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SkyFall
La Jeep avanza sulla strada sterrata che conduce a quello che abbiamo ribattezzato ‘Campo di addestramento’: una palazzina dispersa nelle campagne limitrofe la base.
Lucio guida in silenzio. Oggi sembra che la sua risaputa loquacità si sia andata a fare una passeggiata, ma va bene così. Nemmeno io ho voglia di parlare. Fisso il paesaggio alla mia destra attraverso le lenti scure degli occhiali da sole, parte della nostra dotazione. Mi sono svegliato con la luna di traverso e nemmeno la corsa e l’allenamento mi hanno aiutato a mollare questo fardello che mi porto nel petto. Mi manca casa. Mi manca mia madre. Mi manca mio padre.
Ingoio i ricordi e mi volto a guardare oltre il parabrezza. Siamo quasi arrivati e da dietro gli alberi spunta la palazzina con i suoi muri scrostati. Ha il tetto piatto, tre piani e mancano i vetri alle finestre, ma è più che sufficiente per imparare le tecniche necessarie a una perfetta estrazione.
Scendo dalla Jeep osservando gli uomini che davanti a me attendono istruzioni per iniziare l’addestramento. Li fisso a uno a uno con attenzione. Sono quindici e se ne stanno lì immobili a guardarmi con la faccia di chi non sa ancora bene cosa deve fare. Sono mesi che li addestriamo.
Con la coda dell’occhio vedo l’interprete avvicinarsi. È un ragazzo sui ventitré anni, non molto alto, che ha imparato l’Italiano grazie alla madre italiana. Mi si affianca. Lo guardo, ma lui abbassa subito gli occhi a terra.
«Sono pronti» dice.
Annuisco.
Mi volto verso Lucio e gli faccio un cenno della testa. Non ha bisogno di chiedere cosa abbia in mente. Si avvia verso i nostri compagni che sono rimasti fermi ad attendere. Indossano tutti l'equipaggiamento completo: un armamentario di trenta chili che ormai fa parte del nostro corpo tanto da sentirci nudi senza di esso.
Li guardo. Fanno paura a vedersi. Grossi e minacciosi con l’MP5 stretto sul petto caricato a salve solo per le esercitazioni e il mefisto, un cappuccio nero che gli lascia scoperti solo gli occhi e la bocca. Li avrò visti centinaia di volte, mi sono specchiato centinaia di volte, eppure oggi è come se li vedessi per la prima volta. Li osservo prendere posizione per mostrare le tecniche di irruzione. Si appostano in punti diversi della palazzina. Poi tutto ha inizio. Vederli all'azione mi riempie di orgoglio. Fluidi, capaci, svelti, in perfetto sincrono le tre squadre irrompono nel palazzo bonificando l'intera area in meno di cinque minuti. Il silenzio è quasi reverenziale. Mi volto verso l'interprete. Mi guarda di sfuggita per fissare subito dopo la terra secca sotto i nostri piedi. Ha paura, glielo leggo negli occhi.
«Ti spavento così tanto?» chiedo.
Lo vedo grattarsi la testa. Tentenna, traccheggia, poi mi guarda.
«La verità?» domanda.
«Certo.»
Fa un respiro profondo e infine parla. «Sì» ammette.
«È un bene» rispondo. Gli do una pacca sulla schiena e lo strattono appena. È al pari di un fuscello, piccolo, leggero e tutto sommato mi fa quasi tenerezza. «Non sopporto chi non mi guarda negli occhi, impara a farlo» dico, ma lo sfotto.
Capisco il suo timore. A volte l'abitudine di ciò che sei ti fa perdere di vista l'effetto che fai sugli altri. L'ho capito ora, osservando i miei compagni pronti all'azione.
Mi rilasso solo quando arriviamo alla fine di questa giornata e per festeggiare l'ottima riuscita dell'operazione appena eseguita, decido di concederci un po' di sano spirito da camerata.
Metto un braccio intorno alle spalle esili di Kaleb, l'interprete, stringendolo con una mano. Lo sento irrigidirsi, eppure non fa resistenza quando lo trascino verso i miei uomini. Se ne sta lì, a testa china, a osservare le punte delle scarpe sporche di terra. Vorrei dirgli di rilassarsi, ma non ho finito con lui, voglio che si svegli.
«Lucio non ricordo, qual è la punizione che impartiamo a chi non ci guarda negli occhi mentre parla?» chiedo a voce alta.
Senza avere bisogno di spiegazioni in merito, vedo Lucio alzare la visiera del casco e avvicinarsi lentamente.
«Li appendiamo a testa in giù dal piano più alto di un palazzo» dice con voce cupa, «e non con le corde.» I suoi occhi scuri saettano da me a quelli del ragazzo al mio fianco, che si fa sempre più piccolo, sempre più pallido. Non avrei mai saputo inventarmi una punizione più idonea. Rido tra me e me.
«Dobbiamo occuparci di lui Sky?» domanda, ma intanto gli altri si sono avvicinati e circondano il povero Kaleb ora in cerca di una fuga. Benché la cosa possa sembrare crudele, voglio che si scrolli di dosso questa dannata paura che lo immobilizza.
«Ripetimi come ti chiami» dico.
«Ka-Kka-Kaleb» balbetta.
«Kaleb» faccio eco io. «Sono mesi che sei qui con noi eppure sei sfuggente, schivo.» Mi volto e lo fisso, «non sarai mica una spia, vero?»
Lo vedo impallidire al punto da perdere quasi del tutto il suo naturale colorito olivastro. Tenta di abbassare lo sguardo, ma io gli stringo la spalla in modo che non perda il contatto visivo con me.
«Non sono una spia!» dice in un filo di voce. «Lo giuro!» aggiunge, guardandoci uno per uno come per avvalorare le sue parole.
«Non mi convinci» bofonchia Lucio, «io dico di appenderlo» sentenzia cupo, guardandolo fisso. Gli uomini sghignazzano mentre vedo Gatling strofinarsi le mani, pregustando ciò che accadrà.
«Propongo di mettere ai voti la sorte del ragazzo» suggerisco.
«Quali voti Sky!» si fa largo Kill Bill sguainando il pugnale infilato nel fodero fissato al polpaccio. Fa vibrare la lama nell'aria tiepida del tardo pomeriggio, facendola passare a pochi millimetri dal viso sbarbato di Kaleb. Lo guarda con un ghigno. «Appeso!» sentenzia.
Passano pochi attimi di assoluto silenzio in cui il solo suono che riusciamo a percepire, è quello del cuore del piccolo Kaleb che batte furioso. Non fa neppure in tempo a replicare che Gatling lo afferra sotto le ascelle, Kill Bill lo prende per le caviglie e entrambi lo tirano su. Kaleb urla e si dimena. Sembra un agnellino ormai tra le grinfie di un crudele destino, eppure non demorde. Scalcia, si dibatte, tenta di liberarsi dalla presa ferrea di quelle mani che lo imprigionano, finché riesce a liberare una gamba. Nonostante la notevole differenza di peso e di struttura fisica, non perde tempo. Riesce ad assestare un calcio in piena faccia a Kill Bill, lasciandogli l'impronta della suola dello stivale su una guancia. Tutti ridono.
«Hai del fegato ragazzo» grugnisce Kill Bill, senza badare all'escoriazione sullo zigomo. Un lieve sorriso di approvazione a tirargli le labbra sottili.
«Dovresti spaccargli il naso» dice Lucio a Kaleb. «Avanti riprova» lo esorta, ma Kill Bill gli afferra la caviglia e la blocca ancora.
«Non penserai che te lo lasci fare?» grugnisce, trattenendo una risata.
«Dagli una lezione, Kaleb!» interviene Gatling, allentando la stretta sulle braccia del ragazzo. «Avanti, un bel calcio nei coglioni!» lo incita, ridendo a bocca aperta.
Non so se abbia davvero capito che stiamo solo scherzando e che non gli faremmo mai del male, ma l’impegno che vedo nel suo esercitare la pressione sulle strette per liberarsi, gli dà merito. Non è istruito per tali tecniche, non è un militare, non ha la prontezza di riflessi necessaria, eppure eccolo lì, impegnato a tirare fuori un coraggio da leone nonostante sembri Davide contro Golia. Rido sotto i baffi mentre la stima per questo ragazzo apparentemente inerme si fa sempre più concreta. E quando riesce a liberare per la seconda volta un piede dalla stretta di Kill Bill, un lampo gli attraversa lo sguardo: orgoglio. Piega il piede a martello e colpisce Kill Bill sotto il mento. Una botta secca, il sangue che schizza e il sedere di Kill Bill che rovina a terra in una nuvola di polvere. Tutti ridono.
«Che cazzo vi ridete? Gliel’ho lasciato fare!» impreca.
«Ah ti sei rammollito!» lo insulta il Moro.
«Falla finita imbecille!» ridacchia alzandosi da terra. Poi allunga una mano verso Kaleb. Ha ancora il fiato corto per la colluttazione, gli occhi sgranati e la paura che gli aleggia sul viso.
«Sei stato bravo ragazzo» gli dice, passandogli un braccio intorno alle spalle. «Speravo ci riuscissi. Spero tu abbia capito che era tutto uno scherzo per metterti alla prova, ma cazzo, la prossima volta colpisci il naso. Li devi stendere i tuoi avversarsi non dargli un motivo in più per farti fuori.»
Rientriamo alla base poco prima che il sole sparisca oltre l’orizzonte. Non faccio in tempo a scendere dalla Jeep che vengo convocato al telefono dal Generale.
Un caporale sui ventitré anni mi aspetta con il ricevitore in mano. Prendo la cornetta mentre i suoi occhi sondano il mio viso. È a qualche passo da me, una mano appoggiata sulla scrivania, la bocca leggermente socchiusa, lo sguardo al limite dell'adorazione. Lo ignoro per il breve tempo della telefonata. Recepisco gli ordini, annuisco, chiudo la comunicazione e lo guardo. Rimaniamo fermi così per qualche secondo. Lui non parla, non respira nemmeno se è per questo, così decido di rompere questo silenzio innaturale.
«Qualcosa non va?» chiedo.
Lo vedo mettersi sull'attenti e fissare il muro dietro di me.
«No Signore, è solo che...» si interrompe.
«Solo che...?»
Deglutisce rimanendo rigido come un fusto. «Ecco, lei è…» ma non finisce la frase e io inizio a spazientirmi.
«Caporale se ha qualcosa da comunicarmi lo faccia, vorrei andare nel mio alloggio» cerco di essere cortese, ma il tono è aspro, stanco e in più ho voglia di una dannata sigaretta.
«Vorrei dirle che ha tutta la mia stima, Signore» i suoi occhi incrociano i miei, «e che lei è il mio idolo.»
Fisso il suo viso sbarbato e mi rendo conto di quanto si stia sbagliando. Io non sono un eroe, come non sono un modello da seguire. Sono solo un uomo che fa il proprio lavoro cercando di portarlo a termine al meglio delle capacità. Non posso dire che questo complimento non mi faccia piacere, ma la responsabilità di essere un idolo per qualcuno è troppo grande per le mie spalle. Sospiro.
«Non confonda la stima con l'idolatria Caporale. Faccio solo il mio dovere.»
Lo lascio solo nella stanza ed esco nel corridoio. Sento l'equipaggiamento che ancora ho addosso pesarmi improvvisamente. A ogni passo un chilo in più sembra poggiarsi sulle mie spalle fino che a stento riesco a respirare. Slaccio il giubbotto antiproiettile e prendo a respirare a pieni polmoni. Ho voglia di una doccia, ho voglia di una birra e una cavolo di sigaretta, invece dobbiamo partire. Domani mattina all'alba un elicottero ci porterà in un campo accoglienza profughi oltre la linea di confine a sud ovest. Il compito: supporto e protezione. La polizia libanese a quanto sembra, dovrà aspettare.
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