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Manaar
Quando mi sono svegliata questa mattina ho creduto che la giornata si sarebbe svolta esattamente come le precedenti, scommettendo anche sull’ordine in cui gli eventi si sarebbero susseguiti, ma avrei perso. Sono stata buttata giù dal letto alle cinque di mattina da Rita che bussava alla mia porta con tutta la forza che aveva in corpo. Non ho capito subito cosa stesse farfugliando. Mi sono infilata di corsa una giacca e l’ho seguita lungo il corridoio, fino ad arrivare alla piccola saletta dove è stato istallato l’impianto radio. Sono ancora qui, infagottata nel mio pigiama, stretta nella giacca che mi copre a malapena a cercare di carpire brandelli di discussione che fuoriescono dagli altoparlanti. Due uomini parlano quasi in codice e naturalmente in arabo. La comunicazione è interrotta spesso da altre frequenze e le voci si susseguono disordinate, confuse. Faccio fatica a seguirne il nesso. Poi però tre parole arrivano chiare, nitide e mi drizzo sulla schiena: bambini, donne, sud ovest.
«Chi possiamo chiamare per avere conferma?» chiedo guardando Rita in piedi davanti a me.
«Il campo base» risponde Fabio. Lo vedo afferrare la ricetrasmittente e selezionare la frequenza. Dopo alcuni tentativi di chiamata qualcuno risponde. Un gruppo di profughi, per l’esattezza due uomini, due donne e due bambini stanno cercando di raggiungere il nostro avamposto.
«Dobbiamo andare loro incontro» dico alzandomi. «Non sappiamo se sono feriti, se sono in condizioni per camminare… I bambini...» mormoro, «non possiamo lasciarli soli.» Guardo i miei colleghi. Nel frattempo, si è aggiunta anche Roberta e dietro di lei scorgo gli altri due.
«Andremo io, Fabio e Rita» propongo.
«No Manaar» obbietta Roberta, ma non le do il tempo di proseguire.
«Tu sei la più utile qui e poi c’è quella donna che deve ancora partorire. Andremo noi.»
La vedo meditare su quanto detto poi annuire. «Fate attenzione» si arrende.
Corro nel mio alloggio e mi vesto alla svelta mentre Rita e Fabio caricano la Jeep con acqua, viveri, qualche medicinale e coperte. Sono le cinque e mezza di mattina, il sole sta lentamente sorgendo e l’aria è fredda. Ho lo stomaco in subbuglio, stretto da una paura crescente. Non sappiamo cosa troveremo fuori da qui e nemmeno quando riusciremo a tornare indietro. Il campo base ci ha confermato le coordinate dell’ultimo avvistamento, più o meno a cinquanta chilometri dal nostro avamposto, un percorso fuori strada tortuoso e scomodo che attraversa la pianura rocciosa che si estende davanti a noi. Deglutisco sostenendomi allo sportello aperto della Jeep e quando i rifornimenti sono stati interamente caricati, salgo al posto di guida e accendo il motore. Guardo Rita e Fabio al mio fianco, ingrano la prima e mi dirigo verso l’uscita del campo. Non faccio in tempo ad attraversare l’area di raccolta antistante l’ospedale che vedo il Capitano sbarrarmi la strada. È in tuta, sudato e cammina verso di noi con il viso cupo.
«Dove accidenti state andando?» urla.
Abbasso il finestrino e mi sporgo. «Sono stati avvistati dei profughi non molto lontano da qui, stiamo andando a soccorrerli.»
Lo vedo farsi ancora più cupo in viso, afferrare la maniglia della portiera e aprirla.
«Scenda» mi intima.
«Che sta facendo Capitano? Non c’è tempo da perdere!»
«Scenda o la tirerò giù io con la forza.» Mi fissa furioso.
«Non andrò da nessun…» ma non finisco la frase che un suo braccio si è fatto largo nell’abitacolo, mi circonda la vita e mi solleva nemmeno non avessi peso.
«Non si azzardi a muoversi dal campo Dottoressa» dice, spostandomi contro la Jeep. Provo a muovermi ma è come cercare di levarsi di dosso una montagna. Mi arrendo fisicamente alla sua mole, ma la lingua non la tengo al suo posto.
«Non sa cosa sta facendo Capitano. Lì fuori ci sono dei bambini indifesi! Potrebbero essere feriti, avere fame o freddo. Dobbiamo andare da loro!»
Mi guarda in silenzio con l’espressione di chi ha già preso la propria decisione. Ma non posso arrendermi, non posso farlo per quelle povere vittime che mi stanno aspettando.
«La prego… mi lasci andare. Hanno bisogno di noi» lo supplico quasi.
Senza scostarsi da me, mi osserva ancora. «Per quello che ne so potrebbe essere un’imboscata» obietta.
«Abbiamo ricevuto conferma dal campo base. Sono stati avvistati ieri sera.»
«Quale campo base? Noi non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione in merito.»
«Il nostro campo base.»
«Perché non è venuta a dirmelo? Perché se ne stava andando da sola in mezzo al nulla? C’è una guerra lì fuori, lo sa questo?»
«Certo che lo so!»
«Allora perché non mi ha chiamato?»
«Perché sapevo non ci avrebbe mai lasciati andare!»
«Se è per questo io non l’avrei nemmeno fatta venire qui.»
Apro la bocca per replicare ma le parole mi muoiono in gola. Cosa ha detto?
«Lei non verrà. Andrò io» sentenzia, si scosta e mi lascia finalmente libera.
«Non si azzardi a non portarmi Capitano!» Gli corro dietro cercando di stare al suo passo, poi si ferma di botto e quasi gli vado a sbattere contro.
«Dottoressa non ho ricevuto ordini di soccorrere profughi, ma lo farò se questo significherà tenervi al sicuro qui.»
«Io verrò Capitano, che lei lo voglia o no! Quei bambini… Non posso lasciarli soli» controbatto.
Serra la mascella. Respira profondamente ed è chiaro lo sforzo che sta facendo per mantenere la calma. Lo sto portando al limite dell’esasperazione, lo so, ma non posso permettere che vada senza di me.
«Verrà lui» taglia corto, indicando Fabio ancora seduto in auto.
«No!» grido e mi aggrappo al suo braccio tentando di fermarlo. «Nessuno di voi parla la loro lingua, io sì.» Lui si volta rabbioso e mi guarda.
«Mi sta facendo perdere tempo Dottoressa.»
«Anche lei» sibilo.
Non so dire esattamente per quanto tempo siamo rimasti così. I suoi occhi nei miei, le mie braccia attorno al suo, pochi centimetri a dividerci, ma la consapevolezza di appartenere a due mondi differenti, quasi opposti. Qualcuno un giorno mi ha detto che, per quanto due realtà possano sembrare distanti, esiste sempre un punto di congiuntura, anche se piccolissimo, a unirle. E forse è vero perché per un istante sono riuscita a scorgere qualcosa oltre il militare che è in lui, il punto di incontro, forse, tra i nostri mondi paralleli. La sua espressione si ammorbidisce e mi osserva adesso quasi arreso, avvinto. Scuote la testa poi borbotta qualcosa su quanto tutto questo lo farà pentire.
«Farà ciò che le dico?» domanda infine.
«Sì» rispondo.
Gli lascio il braccio. Un sorriso si va allargando sul mio viso in contrapposizione alla preoccupazione che incupisce il suo.
«Partiremo quando saremo pronti» proferisce cupo.
È tarda mattinata quando lo vedo apparire nel piazzale vestito di tutto punto. È seguito da Samurai, il Moro e Kill Bill. Si avvicinano alla Jeep con due sacche che assicurano nel vano portabagagli.
«Metta questo» mi dice poi passandomi un giubbotto antiproiettile.
«Non ci penso proprio» tento di obiettare, ma mi fulmina nello stesso istante in cui finisco la frase, così lo assecondo.
«Salga» mi ordina, facendomi segno con la mano. «Andrà dietro, almeno sarà più al sicuro.»
Mi accomodo sui sedili duri, tra le spalle massicce degli uomini che mi affiancano, dentro un giubbetto che mi toglie il respiro. Non so come facciano a spostarsi per lunghi tragitti così equipaggiati, sono solo cinque minuti che sono qui dentro e già vorrei scendere e respirare.
Partiamo subito dopo. Lui è seduto sul sedile anteriore del passeggero e guarda fuori dal finestrino. Sembra assorto in chissà quale pensiero. Si mostra calmo, tranquillo, ma sono certa sia solo apparenza. Percepisco la sua agitazione nel modo in cui irrigidisce le spalle, nel silenzio che grava all’interno dell’abitacolo e nelle sue dita che tamburellano nervosamente sulla canna del fucile che tiene sulle gambe. Sospiro e stringo i pugni sulle cosce. Il fatto di stare fuori dal campo mi spaventa, nonostante sia circondata da quattro energumeni addestrati e mi chiedo se la mia paura sia anche la loro. Poi le sue parole mi tornano alla mente ‘potrebbe essere un’imboscata’ e lo stomaco mi si stringe procurandomi spasmi dolorosi. Se li avessi spinti in una missione suicida? Se lì, spersi in mezzo al nulla, non ci fossero dei profughi, ma insurrezionalisti pronti a rapirci o a ucciderci? La testa prende a girarmi e inizio a sentire caldo, un caldo divampante che mi leva il respiro e mi ottenebra la mente. Cerco di fingere naturalezza, ma le mie mani parlano per me. Sfrego i palmi sul tessuto dei jeans in modo convulso e il Moro, seduto alla mia sinistra, se ne accorge. Stringe la sua mano inguantata sulla mia, poi mi guarda.
«Ci siamo noi» dice.
Ma le sue parole non mi aiutano. Ho bisogno di sapere di essere l’unica a temere per la mia vita. Assurdo, ma è così.
«Non hai paura?» mi lascio sfuggire in un sussurro.
Lui sorride benevolo. «Certo. La paura è fondamentale Dottoressa, è quella cosa che non ti fa fare cazzate quando non le devi fare.»
Deglutisco a vuoto. «E come fai? Sì, insomma, come fai a gestirla?»
«Addestramento.» Mi stringe più forte la mano e poco dopo sento Kill Bill sfiorarmi un braccio. Mi volto. Sorride. Ricambio. Ha un’espressione cordiale che mi infonde sicurezza.
«Andrà tutto bene» mormora.
Nello specchietto retrovisore incrocio lo sguardo di Samurai alla guida. Mi fa l’occhiolino facendomi sorridere. Rilasso i muscoli della schiena e mi appoggio meglio al sedile. Socchiudo gli occhi stringendo sempre la mano del Moro. Sono uomini valorosi, dei supereroi venuti da un altro pianeta probabilmente. Guardo lui intento a fissare il paesaggio. È l’unico a non aver detto una sola parola, o a non aver fatto un gesto che mi rassicurasse. Se ne sta lì, immobile e muto come una statua e mi chiedo cosa gli passi per la testa. Poi si volta appena, il tempo di dare un’occhiata alla mia mano stretta in quella del Moro e torna a fissare il paesaggio.
«E pensare che stava venendo qui da sola Dottoressa» sibila.
Già, che mi era passato per la testa? Ho paura con loro figuriamoci con Rita e Fabio, ma non voglio lasciargli la vittoria verbale, così rispondo.
«È colpa sua se ho paura. Mi ha terrorizzata» rispondo caustica.
«Non l’ho terrorizzata. È lei che non ha preso bene in considerazione i pericoli a cui sarebbe andata incontro. Dovrebbe solo ringraziarmi.»
Colpita e affondata.
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