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SkyFall
«Ehi Sky sicuro che siamo nel posto giusto? Insomma che diavolo ci facciamo qui?» Il Moro seduto su una sedia, mi guarda smontando in modo meccanico la Glock di dotazione. Distribuisce i pezzi sul tavolo in attesa di pulirli.
«Tamponiamo una situazione di emergenza, ecco tutto. Ora sbrigati con quella pistola, sei lento più di una lumaca!» lo sfotto.
«È stato sempre lento, anche durante le esercitazioni!» interviene Lucio.
«Non sono lento, sono meticoloso!» risponde il Moro.
«Ma piantala! Ehi, Sky ricordi le gare che facevamo in caserma? Cazzo, vincevo sempre!» esordisce Lucio.
«Vincevi perché baravi!» lo pungolo.
Lui ride, sfila la sua Glock dalla fondina assicurata alla coscia destra e la poggia sul tavolo con un tonfo. «Facciamolo!» dice e mi fissa. Negli occhi l'emozione della sfida.
«Non ho tempo per i tuoi giochi di prestigio» ridacchio e gli do le spalle.
«Te la fai sotto, ammettilo!»
«Avanti Sky!» s'intromette Kill Bill, «accontentalo e fallo stare zitto quel cazzone!»
«Scusate, sto cercando di riposare!» bofonchia Gatling con la testa incassata tra le spalle e gli anfibi sporchi sul tavolo. È in bilico sulle zampe posteriori della sedia con gli occhi chiusi e le cuffie infilate nelle orecchie.
«Riposare?» lo stuzzica Samurai. Gli si avvicina e molla un calcio a una delle zampe della seduta. L'equilibrio si va a far benedire e Gatling cade a terra con un tonfo.
«Brutto stronzo...» borbotta alzandosi. «Vieni qui che ti ammazzo!» urla, ma Samurai è più svelto. Gli passa alle spalle infilandogli un braccio intorno al collo. «Come no! Prima devi liberarti» lo istiga fingendo di strangolarlo.
«Quando meno te lo aspetti ti faccio fuori!» prosegue Gatling divincolandosi.
«Fatela finita, sembrate due ragazzini!» irrompe Lucio, trattenendo una risata.
«Fatti i cazzi tuoi! Io questo prima che torniamo alla base lo scuoio vivo!» replica Gatling inferocito.
Samurai ride, così come tutta la squadra. Sono anni che si beccano in continuazione quei due. È il loro modo per dirsi che si vogliono bene e chi sono io per dividerli? Mi volto e prendo una delle birre disposte sul tavolo. La apro e mi metto a sedere a cavalcioni sulla sedia in modo da appoggiare le braccia sulla spalliera. Mi sto godendo la scena della finta zuffa, accompagnata dalla mia Bud ghiacciata e una sigaretta che fuma tra le dita, quando vedo un movimento sulla sinistra in prossimità dell'entrata. Mi giro di scatto e la vedo. Lei è lì, illuminata dalla luce fioca che proviene dal piazzale. Fa un passo in avanti guardandosi attorno spaurita. Gli uomini si fermano all'istante a fissarla. Il silenzio è quasi imbarazzante.
«Scusate, io... cercavo solo dell'acqua» dice e si strofina le mani sui pantaloni infilati dentro un paio di stivali.
Ci siamo appropriati del locale adibito alla mensa subito dopo aver cenato, in fondo non ha tutti i torti. Faccio per alzarmi ma vedo Lucio muoversi verso di lei.
«Ci scusi, l'abbiamo svegliata?» domanda.
Lei si stringe nelle spalle. «È tardi, ma non sono qui per questo. Volevo solo bere. Vi lascio subito.»
Passa oltre Lucio, gira l’angolo per dirigersi verso la cucina. In quel breve lasso di tempo rimaniamo zitti. Gatling si sistema la tuta, Samurai si rimette in ordine i capelli, Lucio si siede e gli altri fingono una disinvoltura più che innaturale. Solo io rimango immobile. Le maniche arrotolate fino ai gomiti, gli stivali in parte slacciati e la tuta aperta sul collo. Faccio un tiro di sigaretta e la sento trafficare con i bicchieri.
Lei è la donna che mi è venuta incontro questa mattina, la prima ad aver parlato. L'unica che mi abbia guardato negli occhi, anche se per un breve momento. Mi attacco alla bottiglia di birra e ne scolo una buona parte. Poco dopo la vedo riapparire. Ha le braccia strette al petto, i capelli sciolti che ricadono sulla schiena. Sembra stanca. Si avvia verso l'uscita, ma Lucio la ferma. Le va incontro.
«Ha voglia di una birra?» chiede.
Rimane interdetta a fissare il suo interlocutore come se non sapesse bene cosa dire. Apre la bocca, poi la richiude, fino a che quel silenzio viene interrotto da Gatling che le si avvicina.
«Siamo buoni, glielo giuro» dice, porgendole una lattina di birra.
Un tiepido sorriso si affaccia sul suo viso. È bella, semplicemente bella, ma distolgo lo sguardo nello stesso istante in cui lo penso. Non voglio mi veda mentre la fisso. Mi alzo dalla sedia pigramente, spegnendo la sigaretta nel posacenere.
«La dottoressa sarà stanca» sentenzio. Voglio solo che esca da qui.
Lei, come se io non avessi parlato, prende la birra dalle mani di Gatling, la apre e inizia a bere.
«Chi ha detto che sono stanca?» trilla. Si pulisce la bocca con il dorso della mano non appena finisce di ingollare metà lattina.
«Sky, il tipo laggiù» ridacchia Lucio.
«Sky?» fa eco lei.
«Abbiamo tutti dei soprannomi, anche lui» sminuisce.
«Capisco.»
«Il suo nome qual è Dottoressa?» domanda Lucio sorridendo gentile.
«Manaar.»
Manaar... Manaar che mi guarda negli occhi, Manaar che non ha paura, Manaar che in mezzo a uomini grandi e grossi come noi beve una birra in tranquillità. Voglio che tutto questo finisca, subito.
«Lucio, lascia andare a dormire la Dottoressa» taglio corto. Raccatto la sua Glock ancora sul tavolo e mi avvicino. Lo guardo fisso sperando che colga il messaggio, invece se ne sta lì impalato a osservarmi di rimando. Gli appoggio la pistola sul petto spingendolo indietro, lontano da lei. «Sei di turno, preparati» ordino, ma non so perché la voce mi esce distorta e lui se ne accorge. Prende l'arma lentamente mentre un sorriso amaro gli piega la bocca.
«Agli ordini Capitano» risponde contrariato.
Non mi chiama mai così, come nessuno dei miei uomini. So di averlo offeso, so anche che forse avrei dovuto infischiarmene e andare nel mio alloggio lasciandoli lì con la bella di turno, ma la situazione richiedeva un taglio netto. Le distrazioni non sono consentite nel nostro mestiere, non quando dobbiamo essere all'erta per ogni cosa. Le donne distraggono, ti abbassano il livello di guardia al punto da friggerti il cervello e poi diventi un problema non solo per te stesso, ma anche per chi ti sta accanto.
Mi volto verso di lei. Ha ancora la lattina di birra in mano e mi fissa. Ciò che sta pensando non mi interessa. Noi siamo qui per proteggere tutto questo, non per fare conversazione.
«Vuole dare ordini anche a me, Capitano?» domanda.
«Dottoressa se fosse nelle mie capacità le direi di ritirarsi nel suo alloggio, ma non ho tale autorità, quindi il mio rimarrà solo un consiglio. Ora se vuole scusarmi, dovrei pianificare la giornata di domani.»
Le tolgo la lattina di mano e rimango a guardarla. Lei socchiude appena gli occhi. Continua a sostenere il mio sguardo fino a che non volta le spalle ed esce.
«Sei stato un cafone» sentenzia Lucio. È ancora davanti a me e mi guarda amareggiato.
«Non ti ho detto che sei nel secondo turno di ronda? Che ci fai ancora qui?» lo rimbecco.
Sospiro e prendo un’altra sigaretta dal pacchetto aperto sul tavolo.
«Per dirti che sei un coglione ecco perché. Non stavamo facendo nulla di male Gianluca.»
«Nulla di male Lucio? Sai come la penso a riguardo. Noi facciamo il nostro, i civili fanno il loro. Non confondere mai le due cose.»
«Non si può sempre vivere così. A volte un sorriso fa la differenza ed è ciò che ti manda avanti nonostante la fatica. Dovresti saperlo bene.»
«Falla finita Lucio, mi stai facendo incazzare» mormoro, tirando una boccata dalla Chesterfield.
«Incazzare? E io che dovrei fare allora? Prenderti a pugni finché non capisci?»
Lo prendo per il bavero e lo strattono verso di me. «Va’ a fare il tuo dovere» scandisco a pochi centimetri dalla sua faccia. Non sopporto questi discorsi. Non sopporto che i miei uomini si distraggano così.
Lo vedo sorridere. Mi afferra il polso e lo allontana da sé. «Gli operatori assegnati al secondo turno mi aspettino fuori» dice. Mi guarda ancora fisso negli occhi. Non è arrabbiato, nel suo sguardo leggo solo preoccupazione. «Dovresti rilassarti anche tu ogni tanto. Sai, non ti farebbe male» mormora ed esce.
Il letto altro non è che una branda piccola e stretta addossata alla parete in cartongesso della struttura prefabbricata adibita agli alloggi del personale. Un materasso alto non più di dieci centimetri, una coperta marrone e un cuscino duro. Sono abituato a questo genere di cose, come a dormire seduto e rinunciare alle comodità basilari. A volte mi è persino capitato di non potermi muovere per ore intere. Giornate passate accucciato dietro a un muretto o sotto una finestra, che pisci dentro la bottiglia perché la missione è più importante dei tuoi bisogni fisiologici. Nottate passate nel retro di un furgone in otto, senza nemmeno lo spazio sufficiente di muovere una mano, al buio, con tutto l’equipaggiamento addosso, e l’MP5 del tuo compagno che diventa il cuscino perfetto dove poter chiudere per un secondo gli occhi. Perciò in confronto, questa branda ora mi sembra un giaciglio da albergo a cinque stelle. Scalcio gli anfibi in un angolo e mi siedo sul letto.
Non avrei mai voluto rispondere così a Lucio, né far valere la mia autorità. I miei uomini non sono solo dei sottoposti per me, sono la mia famiglia, i miei amici e con ognuno di loro ho un rapporto che va oltre questa divisa, qualcosa che non si può spiegare con le parole. Ma quando lasci la tua vita nelle mani di qualcuno, quel qualcuno deve essere dannatamente capace di assolvere alle sue mansioni. Questo è quello che facciamo ogni giorno. Per questo sono stato intransigente.
Mi alzo pigramente e mi avvicino al piccolo lavandino attaccato alla parete. Sopra uno specchio riflette la mia immagine. Sfilo il gilet e apro la tuta lasciandola penzolare dai fianchi. Apro l’acqua, mi sciacquo il viso e poi il ricordo torna violento come un calcio nello stomaco.
Lo sparo di un Kalashnikov. Guardo nel mirino, non c’è nessuno, non vedo nessuno. La canna del mio fucile che sonda l’oscurità e poi un altro sparo vicino, troppo. Un peso sulla schiena, una mano che mi afferra una caviglia. Mi volto. Lui è a terra. Mi accascio, lo sollevo, me lo carico in spalla. Le gambe che mi tremano. Ce la faccio, mi dico, ce la faccio. Un grido alle mie spalle. Non mi giro. Proseguo verso la porta, l’unica. Sento gli altri arrivare. Ce l’ho fatta, ma poi un rumore, ed è troppo tardi per capire. Il fianco mi brucia e il dolore mi arriva al cervello. Barcollo. Mi aggrappo alla porta. Esco. Cado. Sono arrivati. Sono loro. Simone? Simone dov’è? Era con me, sulla mia spalla.
Simone è morto. Simone è morto per causa mia.
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