseguenze porterà questa decisione folle, ma non voglio chiedermelo, non ora che lui ha infilato una mano sotto lo strato sottile del mio perizoma. Un sospiro mi sfugge dalle labbra mentre socchiudo gli occhi. È bravo, dannatamente bravo, dannato lui.
Cerco il suo corpo con le mani. Voglio toccarlo, ma lui mi tira capelli di nuovo, piegandomi la testa all’indietro. Mi lamento con un mugugno.
«Comportati a dovere» sibila.
Ora capisco, vuole che stia ferma. Obbedisco. Non voglio che mi tiri ancora i capelli, questa volta mi ha fatto male. Sfila via la mano, mi gira con impeto e mi spinge contro il comò a pochi passi lasciandomi ad annaspare tra il piacere e la mancanza. Mi appoggio con le mani sulla superficie fredda del legno ma a lui non basta. Spinge fintanto che accosto anche la fronte. Chiudo gli occhi, mi chiedo chi sia l’uomo alle mie spalle. Mi domando se la decisione pazza di assecondare le sue fantasie non sia stata avventata, ma non ho tempo di pensare. Mi afferra le braccia per portarle entrambe dietro la schiena. Serra la mano sui miei polsi.
«Non ti muovere» ordina.
Mi abbassa il perizoma, si allontana e per un istante percepisco la mia dignità sgretolarsi sotto il peso dell’eccitazione, ma non è colpa sua. Solo io sono la responsabile di ciò che sta accadendo. Mi mordo il labbro inferiore e resto così, china sul comò, con la fronte sul legno lucido ad attendere lui.
Le gambe mi tremano, maledetta me.
Lo sento avvicinarsi poco dopo. Il suo calore mi scalda la pelle esposta esattamente come il suo sguardo che sento puntato su di me. Mi piace. Mi terrorizza. Mi disorienta.
Scopami, penso. Scopami adesso prima che fugga via da questo posto.
La sua mano mi afferra con forza i polsi, stringe mentre il suo respiro si fa più lento, profondo e un attimo dopo la sua erezione spinge tra le mie gambe. Forte. Rigida. Entra in me senza chiedere il permesso, come fossi sua. Come fossi sempre stata sua.
Mi si mozza il respiro e i pensieri diventano schegge di vetro che si tramutano in polvere sotto le sue stoccate.
Scopami prima che capisca quello che sto facendo, prima che i ripensamenti mi divorino le ossa.
Ferino, superbo, magnifico. Violento. Capace, ossessivo. Struscio la fronte sul legno mentre affonda fino a farmi quasi urlare. Sento dolore, piacere, sento di voler rimanere così tutta la notte, ma anche di fuggire via e di urlargli di smetterla. Rimango però, perché adesso non sono più capace di dirgli di no. Mi volta il viso, mi tocca le labbra con il pollice che poi spinge nella mia bocca per tutta la lunghezza. Lo succhio, avida, sciocca, per annegare subito dopo. Affondo nel piacere e nel dolore che mi sta dando. Non ho più pensieri, non ritrovo più me stessa. Le sue mani, la sua forza, il suo respiro sincopato, mi eccitano fino all’inverosimile e mi inchiodano ai suoi bisogni, al suo godimento. Arresa, pazza, voglio essere sua in ogni modo fino a che lo vorrà.
Il piacere misto al dolore mi infiammano il basso ventre. Le gambe mi tremano, distendo le braccia in avanti, inarco la schiena e poco prima di percepire l’orgasmo divampare, lui si sfila di colpo. Boccheggio.
«An-drea…» balbetto. È come se qualcuno mi avesse staccato la spina. Provo a voltarmi per guardarlo, ma lui mi ferma con una mano sulla schiena.
«Zitta» sibila sulla mia pelle.
Lo sento afferrarmi per le spalle, mi solleva e finalmente mi volta. Ha i capelli più spettinati rispetto al solito, gli occhi che brillano bui di desiderio. Dannatamente bello. Terribilmente magnifico.
Con la coda dell’occhio vedo la sua erezione fuori dalla patta dei pantaloni coperta da un preservativo. Vorrei toccarlo, perciò protendo una mano lentamente sotto il suo sguardo vigile. Mi umetto le labbra, sfioro la punta ma quando sto per stringe nel palmo il suo membro, lui mi afferra le braccia e mi sposta verso il letto. Mi spinge per farmi cadere all’indietro sul materasso. In piedi mi fissa serio prima di sfilarmi via il perizoma e allargarmi le gambe in modo indecente. Una fitta di pura vergogna mi fa ritrarre. Cerco di chiudere le ginocchia con scarsi risultati. Non voglio che mi guardi così, ma a lui non interessa. Faccio per liberare le gambe dalla sua presa, ma lui stringe più forte. Urlo.
«Mi fai male!»
Lui sorride cupo.
«È ciò che voglio» risponde infrangendo tutte le mie difese.
Il ventre mi si contrae e sento l’eccitazione tornare a lambire la mia intimità. Lo osservo mentre si abbassa per risalire il mio corpo lentamente fino a raggiungere il mio viso. Il suo respiro mi accarezza la pelle. Rimane sospeso sopra di me sorreggendosi sulle braccia. Mi fissa negli occhi, ma non sostenere il suo sguardo è impossibile. Gli guardo il collo e l'arteria giugulare che pulsa veloce sotto la pelle scurita dal sole. Alzo una mano e la sfioro poi scendo giù al centro del petto per giocare con la leggera peluria. Immagino che mi fermi come ha fatto prima, invece non mi scansa. In apnea scivolo con il dito lungo la linea centrale degli addominali e con lentezza raggiungo il suo sesso proteso verso di me. Lo sfioro alla base, nonostante il preservativo. Vorrei che non lo avesse, ma è stato giustamente previdente e non mi azzardo a chiedergli di toglierlo. Lui mi fissa immobile con gli occhi velati da qualcosa di torbido. Non capisco cosa gli passa per la testa ma non mi fermo.
Apro la mano e la chiudo intorno al suo membro. Lui si irrigidisce. Forse non gli piace essere toccato, non saprei. Non so nemmeno chi ho davanti. Proseguo, stringo un po’ la presa, mi godo il momento ma dura poco, troppo poco. La sua bocca vorace torna sulla mia e in una sola spinta irruenta ritorna dentro di me. Mi mozza il respiro, i pensieri, il battito del cuore. Inarco la schiena, mi aggrappo alle sue spalle e sento di essere definitivamente finita. Mi riempie fino in fondo, fino ad arrivare in ogni cellula del corpo.
Il piacere feroce divampa, mi inonda le vene, il cervello. Istilla impudicizia, licenziosità. Chiudo gli occhi, mi lascio soggiogare dalle sue spinte mentre l’orgasmo torna ad avanzare inesorabile. Ora non c’è più dolore, solo piacere. Godimento puro. Estasi. Non controllo più nulla di me. Sono sua per il singolo attimo di un dannato amplesso. Domani sarà un altro giorno.
Vengo senza inibizioni, libera, disintegrata. Il mio corpo si inarca mentre grido più e più volte, intanto lui continua ancora a entrare e a uscire con violenza fino a raggiunge l'apice.
Rimango stordita sotto il suo peso per una buona manciata di secondi. Il soffitto sopra di noi, il suo profumo nel naso, la sua mano che mi sfiora un fianco. Vorrei dire qualcosa ma prima ancora che riesca ad articolare un pensiero di senso compiuto, lui si alza per chiudersi in bagno. Osservo la porta chiusa. L’acqua scroscia probabilmente nel lavandino. Sospiro, socchiudo lentamente le gambe. Che diavolo ho fatto?
Con la coda dell’occhio lo vedo uscire poco dopo. Si allaccia i jeans, infila la maglietta e, senza nemmeno salutarmi, se ne va chiudendosi con un tonfo la porta alle spalle.
Torno a guardare il soffitto ammonendomi di non piangere.
Idiota!
Non mi aspettavo un bacio gentile, nemmeno una carezza. Sento le lacrime salire agli occhi. Non volevo nemmeno che mi dicesse qualcosa di carino. Speravo almeno mi salutasse, ma non l'ha fatto. Sono stata il suo giocattolo, non era quello che volevo? Sì... no. Non lo so più.
Stupida, stupida, stupida!
Mi raggomitolo in posizione fetale, mi copro velocemente con il lenzuolo stringendo i pugni.
Lo hai voluto tu, se piangi sei ancora più stupida. Ti sei fatta usare e adesso? Che farai domani, Claudia?
Ingoio le lacrime, mi sollevo dandomi un dannato contegno perché in fondo già lo so. Se domani me lo richiedesse non mi tirerei indietro.
Se domani me lo chiedesse sarò di nuovo sua.
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