LAURA PELLEGRINI


⏱ ~12 min · 2450 parole

A cena è seduto qualche tavolo più giù in compagnia di Antonio. Parla e ride, ma i suoi occhi sono fissi su di me, costantemente. Io mangio con Mirella. Cerco di distrarmi, commento l’ottima cucina del ristorante ma il pensiero è fisso su di lui. Ogni volta che mi giro a guardarlo incontro il suo sguardo penetrante. Mi imbarazza e allo stesso tempo mi eccita e più di una volta mi ritrovo a stringere le gambe e a cambiare posizione sulla sedia. So quello che sta pensando, me lo trasmette con quello sguardo che mi spoglia senza ritegno. Lui è senza ritegno e ora si gode la sua vittoria. Il suo piano ben studiato mi ha portato a non riuscire a non pensare a lui e adesso, l’idea di lasciarlo fuori in corridoio mi sembra assurda. Lo voglio.

Poso la forchetta nel piatto, saluto e mi alzo. Gli lancio un’occhiata, esco fuori dalla sala ristorante. Ho il cuore in gola, tremo. Entro in ascensore, mi appoggio allo specchio con le spalle. Non avere più il suo sguardo puntato addosso mi fa tirare un sospiro di sollievo. Mi sembra di non aver mai respirato durante tutta la cena. Devo riprendere il controllo, adesso. Le porte si stanno per chiudere ma qualcosa improvvisamente interrompe la loro corsa. Qualcosa o meglio qualcuno, le blocca e poco dopo appare lui, con le mani infilate nelle tasche, che avanza nello spazio angusto.

«Ciao» dice e si piazza a pochi centimetri di distanza dal mio viso.

Avvampo, ma nonostante tutto mi fingo sicura.

«Ciao» rispondo.

«Vai in camera?» chiede.

«Sì.»

Mi osserva e mi sembra di precipitare in una pozza di magma che mi ustiona la pelle. Ci guardiamo a lungo, occhi negli occhi e quasi perdo la ragione.

L’ascensore si ferma. Le porte si aprono ma lui non scende. Rimane vicinissimo a me senza toccarmi e comincio a chiedermi cosa abbia in mente.

«Non scendi?» azzardo.

«No.»

«Questo è il tuo piano.»

«Lo so, ma non vado in camera mia.»

«E dove allora?»

Il sorriso pigro che mi mostra mi fa seccare la bocca.

«Nella tua» dice, intanto le porte si chiudono e l’ascensore riparte.

«Sei così sicuro?»

«Assolutamente.»

«Non lo sarei se fossi in te.» Alzo il mento, cerco di mostrarmi padrona della situazione ma sono già fuori di testa da una bella mezz’ora.

Lui socchiude gli occhi.

«Mai stato più certo di qualcosa.»

«E se ti lasciassi in corridoio?» mi fingo spaccona.

«Ti avrò comunque, Claudia, poco importa dove. L’importante è solo il come».

Cazzo... Deglutisco e cerco di prendere fiato. Le porte dell’ascensore si aprono e lui mi afferra un gomito per trascinarmi fuori. Mi guida attraverso il corridoio strattonandomi e, una volta davanti alla porta della mia camera, allunga una mano verso di me.

«Chiave.»

Traccheggio per una manciata di secondi ma so esattamente che consegnerò la tessera della mia stanza nella sua mano. Lo so perché, maledetta me, lo voglio più di qualsiasi altra cosa.

Sfilo il badge dalla tasca posteriore dei jeans e la deposito sul suo palmo. Senza fiato, senza senno.

Stupida.

Lui apre e mi spinge dentro. Mi segue, chiude la porta con una spallata, e mi schiaccia contro il muro. Non accende le luci, senza perdere tempo affonda la lingua nella mia bocca tenendomi per i capelli. Perché deve essere sempre così violento?

«Che ci facevi con Milena?» riesco a dire.

Lui non si ferma. Prende a mordermi il collo. Affondo le unghie nella sua schiena.

«Affari miei» risponde cupo. Mi prende entrambi i seni con le mani e nel frattempo si struscia contro di me. È già eccitato.

«Anche miei, visto che stai per scoparmi» ribatto seccata.

Lui rallenta e poi mi guarda.

«Non devo darti spiegazioni di quello che faccio, non sei mia moglie.»

«Sei uno stronzo arrogante, lo sai?»

Lui si allontana e accende la luce.

«Spogliati» mi ordina. Io rimango a guardarlo interdetta senza muovere un muscolo. «Mi hai capito? Spogliati» comanda ancora, poi si stende sul letto e incrocia le braccia dietro la testa. Io non mi muovo però.

«Non ho tutta la notte.»

«Perché, devi andare da qualcun’altra dopo di me?»

Lui sorride maligno.

«Spogliati e non farmi incazzare.»

«Altrimenti?»

Lui non si scompone.

«Non ti conviene scoprirlo, ragazzina». E suona male, molto male quello che dice, ma non mi lascio intimidire. Ci sono finita con le mie gambe in questo casino. Avrei potuto lasciarlo fuori dalla mia stanza, mandarlo al diavolo in piscina o questa mattina dopo averlo sorpreso con Milena, e invece eccomi qui a frignare come una scolaretta per una scopata.

Che pena che mi faccio…

Mi abbasso i jeans e lascio cadano a terra. Resto in biancheria intima.

«Tutto» dice lui sdraiato sul letto. Si sta godendo la scena, lo stronzo.

Io proseguo nel mio spogliarello forzato fino a rimanere nuda davanti a lui. Mi intimidisce perché mi guarda, mi studia, mi fissa e poi mi fa voltare e io mi sento inerme, soggiogata da questo desiderio di lui che mi infiamma tra le gambe. Ma è quello che voglio davvero? Da piccola sognavo il principe azzurro e invece sono in camera con un dominatore. Che ironia la vita…

«Vieni qui» comanda.

Lui non chiede, ordina e io non parlo, eseguo.

Imbecille.

Salgo sul letto, mi avvicina a lui afferrandomi per la gola. Rimango in ginocchio a cavalcioni sulle sue gambe senza respiro. Gli stringo un polso, ma non demorde.

«Non vuoi farmi incazzare, vero?»

Scrollo la testa.

«Farai quello che ti dico?»

Annuisco impercettibilmente. I principi azzurri saranno pure dolci e teneri ma sfido io a trovarne uno così sexy come l’uomo che ho davanti. Non serve neppure che mi tocchi. A lui basta la voce per farmi eccitare.

Senza lasciare la mia gola comincia a toccarmi tra le gambe. Mugugno e mi aggrappo con entrambe le mani alla sua che mi toglie il fiato. Prosegue senza fermarsi, stringendo e allentando la presa a fasi alterne e sento di non poter durare a lungo perché mi ha sconvolto i sensi e invaso la mente, facendomi arrivare già al limite prima ancora di sfiorarmi. È sconvolgente, e quando sto per abbandonarmi al piacere abbassando tutte le mie difese, lui mi spinge all’indietro catapultandomi sul letto. Porca vacca…

Lo vedo alzarsi e allontanarsi verso il bagno. Mi siedo, respiro finalmente. Sono confusa, stordita ed eccitata all’inverosimile. Mi sistemo i capelli scomposti, cerco di darmi un contegno, poi riappare nella stanza completamente nudo. Rimango a guardarlo inebetita. È bello, ma non perfetto e questo me lo fa apprezzare ancora di più. Ha un fisico atletico con i muscoli in evidenza, ma non esagerati. Si vedono guizzare sotto la pelle brunita a ogni movimento. Ha le spalle larghe, la pancia piatta e le gambe tornite dalla corsa e dalla palestra. No, non è perfetto, ma per i suoi quarant’anni è decisamente in forma, senza alcun dubbio.

Si avvicina, in mano tiene qualcosa. È un oggetto lungo, sottile e nero e sembra di plastica. Capisco di cosa si tratta solo quando mi volta e me lo mette ai polsi. È una fascetta da carpentiere. La stringe, sento i bordi affondare nella carne, mi graffia.

«Così non ti verrà in mente di allungare le mani» sentenzia roco.

Voglio ancora essere qui con lui? Non mi rispondo, non voglio farlo perché so qual è la risposta.

Mi prende per le braccia e mi fa scendere dal letto.

«Bastava che me lo dicessi, non lo avrei fatto» sussurro.

«Devo anche imbavagliarti?»

Tutto ciò è decisamente troppo in là rispetto ai miei gusti. Mia nonna diceva sempre che gli uomini gentili si riconoscono in camera da letto. Ecco, secondo il suo suggerimento Andrea dovrebbe essere un mostro. Comincio a tremare. Non ho la minima idea di cosa voglia fare e intanto mi guarda con l’espressione gelida di chi ha perfettamente chiara ogni cosa. Ci metto un attimo a capire che finirà solo quando lo vorrà lui.

Sposta la sedia dello scrittoio e si siede trascinandomi con sé. Mi fa sedere sopra di lui, ma voltata, così da dargli la schiena. Mi allarga le gambe e torna a toccarmi ancora, questa volta con entrambe le mani e mi accorgo che, per quanto possa aver timore dei suoi modi poco consoni, il mio corpo risponde fulmineo al suo tocco, sciogliendosi in una pozza di piacere. Mi piego in avanti. Chiudo gli occhi, quello che mi fa mi spedisce direttamente in luoghi lontanissimi dove il piacere mi scivola dentro e addosso come olio tiepido, ma dura poco. Sento la sua mano serrarsi tra i miei capelli per strattonarmi poco dopo indietro la testa. Grido. Piacere e dolore questa è la sua ricetta dell'eros perfetto e, onestamente, non mi sento di contraddirlo anche se i modi, beh, forse sarebbero da rivedere. Torna a toccarmi come prima. Con due dita mi penetra mentre con l'altra mano mi sfiora e io singhiozzo, smanio e mi dimeno, perché oltre a questo lui mi parla e la sua voce è un afrodisiaco potentissimo. Si infiltra nelle sinapsi, tocca corde nascoste che mi fanno vibrare dentro.

«Non voglio che tu venga» sussurra. «Hai capito? Non voglio che tu venga.»

«Non po-sso» rispondo affannata. Inarco la schiena, mi mordo il labbro inferiore ma lui non smette.

Continua come avesse appena iniziato e io sento di impazzire. Ansimo più forte, cerco un appiglio ma ho le mani legate.

«Ti prego, non po-sso…» dico a denti stretti. Deglutisco, le sue dita scivolano tra le mie gambe con maestria e io sento di essere al limite. La testa mi gira, sento i muscoli irrigidirsi. «Andr… ea…»

Sfila le mani, mi afferra per la vita e mi solleva di colpo per entrare dentro di me di botto. Grido. È un sadico, ora l'ho capito. Resta immobile per il tempo di un respiro fino a quando prende a muovermi su di sé, prima piano, poi veloce, poi di nuovo piano. Mi respira sulla schiena, sposta una mano tra le mie gambe aperte e con le dita torna a toccarmi e io sento di essere finita. Sono creta, fango, una creatura diversa da quella che è entrata in questa stanza. Sono piacere puro, sesso, lussuria. Affonda la mano libera tra i miei capelli, tira, mi fa desiderare di urlare e venire allo stesso tempo ma non faccio nulla di tutto ciò. Mi muovo impacciata, anelando all’orgasmo come una liberazione alle torture alle quali mi sottopone. Lo odio ma lo desidero allo stesso tempo.

Pazza.

Sento il suo respiro farsi più sincopato e quando percepisco la sua fronte tra le scapole capisco che entrambi siamo giunti alla fine della nostra corsa. Sul bordo del burrone guardiamo insieme verso il basso in attesa di librarci per il tempo di un orgasmo.

Serro i pugni, butto indietro la testa mentre il piacere scorre nelle mie vene tossico come lo è Andrea. Vengo vergognosamente sulle sue gambe assieme a lui che mi stringe un seno così forte da farmi male. I capelli davanti alla faccia, il suo fiato addosso, la sua presenza ancora dentro di me.

Mia nonna diceva sempre che un uomo gentile si riconosce da come tratta la sua donna. Avrò fatto anche la scelta sbagliata ma mi chiedo quanti uomini gentili sarebbero così bravi nel far godere in questo modo una donna?

Mi fa scendere dalle sue gambe, a stento riesco a tenermi in piedi. Mi appoggio allo scrittoio con un fianco mentre lui mi toglie la fascetta dai polsi. Riprendo fiato, sposto i capelli dalla faccia in attesa di sentirlo allontanarsi verso il bagno ma non si muove da dietro di me. Raddrizzo la schiena, mi volto e lo osservo. Ci guardiamo per un lungo momento fintanto che il mio sguardo si posa sulle sue labbra. Vorrei baciarlo, ma non so quanto questo mio desiderio venga accolto.

«Che fai?» chiede insospettito.

Non parlo. Mi avvicino, in compenso. Lui arretra di un passo, lo raggiungo e pazza mi sollevo sulle punte dei piedi. Deposito un leggero bacio all’angolo della sua bocca, poi un altro dall’altra parte fino a sfiorargli le labbra. Lui rimane impassibile. Lo guardo, lascio scivolare una mano dietro alla sua nuca e riprovo più convinta cercando la sua lingua con la mia. Si lascia baciare, ma non ricambia e quando capisco che la dolcezza non è proprio una delle sue peculiarità, smetto e torno al mio posto guardando a terra. Non mi aspetto che lui capisca il bisogno che avevo di farlo. Mi abbasso, afferro le mutandine finite sul pavimento e le infilo.

«Cos'era?» chiede.

Alzo gli occhi e lo guardo.

«Hai una bocca così bella e volevo baciarla a modo mio» dico rivestendomi.

Lui mi fissa in silenzio e credo stia pensando a qualcosa.

«Non sono da baci smielati.»

«Forse tu no, ma io sì.»

Socchiude gli occhi.

«Potresti scoprire qualcosa di nuovo, sai?» sorrido, prendo i jeans.

«Non ne ho bisogno.»

«Come credi.»

Lui continua a guardarmi senza battere ciglio per qualche minuto. Sospiro, gli do le spalle.

«Fallo ancora» sento.

«Cosa?»

«Quello che hai fatto prima.»

Lo osservo per un lungo momento indecisa sul da farsi. Ho voglia di baciarlo, mi piace quello che passa tra di noi quando lo facciamo. Non è una questione di romanticismo la mia, è più un bisogno di chiudere un bel momento con qualcosa che non sia necessariamente violento, come uscire da una stanza senza salutare. Me ne pentirò, lo so, ma mi avvicino lentamente. Appoggio le mani sulle sue spalle, osservo brevemente il suo volto e chiudendo gli occhi trovo le sue labbra. Un bacio leggero, innocuo, piccolo come mi sento minuta io in questo momento. No, non è una questione di romanticismo e neppure di bisogno di sicurezze. Baciarlo mi dà la strana sensazione di essere a casa, come quando dopo un lungo viaggio torni ad abbracciare la persona che più ti è mancata. Follia, credo, eppure l’emozione che mi trasmette mi provoca un brivido lungo la schiena. Sento la sua mano sfiorarmi la schiena per risalire lenta verso la nuca. Mi allontanerà, penso, mi caccerà e invece no. Approfondisce il bacio esattamente come piace a me. Con calma.

Per la prima volta non mi soffoca, non mi divora. Mi rilasso, lasciando che mi baci.

«Voi donne siete troppo sentimentali» mormora sulle mie labbra. Mi prende il viso con una mano, mi osserva. Ha una luce strana negli occhi, qualcosa che non gli ho mai visto da quando ci incontriamo in camera mia.

Non rispondo. Attendo che prosegua, ma non aggiunge altro. Mi afferra il mento con due dita, mi solleva il viso in modo innaturale regalandomi un sorriso bastardo tanto quanto lui, poi senza dire altro fa due passi indietro per chiudersi in bagno poco dopo.

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