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Manaar
«L’ultima volta Manaar, ti prego!»
Gli occhi scuri di Abir incrociano i miei. Sono grandi, gioiosi, occhi che guardano il mondo ancora con l’innocenza di chi non ne conosce l’aspetto orrendo.
«Voglio volare» dice, «da grande voglio portare gli aerei» aggiunge.
«A sì? Ci vuole coraggio per fare quel mestiere, lo sai?» Sorrido, prendendo a spingere l’altalena su cui è seduta.
«Io sono coraggiosa. Ieri ho toccato una lucertola!» cinguetta, buttando indietro la testa e guardandomi al contrario. Non posso fare a meno di sorridere.
«Allora sei una bambina molto coraggiosa» osservo compiaciuta.
Ride. «Sì sì, io posso anche scalare le montagne lo sai? Me lo ha insegnato Karim.»
«E quale sarebbe questa montagna?» domando.
«La collina dietro casa. Karim dice che ci sono i serpenti, ma io non ho avuto paura. E poi non ne ho visto nemmeno uno. Per me Karim dice le bugie.»
Osservo i suoi capelli neri muoversi spinti dal vento. Brillano sotto la luce del sole del tardo pomeriggio come fossero fili di seta. Vorrei avere la sua stessa spensieratezza, ma i miei occhi ormai hanno visto già tutto quello che c’era da vedere, nel bene e nel male.
Sono cresciuta tra queste colline in una casa a qualche chilometro da qui. Ricordo ancora la voce di mia nonna che mi chiamava per la cena e l’odore della zuppa appena fatta. Ricordo i volti sorridenti dei miei amici e le avventure che la nostra immaginazione ci faceva vivere. Anni luminosi, anni felici.
«Non dovresti andare su per le colline da sola Abir, è pericoloso» la ammonisco con dolcezza.
La sento sospirare. «Lo so me lo dice anche la mamma. Sei noiosa come lei!» trilla.
Rido. «Forse lo sono perché sono grande?»
«Lo sei perché è come se fossi anche tu la mia mamma» sussurra, poi mi guarda di nuovo al contrario. «Ma ti voglio bene» aggiunge.
Le lancio un bacio veloce e la faccio scendere. Ci incamminiamo verso casa mano nella mano, respirando l’aria fresca dell’inverno e mi viene in mente l’altalena improvvisata che avevo nel giardino di mia nonna.
Un campo di papaveri rossi, una corda appesa a un albero, un copertone e la gioia di giocare. Un sorriso mi piega le labbra all’insù. Non credo di essere mai più stata felice come in quel periodo della mia vita. All’epoca tutto aveva una bellezza nascosta, il fascino della scoperta e ogni giorno era un’occasione per conoscere cose nuove o per farsi travolgere dalle emozioni. Poi è arrivata la guerra e tutto è finito.
Svoltiamo l’angolo e proseguiamo diritto. Abir saltella accanto a me nel suo abitino bianco con le scarpe lucide da giorno di festa, anche se non c’è nessuna ricorrenza da festeggiare.
La guardo e so già che mi mancherà come queste strade che si snodano sinuose tra le colline verdi, i profumi degli alberi e i prati, nonostante sia inverno.
Dopo anni di duro lavoro sono riuscita a ritagliare un periodo di riposo nel trambusto che è la mia vita. Tre settimane da dedicare solo a me stessa che ho deciso di trascorrere qui, nella terra che ha lasciato nel mio cuore un’impronta indelebile: il Libano. Bahira, una mia cara amica d’infanzia, mi ha accolta nella sua casa come fossi parte della sua famiglia, facendomi riscoprire e assaporare le tradizioni di un tempo, ormai quasi svanite nella mia vita. Le sue braccia mi hanno stretta forte una volta aperta la porta. Ho vacillato per un secondo, travolta dall’affetto che mi ha riversato addosso come una valanga, poi la valigia mi è scivolata di mano e le mie braccia hanno fatto tutto da sole. Siamo rimaste lì per diversi minuti, strette davanti la porta di casa aperta sul patio in mattoni rossi. Ci siamo guardate e dopo un lungo momento di commozione, mi ha presa per mano.
«Ho pregato così tanto Manaar. Ho desiderato così tanto questo momento che ora ho paura sia solo un sogno» ha detto mentre si asciugava una guancia umida.
Sentire la sua voce dal vivo e non per telefono mi ha fatto uno strano effetto. I ricordi di noi due ragazzine mi hanno invaso prepotenti e poi i suoi occhi, limpidi, profondi, neri, mi hanno risucchiata in un vortice di promesse fatte, di sogni infranti, di lettere spedite e quelle mai inviate, di corse su per le colline e poi quelle tra i campi per far levare gli uccelli in volo. Le risate, i pianti, le litigate e poi la scuola insieme e gli occhi dei ragazzi che ci guardavano una volta diventate piccole donne.
«Vieni, c’è qualcuno che muore dalla voglia di conoscerti: Abir, mia figlia» mi ha poi sussurrato ridestandomi dai ricordi.
«Quando partirai?» Bahira mi fissa dall’altro lato del tavolo mentre pigramente gira il cucchiaino dentro la tazza di tè.
Le tre settimane sono passate, il lavoro torna a bussare alla porta. Sospiro poi la guardo. È preoccupata, lo so, anche se non me lo dice. Ma è del mio lavoro che stiamo tacitamente parlando, della mia vocazione e per quanto pericoloso possa essere, fa parte della mia vita. Sostiene che mi dono troppo incondizionatamente agli altri. Non approva le mie scelte perché ha paura delle conseguenze, ha paura di perdermi.
«Tra qualche giorno» rispondo abbassando gli occhi sulla tovaglietta ricamata al centro del tavolo.
«Manaar…»
«Bahira ti prego, ne abbiamo già parlato» la interrompo. Ora la guardo risoluta. Non nasconde più la sua preoccupazione, ogni centimetro del suo bellissimo viso sembra raggrumarsi nello sforzo di non piangere.
«Qui avrai sempre una casa, lo sai» sussurra.
Mi alzo e faccio il giro del tavolo. La raggiungo fermandomi alle sue spalle. Le accarezzo i lunghi capelli corvini poi l’abbraccio, incastrando il viso nell’incavo del suo collo.
«Lo so» dico, depositandole un bacio sotto l’orecchio. «Sorella mia, non vado in guerra» tento di tranquillizzarla.
«È come se lo fosse» ribatte.
Sospiro. Vorrei farle capire che il mio non è un capriccio, ma una scelta. Non vado a cercare la morte, ma a portare la vita, finché Dio me lo concederà.
«Sono un medico Bahira, chi si prende la briga di uccidere un medico?» ironizzo. La prendo per le spalle e la volto verso di me. Le sorrido. «E poi sono un osso duro io!»
Il cipiglio sul suo volto si affievolisce e sento il mio cuore alleggerirsi. «Ci sono donne, ci sono bambini. Hanno bisogno di me, io ho bisogno di loro. Dio mi ha dato un dono e non usarlo significherebbe offenderlo.»
«Esistono realtà meno difficili di quella Manaar. Ci sono gli ospedali, i campi al confine nord ovest. Non devi per forza andare lì.» Mi fissa. «Ti prego» aggiunge in un sussurro.
«Negli ospedali non sarei più utile di quanto lo sono qui con te, stessa cosa nei campi di confine. Lì non hanno niente Bahira, non hanno neppure la speranza.»
Stringe le labbra in due fessure e si alza dalla sedia allontanandosi di qualche passo.
«E da quando Dio ti ha chiesto di portare la speranza a chi invece la speranza l’ha tolta?»
Mi dà le spalle, ma nonostante tutto vedo la sua preoccupazione trasformarsi in rabbia. Un groviglio di emozioni le ristagna nel petto tracimando in ricordi, quelli brutti, quelli in cui la deflagrazione delle bombe aveva preso il posto della vita stessa.
«Non sta a me decidere chi sia nel giusto e chi nell’errore. Un bambino è un bambino, qualsiasi sia la sua nazionalità. Non ha chiesto di nascere Bahira e se tu fossi il nemico e mi chiedessi di salvare Abir, io lo farei.» Guardo il tè ormai freddo nella tazza. «Il vero nemico siamo noi stessi Bahira che ci facciamo la guerra da soli dandoci limiti su limiti. La guerra è un limite, la morte violenta è un limite. E tutto questo per cosa? Soldi? Potere? Ma chi detiene i soldi e il potere? Noi? Il nemico è solo lo spauracchio delle nostre paure Bahira e credimi se ti dico che abbiamo più nemici qui, a casa nostra, che oltre il confine.»
La vedo trattenere il respiro. Freme e so che vorrebbe urlare perché le mie parole sono per lei più scomode di un vestito stretto. Eppure so che comprende la verità di ciò che ho detto.
«Mi mancherai. Mancherai anche ad Abir.» Si volta. Gli occhi sono lucidi, più grandi del normale, più profondi del solito. Mi muovo verso di lei e la stringo tra le braccia.
Bahira è una donna forte, orgogliosa, dura per alcuni versi, temprata dalle esperienze, dalle privazioni e dal dolore. Ma è una donna che, nonostante tutto, ama follemente e spalanca il proprio cuore con l’innocenza di chi non è mai stato ferito. Per questo vorrei che capisse. So che se vedesse con i suoi occhi ciò che io ho visto in anni di missioni da volontaria, cambierebbe il suo modo di pensare e la sua ferrea convinzione di ciò che è giusto o meno.
Mi stringe a sua volta e lo fa come se stesse per perdermi per la seconda volta.
«Dimmi che tornerai.»
Sorrido. «È la stessa cosa che mi hai detto quando sono partita per l’Italia, ricordi?»
La sento annuire. «Sono tornata, non sono un sogno.»
Ride e mi dà un pizzicotto su un fianco. Poi mi guarda. «Quella volta non ho avuto così tanta paura, ora sì.»
«Quella volta ho avuto tanta paura io per te. Un po’ per uno» scherzo.
«Perché non riesco mai a essere arrabbiata con te per più di cinque minuti?» dice stizzita.
«Perché sono tua sorella di cuore! E adesso prepariamo la cena prima che arrivi tuo marito e stramazzi a terra dalla fame!»
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