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Manaar
L’alba si fa strada attraverso la finestrella. Sono le cinque e mezza di mattina e non ho chiuso occhio. Ho passato tutto il tempo a guardare il soffitto bianco a pensare a Bahira e alla piccola Abir. Mi mancano. Scosto le coperte con un gesto secco e scendo dal letto. Pensare a loro non mi aiuta. Mi fa sentire solo di più i chilometri che ci dividono, così metto da parte i ricordi dei pomeriggi felici passati con loro che mi hanno accompagnata per tutta la notte. Mi accosto allo specchio e inizio a legarmi i capelli velocemente. Mi butto addosso una giacca, prendo il piccolo necessaire ed esco nel corridoio. I bagni sono esterni. Uomini a sinistra, donne a destra, ma le docce dobbiamo condividerle e questo sarà un problema vista la presenza nel campo di dieci uomini in più. Mi stringo nella giacca e mi incammino all’esterno. L’aria è fredda e un tremore improvviso mi percuote. Sono quasi arrivata quando sento dei passi alle mie spalle. Mi giro, pensando di trovare dietro di me Roberta o Rita, ma invece vedo lui. È fermo ai margini del piazzale a poco meno di cinque metri da me. Mi dà le spalle. Addosso ha una felpa blu scurita dal sudore in alcuni punti e sta facendo una serie di piegamenti sulle braccia alternate ad altri esercizi per le gambe. Non mi ha vista, almeno credo. Mi chiedo se sia il caso di salutarlo, ma vista la reazione di ieri sera ho paura non gli faccia piacere. Tiro su col naso e prendo la mia decisione: non lo saluterò. Afferro la maniglia della porta e spingo il battente. Non amo essere maleducata, ma in fin dei conti se l’è cercata.
«Lo sa, il buongiorno non si nega a nessuno» sento dire alle mie spalle.
Poggio il necessaire sul lavello e lo guardo. Lo trovo a meno di due metri da me, lui fuori, io dentro. Tra di noi solo una porta aperta.
«Nemmeno la gentilezza» lo rimbecco. Sorride appena con i capelli incollati sulla fronte ampia.
«La gentilezza si merita» risponde.
«Non credo di non essermela meritata. Avevo solo sete.»
Ridacchia e si passa una mano sulla nuca. «Di birra?»
«Capitano mi scoccia molto chiederlo, ma vista la convivenza forzata a cui saremo sottoposti vorrei sapere qual è il suo problema nei miei confronti» dico tutto d’un fiato.
«Nessuno» risponde secco.
«Allora di cosa stiamo discutendo?»
Lui mi guarda per una manciata di secondi, fa alcuni passi verso di me e si ferma sulla porta con entrambe le mani poggiate sugli stipiti. Si sporge in avanti.
«Non infastidisca i miei uomini, Dottoressa» dice cupo.
Rimango immobile a guardarlo. Non so se sentirmi offesa o lusingata da quelle parole, fatto sta che ha invaso il mio spazio vitale con la sua mole e mi manca il fiato.
«E lei non infastidisca me» rispondo caustica.
Inspira rumorosamente e si tira indietro. Scende il piccolo gradino della soglia. Si ferma.
«Volevo solo salutarla, forse per lei questo equivale a infastidire. Le auguro una buona giornata.» Sorride forzatamente e mi dà le spalle, iniziando a fare stretching alle braccia.
«Non ho detto questo» lo seguo. «Ieri non ha voluto nemmeno parlare con me. Come dovrei dedurre tutto questo?» incalzo.
«In nessun modo infatti» risponde senza guardarmi. «Non c’è nulla di personale.»
«Le dispiace guardarmi? Sto parlando con lei!»
«Non ha altro da fare che chiacchierare con me? Tipo, non so… salvare il mondo?»
«Non faccia dell’ironia spicciola, prendo molto sul serio il mio compito qui.»
Si volta e mi pianta addosso uno sguardo talmente intenso da farmi arretrare di un passo.
«Anche io Dottoressa» dice a voce bassa, «perciò faccia la cortesia, si limiti al buongiorno e buona sera e nessuno avrà nulla da ridire.»
Serro la mascella talmente forte da sentire dolore ai denti. Non sono il genere di persona che cade in discussioni sterili, in battibecchi inutili o in chiacchiere da corridoio. Non sono neppure una che ha necessità di imporre la propria supremazia o il proprio pensiero. Amo essere lasciata in pace e lasciar in pace, ma quest’uomo fa emergere un lato di me che non credevo di avere.
Faccio appello a tutta la pazienza che mi ha sempre contraddistinta e decido di non rispondere. Lo fisso per qualche secondo. Ha ripreso a fare stretching come se nulla fosse, ignorandomi del tutto. Poi lo vedo tirarsi su il cappuccio della felpa e allontanarsi a passi lenti.
«Spero che la sua loquacità subisca un drastico cambiamento Dottoressa. È solo l'alba e mi ha già fatto venire il mal di testa» bofonchia.
«Vorrei farle notare che ha iniziato lei, io l'avevo volutamente ignorata.»
Si ferma. Ficca le mani in tasca e si volta. «È ciò che farò anche io d'ora innanzi.»
Mi stringo nelle spalle. Ho cose più importanti a cui pensare che i suoi problemi d’umore. Mi lavo velocemente e in poco meno mezz’ora, sono già tra le corsie dei letti dell’ospedale.
«Partorirà a breve, tre o quattro giorni al massimo. Dobbiamo essere pronti a qualsiasi imprevisto.» Roberta mi guarda. Stringe ancora la mano della donna sdraiata sul lettino dell'ospedale da campo. «Il bambino non ė in posizione» aggiunge. È preoccupata, glielo leggo negli occhi. Le attrezzature che ci erano state fornite sono state in parte danneggiate nell'attacco che abbiamo subito qualche settimana fa.
«Ricordi in Cile, Roberta?» mormoro sorridendole. Annuisce abbassando gli occhi a terra. «Parto gemellare, tre spinte ognuno, pochissimi punti. Sei in gamba amica, non ti scoraggiare.»
Lei si alza. Si scosta i capelli dal viso. «Qui è diverso Manaar.»
«No, è la stessa cosa. Anche lì non avevi gli strumenti. Non sapevamo che i bambini fossero due fino a che non lo abbiamo visto con i nostri occhi» la incoraggio.
Sorride. «Quando sarà il momento...» si interrompe.
«Quando sarà il momento saremo preparati. Faremo nascere questo bambino insieme.» Le stringo una mano. Non so perché si senta così insicura, ma vederla in questo stato non è un buon segno. Mi chino sulla donna e le accarezzo la fronte. Le chiedo come vuole chiamare suo figlio. Risponde Aadil se è maschio, Hana se è femmina. Le dico che sono nomi stupendi e che suo figlio sarà meraviglioso. Ma il suo volto è triste. «Morirò» dice. Un nodo mi stringe la gola. Vorrei dirle che andrà tutto bene, che non le accadrà nulla. È solo una bambina dopotutto. I suoi occhi frugano nei miei alla ricerca di qualcosa che possa confutare i suoi timori. Cerco di trasmetterle tranquillità, ma il cuore mi si scioglie solo all'idea che non possa crescere suo figlio. «Non accadrà» le dico in arabo. Lei sorride appena e dentro di me prego per lei. Prego che Dio la aiuti, che aiuti noi a dare alla luce questa nuova vita che Lui ha voluto donarle. Le sue labbra si schiudono e la sento invocare il nome di Allah. Lei è mussulmana, io Cristiana ma pur non sapendolo abbiamo pregato insieme, abbiamo affidato allo stesso Dio le nostre intenzioni e le nostre vite. Mi sollevo. Ho gli occhi lucidi di commozione. Non c'è alcuna differenza tra me e questa donna, questo è il senso più profondo di ciò che facciamo qui.
«Ho fatto richiesta di nuove apparecchiature, mi è stato risposto che al momento non possono inviarcele.» Roberta mi cammina a fianco. Rigira tra le mani un foglio di carta piegandone i lati.
«Abbiamo già risolto un grosso problema con l'arrivo dei militari, risolveremo anche questa, stai tranquilla» rispondo. Guardo le punte dei miei anfibi e alla mente mi torna la discussione avuta con il Capitano questa mattina. Il modo in cui si è sporto verso di me, in cui mi ha parlato, in cui mi ha guardata, lo avrei insultato se non fosse una cosa lontana dal mio modo di essere. L'astio che prova nei miei confronti è a dir poco ridicolo, considerando che non mi conosce affatto. Serro i pugni e accantono ogni singola immagine di ciò che è successo tre ora fa, compreso quel suo modo quasi imbarazzante di essere così... uomo.
«Che hai? Mi sembri pensierosa questa mattina.» Roberta si è fermata. Mi fissa incuriosita.
«Nulla» minimizzo.
«Manaar ti conosco troppo bene. Dimmi, ti manca casa?»
La osservo di sottecchi. Vorrei dirle tutto, ma ha fin troppi problemi a cui pensare e non voglio caricarla anche della mia incapacità di tenere testa a Mr. Qui Comando Io.
«Sì» mento. «Sono stata da Bahira prima di venire qui. Tre settimane.»
«Capisco.»
Sospiro. «Abir è molto cresciuta.»
Vedo che mi guarda. Si ferma. «Manaar sai che puoi dirmi qualsiasi cosa vero?»
«Sì, perché me lo stai dicendo?»
Si morde il labbro inferiore. «Sai, magari a volte succedono cose inaspettate... Situazioni non volute e...»
«A cosa alludi?»
Si gratta la fronte, mi osserva, poi i suoi occhi saettano oltre la mia spalla per tornare di nuovo nei miei. «Che stai cercando di dirmi?» domando.
«Vi ho visti stamattina, ma parliamone dopo, sta venendo qui.»
Mi bastano quelle tre singole parole per paralizzarmi. Sta. Venendo. Qui.
Non voglio parlare con quell'uomo, non voglio neppure vederlo. Voglio che vada via. Preferisco di gran lunga gli insurrezionalisti a lui, ma mentre lo penso mi accorgo di essermi voltata. Lo sto guardando mentre si avvicina con passo fiero, vestito uguale al giorno in cui è arrivato, il giubbotto antiproiettile, le protezioni sulle ginocchia, il fucile sul petto. Distolgo lo sguardo quando intercetto i suoi occhi su di me, ma lui mi si para davanti, fermandosi a meno di un metro.
«Dottoressa Licheni, sto ancora aspettando il piano d'approvvigionamento. Modalità, tempistiche, scadenze.»
Sento Roberta irrigidirsi poco dietro di me. Le sta parlando come se io non fossi presente. La fissa risoluto, serio, quasi alterato da quella inadempienza.
«Eccolo, glielo stavo portando, ma volevo prima finire il giro dei pazienti» risponde docile. Allunga una mano e gli passa il foglio pieghettato che ha tenuto in mano tutto il tempo. «In realtà c'è ben poco da sapere» prosegue, «vengono di mercoledì, una volta ogni due settimane, anche se ultimamente abbiamo aspettato di più. Il luogo non è mai lo stesso, ce lo comunicano qualche ora prima via radio» conclude. Lui prende il carteggio, lo apre e lo osserva.
«Mi scusi se l'ho rovinato, se vuole gliene faccio un'altra copia» si giustifica.
«Non sarà necessario, ma la prego di essere più celere la prossima volta.»
«Capitano spero lei capisca che non siamo abituati a questo genere di... come dire... prontezza. Siamo dei semplici medici» sorride.
«Appunto per questo mi preme avere chiara la situazione. Il mio dovere è proteggervi, ma non posso farlo se non mi mettete nella condizione di assolvere il mio lavoro.»
«Le ho dato tutto quello che mi...»
«Mi chiami quando arriverà la chiamata radio. È tutto Dottoressa, buona giornata» taglia corto. Mi lancia un'occhiata fugace e fa dietrofront. Si allontana circondato da un gruppo di ragazzini che gli corrono intorno. Uno di loro allunga una manina verso la pistola che tiene assicurata sulla coscia destra. Lui nemmeno lo guarda. Con un gesto secco gli afferra il polso, allontanandolo dall'arma. Osservo la scena alle sue spalle e non posso fare a meno di notare la freddezza di quel gesto. Nessun atteggiamento paterno, nessuna parola detta, solo uno tacito e scostante ‘stammi lontano’.
«Smettila.» La voce di Roberta mi fa sussultare. Mi giro e la guardo. «Fissarlo in quel modo ti metterà in un sacco di casini, dammi retta.»
«Fissarlo? Ma che dici? Lo tollero appena!»
«Disse la donna sull'orlo dell'innamoramento» mi canzona, dandomi una gomitata.
«Ma sei pazza? Lo hai visto? Un cyborg avrebbe più cuore di lui.»
Ridacchia. «Be’ di certo è da togliere il fiato!»
Sgrano gli occhi. «Roberta!»
«Che c'è? Avrò anche superato i quarantacinque, ma i miei occhi vedono ancora benissimo. E tu,» mi punta un indice contro, «stai lontana da quell'uomo!» Si volta senza aggiungere altro.
Per quanto mi costi davvero molto ammetterlo, la presenza qui di questi uomini fa la differenza. Nella mia carriera sono stata in tantissimi luoghi simili a questo: avamposti di frontiera volti all'accoglienza di chi, come questa gente, è in fuga da un destino certo, eppure questa è la prima volta che mi sento davvero al sicuro. Li ho osservati attentamente in questi giorni. Sono vigili, attenti, mai fuori posto. Sui tetti delle strutture prefabbricate due uomini sono presenti ventiquattro ore su ventiquattro. Scrutano costantemente il luogo che ci circonda mentre l'unico ingresso del campo è sorvegliato da altri due uomini dietro a due mitragliatrici. Gli altri pattugliano, sorvegliano, alcuni riposano, tranne lui. Lui è sempre presente, onnipresente direi e ovunque mi giri me lo ritrovo davanti, come in questo momento. Sono seduta a terra e gioco a mamma e figlia con quattro bambine che avranno non più di cinque anni. Prendono la terra con i cucchiaini di plastica rubati in mensa e riempiono dei bicchieri di carta, fingendo siano pentoline. Io sono la figlia, loro le mamme. Assaggio dalle loro piccole manine i piatti preparati, fingendo di masticare, quando incrocio il suo sguardo a meno di tre metri da me. Mi chiedo perché gli interessi tanto questa scenetta tutta al femminile che, con buona probabilità, nemmeno capisce, eppure non la smette di guardare. Si ferma in mezzo alla strada con il compagno al suo fianco. Immobile sotto il sole, punta i suoi occhi nei miei come fossi il nemico da combattere. Sostengo il suo sguardo per qualche minuto, ma quando mi accorgo che non ha alcuna intenzione di cambiare soggetto, mi alzo. Scuoto i pantaloni impolverati e vado verso di lui. Mi osserva mentre mi avvicino e non posso non notare le sue spalle che si tendono appena, segno inequivocabile di una tensione mal celata. Forse si aspetta che gli parli, forse vuole proprio questo per rimproverami e ingigantire così il suo ego già smisurato, ma non avrà ciò che si aspetta. Gli passo accanto e solo dopo aver oltrepassato la sua spalla, un sorriso appare sul mio volto.
«Buongiorno» dico al compare che gli sta accanto.
«Dottoressa.» Un piccolo gesto della testa accompagna il saluto dell'uomo che l’altra sera mi ha offerto da bere. È alto più o meno quanto il Capitano anche se più longilineo. Ha il viso gentile, gli occhi scuri ma dolci e un sorriso cordiale.
«Ha dormito bene?» chiede.
«Sì» mento. Non ho voglia di dare troppe giustificazioni sul perché non abbia chiuso occhio, non a lui almeno, che ci sta ascoltando anche se ci dà le spalle. «Volevo ringraziarla. L’altra sera è stato molto gentile» aggiungo.
«Si figuri, se dovesse servirle altro la prego di non fare complimenti.»
«Più di quello che state già facendo?» Sorrido.
«Sa, questo è lavoro. A volte una chiacchierata riempie il cuore più di tante altre cose, non trova?»
«Ha ragione» ammetto. «Però non tutti la pensano come lei» incalzo.
«Non siamo tutti uguali Dottoressa.» Sfodera un sorriso complice e dietro di lui vedo Mr. Qui Comando io irrigidirsi sempre di più. «Abbiamo bisogno di rilassarci a fine giornata, spero che la nostra presenza in sala mensa non limiti la vostra libertà.»
«Qual è il suo soprannome?» chiedo improvvisamente.
«Professore, ma può chiamarmi Lucio.»
«Bene Lucio, non si crei il problema per la sala mensa. La nostra libertà non è affatto limitata e chissà se una sera di queste non riusciremo a bere una birra insieme...»
«Sarebbe un piacere Dottoressa.»
«Mi creda, anche per noi. La lascio al suo impegno adesso, ho quattro bambine che aspettano di imboccarmi» rido. Lui mi imita. Lo saluto con un gesto della mano e passo a fianco dell'uomo più odioso che esista, lanciandogli un'occhiataccia. Mi ucciderà nel sonno per questa chiacchierata inaspettata, ma non mi interessa. Volevo dargli una lezione, è stato più forte di me.
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