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Arriviamo alla villa in tarda serata, scortando il carro attrezzi più lento e sgangherato che esista sulla faccia della terra. Durante il viaggio non abbiamo parlato per niente e le uniche parole che sono uscite dalla bocca di Andrea sono state imprecazioni per la lentezza a cui siamo stati costretti a viaggiare. Quando scendiamo dalla macchina Antonio ci viene incontro con un sorriso a trentadue denti.
«Ecco i miei eroi!» esordisce più finto di un giocatore di poker.
«Eroi un cazzo!» grida Andrea, sbattendo lo sportello. «Vedi di chiudere presto questo maledetto film, me ne voglio andare da questa merda il prima possibile!» gli inveisce contro.
Il sorriso di Antonio scompare e io mi ritrovo a desiderare di non aver mai sentito quelle parole. Sarei io la merda?
«Non vi siete divertiti?» chiede Antonio seguendo con lo sguardo Andrea che si allontana furente.
«Divertiti?» Torna indietro di qualche passo e gli si para davanti. «Mi hai mandato a fare il lavoro di un operaio con una pseudo aiuto regia che mi ha solo fatto perdere del tempo! Finisci queste riprese perché ho ben altro da fare che passare il mio tempo in questo buco!»
«Okay» lo rabbonisce Antonio, passandogli un braccio intorno alle spalle e allontanandolo da me. «Due giorni, concedimi due giorni delle tua vita e poi tutto questo sarà solo un ricordo.»
«Sarà bene per te che sia effettivamente così.»
Antonio ride e lo strattona amichevolmente, poi si volta verso di me e mi guarda con espressione interrogativa. Io non accenno a rispondergli, fisso la schiena di Andrea che si allontana velocemente e mi chiedo se le sue parole siano state dettate dalla rabbia o se fossero reali.
Dopo cena resto in camera ad attenderlo per quasi due ore, ma lui non si presenta. Ancora vestita, sono seduta sul bordo del letto a guardare il muro davanti a me. Per un brevissimo instante ho quasi la tentazione di andare a bussare alla sua stanza, ma cancello l’idea alla velocità della luce. Le parole che ha detto sono state così dure da spiazzami. Forse davvero non vuole più saperne di me. Forse lo schiaffo che gli ho dato lo ha fatto arrabbiare al punto di volersene andare o forse c'è qualcuno che lo aspetta a casa. Non lo so, so solo che avrei voluto chiederglielo se non si fosse chiuso chissà dove come un eremita.
Mi alzo e vado in bagno. Perché mi sto facendo tutti questi problemi per lui? In fondo lo odio, no? In fondo lo detesto con tutta me stessa e anche io voglio tornare a casa, no? Mi guardo nello specchio e prendo a spazzolarmi i capelli. No, non voglio tornare a casa e no, non lo odio e nemmeno lo detesto. Odio me stessa, piuttosto, e detesto quella parte di me che si è lasciata convincere che il sesso sia solo sesso. Invece è un gioco perverso in cui bisogna essere abili giocatori per sopravvivere, è sempre stato così. Io non sono mai stata brava in queste cose e in più non conosco le regole. Ho solo ingenuamente pensato che avrei potuto improvvisare, che me la sarei cavata bene, perché tutto sommato, anche io lo volevo, ma invece sono rimasta fregata. Il sesso fine a se stesso non è per tutti e non è da tutti e io l'ho capito troppo tardi.
Non sono innamorata di Andrea, almeno credo. Sono convinta che non ci si possa innamorare di qualcuno che si conosce appena. Non si può amare una persona senza sapere nulla sul suo conto, dalle cose più semplici a quelle più profonde e io, di Andrea, so solo che è un ottimo direttore della fotografia, che veste casual e che scopa da dio. No, non ne sono innamorata, ma una cosa è certa, ne sono assolutamente dipendente e non so quale tra le due sia la più deleteria.
Il mattino seguente arrivo sul set con qualche minuto di ritardo. Oggi è il penultimo giorno di riprese, il penultimo giorno di Andrea nella mia vita.
Mi avvio verso il tavolo della regia guardando a terra. Osservo le punte delle mie scarpe da ginnastica che fanno capolino tra l'erba verde del giardino. Non penso a nulla se non a lui e al vuoto che ho sentito ieri notte. Più passa il tempo, più mi rendo conto in che pasticcio mi sono andata a cacciare. Provare dei sentimenti per qualcuno che ti considera solo uno strumento di piacere, o peggio, è decisamente sconfortante.
«Claudia, gli attori sono pronti?» urla Antonio dall'altra parte del giardino.
Alzo la testa e lo cerco. Quando lo trovo annuisco e subito dopo torno a chiudermi nei miei pensieri depressivi su come i sentimenti, o in qualunque altro modo riesca a definire questa cosa che provo, siano altamente deleteri. Scrollo la testa. Che sciocca sono stata a credere di essere forte e che idiota sono stata a credere che lui vedesse qualcosa in più in me oltre ai miei orifizi.
Iniziamo a girare, ma Andrea non si palesa. Vorrei chiedere ad Antonio dove si è andato a cacciare, ma decido di non farlo. Per tutta la giornata me ne sto seduta a tenere i tempi e scarabocchiare sul mio copione, guardando i monitor di tanto in tanto.
All'ora di cena mi trascino in camera, mentre dentro di me si fa sempre più concreta l'idea che se ne sia andato senza lasciare traccia, a parte il solco dentro di me, ovvio. Sono arrabbiata con me stessa per la superficialità con cui ho affrontato tutto questo e perché non ho saputo gestire la mia parte emotiva. Attraverso il corridoio che conduce alla mia stanza, trascinando i piedi rumorosamente.
«Alza quei cazzo di piedi, sembri un uomo!» sento alle mie spalle.
Mi volto per trovarmi davanti Andrea. Il cuore mi va in gola e mi ripiomba nello stomaco nel giro di un nano secondo. Ha l'aria cupa e mi fissa al suo solito modo, quello che mi scioglie in un battibaleno. Metto le mani sui fianchi e sostengo il suo sguardo con sfida.
«Mi spieghi dov'eri finito?» chiedo, cercando di non lasciar trapelare nulla delle mie emozioni.
«Non sono affari tuoi» risponde avvicinandosi.
«Voglio saperlo lo stesso» rimbecco.
Lui si ferma davanti a me.
«Scordatelo» dice, poi allunga una mano con il palmo aperto verso l'alto. «Chiavi» ordina.
Io lo guardo basita.
«Scordatelo» rispondo piccata, tanto per usare la sua stessa espressione. Come diavolo si permette? Sparisce per un giorno intero e pretende che io gli apra le gambe a comando? Okay che è solo sesso, ma ci va di mezzo anche la mia dignità!
Lui però mi afferra per un braccio, mi volta e infila la mano nella tasca posteriore dei miei pantaloncini. Prende la chiave e mi guarda socchiudendo gli occhi.
«Ora sì che sei fottuta, ragazzina.»
Mi spinge nella stanza e io non ho nemmeno il tempo di girarmi che mi afferra per la gola tirandomi bruscamente a sé.
«Non mi è piaciuto quello schiaffo» dice a voce bassa.
«Te lo sei meritato» ribatto prontamente.
Stringe, il bastardo, e non mi fa respirare, così mi aggrappo alla sua mano, almeno spero lo capisca. Lui invece mi spinge contro il muro.
«Ti piace così, non è vero?» ringhia e mi apre i pantaloncini lasciandoli cadere a terra.
«Vattene!» cerco di gridare, ma la mia voce è fioca e lui non arretra.
Mi tocca tra le gambe che cerco disperatamente di tenere chiuse.
«Dillo, Claudia, dillo che ti piace quando ti fotto» mi dice all’orecchio.
Mi sento gelare e vorrei prenderlo a pugni. Non sono la sua puttana ed è il caso cominci a capirlo. Il fatto che mi sia mancato non gli dà il diritto di approfittarsi di me.
«Vaffanculo.» Tento di spingerlo via.
Lui sorride.
«Che vuoi fare, cacciarmi?» chiede spavaldo.
«Sì, perché per te sono solo merda.»
Lui allenta la presa e continua a fissarmi.
«Che cazzo dici?»
«Lo hai detto tu, ieri sera. Non sono forse la merda dalla quale vuoi a tutti i costi allontanarti?»
Tentenna, mi guarda, poi abbassa lo sguardo per tornare a fissarmi subito dopo.
«Ero furioso.»
«Lo sei anche ora.»
Mi lascia il collo e si allontana di un passo.
«Che vuoi da me, Claudia?»
«Niente» rispondo massaggiandomi. Non lo guardo, l’assalto non mi è piaciuto e ora sono arrabbiata. Lui mi scruta.
«Stai facendo la cosa più sbagliata.»
«A cosa alludi?»
«Ti stai innamorando di me.»
Sento il viso andare in fiamme.
«Ti sbagli» rispondo, tentando disperatamente di controllare la mia emotività.
«Piantala, lo vedo come mi guardi.»
«Non sono innamorata di te, nemmeno ti conosco! E poi…»
«E poi…?» incalza.
«Mi innervosisci! Non ti sopporto, sei scontroso, irascibile, violento e stronzo, tutti aspetti che non tollero in un uomo» dico fissandolo negli occhi.
Lui fa un passo verso di me, appoggia una mano sul muro accanto alla mia testa.
«Sei una bugiarda» sibila e sogghigna mentre lo fa.
«E tu un bastardo.»
È a pochi centimetri dal mio viso e sento che le gambe non mi sorreggono. Come faccio a essere credibile con lui se mi fa questo dannatissimo effetto?
«Domani sarà tutto finito, avrai una vita intera per dimenticarmi» dico sottovoce.
Lui non risponde. I suoi occhi osservano attentamente la mia bocca. Mi schiaccio contro il muro, so che intenzioni ha, ma non voglio che mi manchi di rispetto come poco fa. Lui alza una mano e prende tra le dita la treccia che mi scende sulla spalla. Ci gioca, attorcigliandola distrattamente intorno a un dito. Si avvicina ancora e ormai mi è addosso. Sento il suo respiro lambirmi il viso. Vorrei non essere per lui solo un oggetto e per un secondo mi concedo l’idea che possa apprezzare anche quella che sono dentro, oltre la mia esteriorità. Lui mi sfiora una guancia con la sua, mi pizzica con la barba. Mi volto lentamente. Sto facendo uno sforzo enorme per non cercare le sue labbra, perché vorrei baciarlo. Devo resistere però, perché non voglio dargliela vinta, ma per quanto ci provi, il desiderio che provo trapela e lui non se lo fa sfuggire. Sorride e intanto infila una mano sotto la mia canottiera per fermarla sul fianco. La sua bocca è lì, davanti alla mia. Basterebbe semplicemente che protendessi le labbra per baciarlo. Trattengo il fiato. È diventata quasi una questione di principio e non voglio in alcun modo fare la prima mossa e mostrarmi debole. Vuole che io esca allo scoperto, sta giocando al gatto col topo. Muove la mano sul mio fianco, mi sfiora appena, mentre sale verso l’alto. Io mi aggrappo al muro con i palmi, ma intanto non respiro più. In realtà neanche ragiono. Riesco solo a vedere lui davanti a me. Bramo miseramente la sua pelle come fosse acqua nel deserto. La sua mano arriva sul il mio seno destro. Lo avvolge gentilmente, abbassa lentamente la coppa del reggiseno e quando la tira giù del tutto, sento il basso ventre arroventarsi dolorosamente. Non posso più sostenere questa tortura. Lo voglio e sono fottuta, ufficialmente fottuta. Mando a quel paese tutti i miei propositi e l’idea di donna forte che ho nella testa. Con lui la mia volontà è pari a zero. Alzo le mani, le faccio scivolare sulla sua nuca per affondarle tra i suoi capelli. Lo tiro a me. Era questo che voleva, ora ne ho le prove, perché mentre lo bacio con foga, sento le sue labbra tirarsi in un sorriso di soddisfazione. Maledetto…
Mi afferra per la vita e mi stringe ricambiando il bacio. Vacillo sulle gambe, ma la sua stretta è salda, con sicurezza mi scosta dal muro. Mi trascina con sé verso il letto dove lo seguo docile. Non ho più forza per oppormi né tantomeno la voglia. Si stacca da me e si siede, guardandomi dal basso. Mi accarezza le gambe nude salendo lentamente fino a slacciarmi i pantaloncini che cadono molli sul pavimento, poi raggiungere il perizoma. Lo sfila con una lentezza disarmante, mentre io resto a fissarlo come ipnotizzata. Infila una mano tra le mie gambe e il respiro mi si spezza. Tremo come una sciocca perché mi piace da morire e perché so che non potrò più farne a meno. Lui con la mano libera mi prende per un fianco e mi tira verso di sé. Mi fa mettere a cavalcioni sulle sue gambe continuando a toccarmi, toglie poi la mano e la porta sulle mie labbra.
«Ti mancherò?» sussurra.
Io annuisco. Non ho la forza di parlare e poi non sono sicura di come mi uscirebbe la voce. Infila le dita nella mia bocca e mi guarda mentre le succhio.
«Anche tu» ammette.
I miei occhi saettano nei suoi, ma lui accorcia le distanze e mi bacia di nuovo, così mi è impossibile vedere che espressione abbia. Non importa, ha detto che gli mancherò e questo mi basta. Afferro i lembi della sua maglietta e la sfilo con foga, mentre lui con una mano traffica con i bottoni dei pantaloni. Non ragiono, non penso. Attendo impaziente che finisca e poi infilo una mano dentro ai boxer per liberare la sua erezione. Lo tocco fino a quando me lo permette e stupidamente vorrei che questo momento non finisse mai. Si stende, mi trascina su di lui.
«Non ho il preservativo» mormora.
Gli guardo la bocca, il mento deciso.
«Come se questo fosse mai stato un tuo problema» rispondo.
Sorride ed è così dannatamente bello che non riesco ad aspettare un minuto di più. Mi accomodo meglio sopra di lui e lo lascio entrare dentro di me. La sensazione di improvvisa pienezza mi dà alla testa. È soverchiante. Lo è sempre stato ma oggi è diverso. Oggi è solo lui, semplicemente Andrea.
Appoggio le mani sulle sue cosce e inizio a muovermi. Lui mi prende per i fianchi, mi guarda. Sento il suo sguardo addosso anche ora che ho gli occhi chiusi ed è bellissimo, eccitante, corrosivo. Mi sto godendo gli ultimi attimi con lui. Vorrei non finisse mai e dentro di me avanza il desiderio di poterlo vedere ancora, al di fuori da qui, ma forse siamo solo il risultato di un incontro fugace, con un futuro avverso già in partenza.
«Guardami, Claudia» dice.
Io però non lo faccio. Tengo gli occhi serrati perché so cosa accadrebbe se li aprissi. La gola mi brucia e sento le lacrime spingere dietro le palpebre per uscire. Le trattengo con tutta la forza che ho, ma lui ferma il mio movimento, si mette seduto e mi prende il viso con una mano.
«Guardami!»
Tento di liberarmi dalla presa, ma lui è più forte, così obbedisco. Apro gli occhi e vengo investita dal suo sguardo furente, mentre le lacrime cominciano a scendere lente. Cazzo!
«Io...io…» farfuglio.
Che dovrei dire? “Scusami se sto piangendo, forse provo qualcosa per te?” Patetica!
«Ora mi passa…» mi fingo forte.
Lui mi accarezza una guancia e mi asciuga una lacrima.
«Non merito le tue lacrime.»
«Per me sì, invece.»
«Claudia, tu ed io... non funzionerebbe.»
«Non ti ho chiesto di provarci.»
Sospira.
«Vuoi che me ne vada?»
«No.»
«Non puoi innamorarti di me…»
«Non sono innamorata di te, Andrea!» mi infastidisco.
«Allora perché piangi?»
Lo osservo a lungo. Mi guarda come se fosse la prima volta. Che gli rispondo ora? Non so dare una spiegazione nemmeno a me stessa, figuriamoci a lui!
«Perché non ci vedremo più» dico infine distogliendo lo sguardo.
«Claudia, Claudia, Claudia…» mi volta verso di lui. «Fai finta di essere forte, ma sotto sotto sei tenera come il burro» aggiunge sulle mie labbra prima di baciarmi di nuovo. Detesto mostrargli la mia vulnerabilità, ma ha ragione. Non sono così forte come vado professando. Dissimulo l’imbarazzo lasciandomi abbracciare. Aderisco al suo petto godendo immensamente del calore del suo corpo. È divino… Con un braccio mi cinge la vita, mi solleva quel che basta per farmi stendere supina. Guida le mie braccia sopra alla testa le blocca in una stretta decisa ma questa volta nessuna violenza aleggia tra di noi, nessun ordine perentorio. Mi osserva a lungo senza parlare e poi con un’unica spinta torna dentro di me. Potente, selvaggio, spezzandomi il respiro. Mi riempie a ogni stoccata senza mai staccare i suoi occhi dai miei, e per la prima volta sento che non stiamo facendo solo sesso. Questa volta facciamo l’amore e anche se non ci conosciamo affatto, sento di essere legata a lui da qualcosa di magico e impalpabile che non riesco a definire. Non so se anche per lui sia lo stesso, ma fingo che lo sia. Mi lascio andare mentre il suo respiro si fa più sincopato e mi accarezza il viso. Socchiudo gli occhi, cerco la sua bocca e quando la trovo la divoro. Amore e sesso. Odio e bisogno. Cosa potrebbe esserci di più inebriante?
Veniamo insieme, complici di qualcosa che a entrambi sfugge, affamati dei nostri respiri, dei nostri corpi, senza più fiato, né parole. Appoggia la testa nell’incavo del mio collo, sospira. Penso stia per dire qualcosa, invece mi lascia i polsi e io lo abbraccio senza indugio.
«Che fai?» mormora cupo. Sorrido. So che non ama queste smancerie perciò lo lascio andare. Si volta, deposita un piccolo bacio sotto il mio orecchio e poi si alza. Credo che questo sia il massimo dell’affetto per lui, così non dico nulla, anzi non smetto di sorridere.
Lo vedo vestirsi in fretta, afferra le scarpe e si avvicina alla porta. Protende una mano verso il pomello, ma invece di sparire oltre il battente come al suo solito, si blocca. Resta qualche secondo immobile, lascia scivolare via la mano per voltarsi verso di me. I nostri sguardi si incrociano. Si mordicchia il labbro inferiore, passa una mano tra i capelli, tentenna. Mi chiedo cosa gli passi per la testa, sto per chiederglielo quando lo vedo aprire la bocca per parlare, ma poi distoglie lo sguardo, serra la mascella. È nervoso. Non l’ho mai visto così.
«Beh… Come si fa in questi casi?»
«Che vuoi dire?»
Fa un paio di passi verso di me, poi torna indietro.
«Sì, insomma…»
«Forse vorresti ringraziare per la splendida serata?» tento.
«Non esageriamo» taglia corto.
«Ecco, immaginavo.»
«Buona notte. Questo mi sembra più adeguato, non trovi?»
Sollevo le sopracciglia.
«Beh, rispetto ad andare via senza nemmeno salutare, sì, direi di sì.»
Mi osserva per un lungo momento, si passa una mano sulla nuca.
«Bene, allora ciao» borbotta.
Sorrido.
«Buona notte» replico con dolcezza.
«Sì, beh, buon quello che vuoi» mormora prima di sparire oltre il battente.
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