PRIMA CHE FACCIA BUIO
Capitolo 4 di 34

LAURA PELLEGRINI


⏱ ~10 min · 1903 parole

Manaar

 

Non è la prima volta che vedo l’alba levarsi attraverso il finestrino di un aereo, ma ogni volta è come se fosse la prima. Mi emoziona sempre quell’istante. Tutto sembra perfetto. La pace dilaga assieme ai raggi caldi e improvvisamente senti che tutto non può che andare bene. La fame nel mondo cessata, la guerra finita. I problemi, le ansie, le paure, rimangono appese a quella magnificenza e per una manciata di secondi credi che il nuovo giorno che stai per vivere, non possa che portare speranza. Ma non sempre così vanno le cose. A breve atterreremo e allora non ci sarà alba che tenga.

Osservo il paesaggio e mi torna alla mente la prima volta che sono salita su un aereo. Eravamo in tre: io, mia sorella Anisa e mia madre. La guerra era tornata a lacerare la nostra terra, la stessa terra che mi aveva vista crescere, che mi aveva vista correre assieme a Bahira su per le colline. Ricordo pochissimo di quegli ultimi giorni passati nella nostra casa. L’unica cosa che mi torna sempre alla mente è il viso di mio padre, serio, preoccupato, che ci informava che saremmo partiti per l’Italia. Grazie alla sua posizione da diplomatico, ci ha messo su un aereo di fretta e furia, promettendo che ci avrebbe raggiunte e così ha fatto. Non siamo più tornati.

Ogni volta che guardo il paesaggio da quassù, non posso fare a meno di ricordare l’attimo in cui ho visto il mio paese farsi sempre più piccolo, sempre più distante. Mi sono sentita una traditrice. Per questo una volta in Italia, ho scelto di diventare medico. Avrei ripagato coloro che avevo tradito. Sono stata ovunque la mia presenza fosse necessaria, ovunque le mie gambe siano riuscite a portarmi. Ho avuto paura, ma mai ho creduto di aver sbagliato. Credo che nella vita ognuno di noi abbia una missione da compiere, che sia essa piccola o grande. La mia è quella di portare un sorriso, una coperta a chi non ce l’ha, una stretta di mano, una speranza di vita.

 

 

«Manaar!» sento dire alle mie spalle. Poggio la borsa sul suolo polveroso e mi volto.

«Rita» sussurro. La vedo corrermi incontro a braccia aperte con i calzoni sporchi di terra. Mi piomba addosso, levandomi quasi il fiato, ma la accolgo lo stesso tra le braccia mentre sento l’affetto per lei esplodere nel petto.

«Non sapevo ci fossi anche tu» dico stringendola.

«Sono arrivata da una settimana» dice, poi si scosta e mi guarda. «Te ne sei andata via così di corsa dal Congo che non ho potuto nemmeno salutarti. Mi sei mancata!»

«Mi hanno spedito in Italia a coordinare una missione. Ma dimmi, come vanno le cose qui?»

«Stiamo facendo grandi progressi, ma spesso siamo soggetti ad attacchi dei guerriglieri. L’altra notte hanno distrutto parte del nostro equipaggiamento. Vieni, ti mostro il campo» dice, prendendomi per mano. Si incammina, poi si ferma e mi guarda di nuovo.

«Sono felice che tu sia qui» mormora.

Le tende disposte a cerchio si snodano dal centro del campo fino all’esterno per un’area abbastanza grande da accogliere un buon numero di profughi. Al centro, in un piccolo spiazzo, sorgono l’ospedale da campo e una piccola mensa adiacente agli alloggi dei medici impegnati nella missione. L’aria che si respira, nonostante tutto, è serena. Alcuni bambini si rincorrono nei vialetti polverosi, altri in braccio alle madri sonnecchiano accoccolati. Le donne radunate in piccoli gruppi, chiacchierano tra di loro e gli uomini parlottano, forse sognando tempi migliori.

«Siamo sulla linea di confine Manaar, sulla terra di nessuno che tutti si contendono» prosegue Rita, dopo qualche minuto di silenzio. La vedo abbassare per un attimo gli occhi a terra. «Resistiamo e andiamo avanti, nonostante gli insurrezionalisti saccheggino puntualmente i rifornimenti che ci arrivano.»

«Nessun supporto militare?»

Mi guarda di sfuggita. Un rapido sorriso beffardo le piega le labbra. «Abbiamo più volte fatto richiesta, ma a quanto pare non ci sono abbastanza uomini per darci retta. Abbiamo fatto i cattivi venendo qui, sai? Siamo oltre il confine consentito.» Si ferma e mi guarda. «Ti risulta che esistano confini per aiutare il prossimo Manaar?» Sorride ironica. Come darle torto?

Sono diversi anni che mi impegno in queste missioni. I medici che si rendono disponibili per questo genere di lavoro non sono mai molti, così alla fine si finisce per conoscerci quasi tutti. Non mi stupisco infatti di trovare alcuni colleghi che ho conosciuto tempo addietro, come Fabio, cardiologo ormai votato alla causa e Roberta pediatra con una specialistica in neonatologia. Il loro abbraccio mi scalda il cuore più di quanto avrei immaginato. Sono stanchi, dimagriti, ma nei loro occhi leggo la gioia di essere qualcosa di diverso e non solo un medico dietro a una scrivania.

«Con te siamo sei Manaar» dice Roberta, «e stasera, per festeggiare il tuo arrivo, facciamo baldoria!» ride, dandomi una gomitata. «Ricordi la famigerata fiaschetta del Cile?»

«Quella del Jin? Non dirmi che ce l'hai ancora?»

«Ragazza mia, la vita è troppo corta e troppo triste per non farsi una bevuta ogni tanto!»

Lascio che la spensieratezza di quell’attimo mi riempia. Ritrovare le persone a me care qui, in questo posto dimenticato da Dio, fa una notevole differenza.

Ridiamo come sciocchi quando il rumore di un elicottero richiama la nostra attenzione.

«Aspettavamo qualcuno?» domanda Rita. Il sorriso che lentamente svanisce.

«Non possono essere i rifornimenti. Sono passati solo quattro giorni dall’ultimo scarico» risponde Roberta.

La vedo avviarsi verso l’esterno. La seguo. Mi copro gli occhi con una mano mentre un elicottero si staglia nitido contro il cielo. Rimane immobile per una manciata di secondi, poi scende di quota senza però atterrare del tutto. Contro sole, non riesco a vedere bene cosa stia accadendo e sento Roberta accanto a me farsi nervosa. Non sappiamo cosa aspettarci, non siamo armati. Sento il sangue gelarsi nelle vene quando vedo i portelloni dell’elicottero aprirsi di scatto. Uomini armati scendono veloci, impugnando quelli che mi sembrano dei fucili. Le mie gambe arretrano d’istinto, ma anche se corressi a nascondermi, se questo fosse un attacco, verrei di certo scovata. Tanto vale guardarli in faccia. Stringo i pugni e torno al fianco di Roberta. L’elicottero riprende quota e in un attimo sparisce.

Ci guardiamo l’un l’altro non sapendo bene cosa fare, quando vedo spuntare da oltre una tenda il drappello di uomini appena scesi. Ne conto velocemente dieci. Camminano fieri a passo svelto. I caschi ben infilati sulla testa, le mimetiche, i giubbotti anti proiettile e le armi ben strette al petto. Non vedo stemmi sui loro abiti, nulla che mi faccia capire la loro provenienza. Non vedo i loro volti oscurati dalla visiera protettiva del casco e più avanzano, distribuendosi a semicerchio nel piazzale, più l’idea della morte imminente si fa concreta nella mia testa. Morirò a trentaquattro anni senza aver fatto ciò che ho più desiderato e lo farò il primo giorno qui, in questa terra dilaniata dall’odio. Abbasso gli occhi sul selciato in attesa, ma nulla accade. Con la coda dell’occhio vedo un uomo staccarsi dal drappello e avvicinarsi. Fisso i suoi movimenti, il modo in cui cammina e l’attimo in cui abbassa la canna del fucile per puntarlo a terra. Si ferma a poco meno di due metri da noi.

«Chi è che comanda qui?» chiede. Il silenzio carico di tensione e paura viene rotto improvvisamente dal sospiro di Rita alle mie spalle. Trattiene a stento una risata coprendosi la bocca con una mano. Poco dopo prende a ridere come un'invasata mentre Roberta si porta una mano alla fronte e respira finalmente dopo minuti di apnea. Non credo di aver sentito nella mia vita parole più belle di quelle. Italiano!

Vedo il tipo fissarci immobile. Dà dei lievi segni di impazienza, così nonostante sia rigida più di un tronco, decido di dargli il benvenuto. Faccio qualche passo e mi fermo davanti a lui. È alto, tanto che devo piegare la testa indietro per guardarlo. Sembra una montagna d’uomo tanto è imponente, ma oltre le fattezze che la tuta lascia intravedere, di lui non scorgo altro, nemmeno il viso.

«Salve» mormoro, cercando di capire chi ci sia sotto la visiera di quel casco che porta in testa.

«È lei che comanda qui?» domanda. La voce è bassa, cupa, vibrante.

«No. Non abbiamo un capo. Non ne abbiamo bis…»

«Impossibile» mi interrompe. «Chi è il più alto in grado?»

Lo guardo interdetta. «Non abbiamo gradi. Comunque, se vuole parlare con il più anziano in fatto di esperienza, eccola, si accomodi» lo rimbecco, indicando con una mano Roberta dietro di me. Lo vedo passarmi accanto, arginandomi come fossi solo un piccolo sassolino scomodo da scalciare. Mi dà le spalle, si piazza davanti Roberta e alza la visiera.

«Sappiamo che ci sono stati dei disordini in quest’area. Siamo qui per appoggio e copertura fino a nuovo ordine» asserisce. «Ho bisogno di tutte le informazioni necessarie per evitare altri assalti. Giorni, orari e luoghi prestabiliti per lo scarico dei rifornimenti. Modalità di stoccaggio, nomi e cognomi di chi ha l’accesso ai materiali. Tabella dei turni di lavoro e dei riposi di ogni singola persona che lavora qui. Mappa dell’intera area, inclusa la distribuzione del campo con specifica dell’utilizzo di ogni unità presente» conclude.

Roberta lo guarda interdetta. «Non siete come tutti gli altri» mormora. Lo osserva da capo a piedi. «Chi siete? Non fate parte dell’esercito…»

«Corpi speciali, Dottoressa e ora se vuole fornirmi le indicazioni che le ho chiesto…»

«Corpi Speciali? Qui?» quasi ride, «non credevo fossimo così importanti!»

«Non sta a me decidere se lo siete oppure no. Sto eseguendo degli ordini. Ora se non le dispiace… Vorrei indicazioni anche sugli alloggi destinati al personale militare, abbiamo del materiale da sistemare.»

Mi avvicino a Roberta che non si è mossa di un solo millimetro. Alzo gli occhi sul viso dell’uomo. Tiene lo sguardo fisso davanti a sé in modo così risoluto da far piegare le ginocchia. Ha gli occhi di un comunissimo color nocciola, sormontati da due sopracciglia nere e prominenti. Il naso scende dritto su un volto dai lineamenti marcati e la mascella volitiva e ben delineata, mostra un accenno di barba scura. I suoi occhi attenti e vigili, saettano nei miei per il tempo di un battito di ciglia, eppure mi inchiodano lo stesso svuotandomi dell’aria appena inalata.

«Venga,» dice Roberta, riportandomi alla realtà, «le mostro il campo e le darò le indicazioni necessarie.» Gli indica la strada da percorrere con il braccio proteso, anticipandolo di qualche passo. Respiro.

È calato uno strano silenzio da quando questi energumeni hanno fatto la loro apparizione. Sono felice siano qui, ma credo siano troppo per noi. Sarebbe bastato anche un semplice presidio, un supporto, non un commando pronto all’azione. Guardo gli uomini fermi al centro della piazza. Il loro corpo parla per loro, come le armi che portano addosso. Fanno paura e il semplice fatto di non riuscire a distinguere i loro lineamenti, o un brandello di pelle sotto tutto quell’equipaggiamento, disorienta. Sono immobili sotto il sole di mezzogiorno. Sto per avvicinarmi a uno di loro quando scorgo da lontano Roberta seguita dall’uomo in uniforme. Parla gesticolando, indicando di tanto in tanto le tende, poi l’ospedale e successivamente la mensa, mentre lui segue attento ogni suo movimento senza controbattere.

«Lucio!» poi dice a qualche metro da noi. Un uomo si volta e a un leggero cenno della testa si muove, seguito da tutti gli altri. Spariscono dietro la mensa poco dopo.

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