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Milano, Sestiere Porta Nuova
Palazzo Bossi
Quando aveva lasciato il castello sotto la protezione di Guido, Regina non aveva certo pensato all’accoglienza che avrebbe ricevuto a Milano. Ora, dopo due settimane, dopo aver visto chi, a causa degli imperiali, aveva perduto figli, mariti, o aveva rinunciato alla propria fortuna per riscattare i familiari tenuti prigionieri, sapeva che era stata solo un’illusione sperare in un trattamento migliore. Dopotutto, non lo aveva detto lei stessa quando Stephan l’aveva costretta a sposarlo? Una milanese che sposava uno svevo era una traditrice, condannata all’ostracismo della sua gente.
Non provava mortificazione, né rabbia, quando le sue pari, che ricordava amiche di sua madre e affettuose madrine per lei, la ignoravano quando la incontravano sul sagrato della chiesa. Piuttosto si faceva più profondo, nel suo cuore, il rimpianto per aver tradito il suo amore, per aver rifiutato la gioia di cui avrebbe potuto godere apertamente, per aver respinto quello che avrebbe voluto prendere a piene mani. Era troppo tardi, ma ora era orgogliosa di essere stata scelta da un uomo come
Stephan. Un uomo forte e coraggioso, che sapeva ridere, godere, soffrire; un uomo che l’avrebbe resa felice se soltanto lei avesse voluto, se avesse posseduto un po’ della dolcezza di Lieselotte. No, non erano poi così diversi da loro gli imperiali; a volte erano migliori, come Hilda, o la piccola Freda, o il soldato che avrebbe voluto ucciderla e che non lo aveva fatto.
Passava a testa alta davanti a quelle donne, dopo aver accennato un saluto che non trovava mai risposta, e viveva nella casa dei Bossi, dove il rispetto che le portavano era solo finzione.
In cucina i servi si sfogavano con Freda, dal momento che non potevano farlo con lei; e la maestra della casa insinuava che la ragazza non fosse affatto sordomuta, come voleva far credere, e forse nemmeno una serva, ma una spia del Barbarossa. A suo parere tutti gli stranieri dovevano stare in carcere, incatenati l’uno all’altro come bestie quali erano! E quando lo aveva detto, lo sguardo era corso a Regina, maligno, insistente, come a voler dire che anche per lei quella era la giusta sorte.
Il vecchio Bossi pareva quello di sempre, ma non era così. Spesso i suoi occhi le rivolgevano uno sguardo accusatore. A suo tempo lei aveva fatto inconsapevolmente soffrire suo figlio, e ora, consapevolmente, lo respingeva. Avrebbe senza dubbio preferito saperla lontana, magari sepolta in un convento, come sarebbe stato conveniente per una donna nella sua condizione.
Rosa era l’unica persona della casa con cui avrebbe voluto fare amicizia. Lei non la guardava con disprezzo, anche se non era mai andata oltre brevi cenni del capo. La fanciulla era seguita come un’ombra da una fiera nutrice e, anche se pareva timida, non aveva esitato a zittire la sua corpulenta guardiana quando questa aveva osato dire che una donna perbene si sarebbe uccisa piuttosto che appartenere a uno straniero.
Ma i rapporti più difficili restavano quelli con Guido, e da giorni, ormai, si chiedeva cosa fare. La casa che la ospitava era una nuova prigione e lei si sentiva vinta due volte. A volte immaginava di tornare a San Martino, un’illusione, ne era consapevole, poiché il feudo non apparteneva più ai Balestrieri. La zia di Crema, sorella di sua madre, certamente l’avrebbe accolta; ma come raggiungere quella città? Guido le avrebbe permesso di partire?
Sopportava a fatica i suoi sguardi. Lui era sempre pronto a cogliere in ogni sua parola, in ogni suo atteggiamento, una risposta positiva alle sue mute domande. Non voleva intendere il suo dolore, lo rifiutava.
Una notte era entrato nella sua stanza, attraverso la finestra aperta, su per l’albero che saliva lì a fianco e se l’era trovato davanti al letto dove riposava, come uno spettro nel buio della notte.
Lo stupore l’aveva lasciata immobile, senza fiato, negli occhi una domanda che non avrebbe mai voluto fare.
"Non ti avevo mai vista così", aveva sussurrato lui, guardando con desiderio le spalle nude e la curva dei seni.
Subito, riprendendosi, lei aveva sollevato il lenzuolo per coprirsi. “Per favore, Guido, vattene”, lo aveva pregato, cercando mantenersi calma. Non aveva pensato che intendesse abusare di lei, no, tuttavia si era sentita terribilmente a disagio.
"E lui deve averti vista decine di volte", aveva continuato, ignorando la sua preghiera, avvicinandosi piano. "È giusto, era il tuo sposo, ma non riesco a dimenticare che sarei potuto essere io". C’era profonda amarezza nella sua voce, e mentre la sua mano le sfiorava con tenerezza la guancia, aveva desiderato per un istante che tutto tornasse com’era stato prima di settembre; che quella mano le regalasse le sensazioni che aveva provato allora; che avesse il potere di farle dimenticare tutto come le accadeva tra le braccia di Stephan.
Lui si era chinato e l’aveva baciata, ma quel bacio, che lei non aveva saputo rifiutare, non le aveva dato nulla; non la scintilla di un desiderio, non un attimo di gioia. Erano i baci di Stephan che voleva, e quelli non li avrebbe avuti mai più.
Con un gemito lo aveva quindi respinto. "No… ti prego…"
"No… certo", aveva ripetuto lui lasciandola bruscamente. Poi si era sollevato di scatto e si era allontanato, forse per non essere più tentato di toccarla. "Non volevo spaventarti, perdonami. Hai passato momenti terribili, lo so, in balìa di quel cane!"
"Oh… Guido… non è così…", aveva cercato di spiegare.
Rabbioso, lui l’aveva interrotta. "Ti ha preso con la forza, non è vero? È così che ti ha avuta?"
Ostinazione e rabbia, solo questo dominava il cuore di Guido. Forse avrebbe potuto comprendere la verità, ma non voleva. Voleva amarla ad ogni costo, a dispetto di tutto, incurante della volontà o dei suoi desideri, soltanto perché, ai suoi occhi, doveva essere così. E ormai, per lei, quell’uomo era un estraneo.
“Io ho sempre amato Stephan, lo amo e lo amerò per sempre”. Questo avrebbe voluto dirgli. Ma non aveva voluto ferirlo, e aveva lasciato che si allontanasse senza spiegargli nulla.
* * *
Milano, al Broletto
Chiuso nel suo ostinato amore e nella sua rabbia, divorato dall’ansia di vendicarsi, Guido lavorava a preparare il futuro che desiderava per sé e per Regina. Di famiglia potente, ricca abbastanza da garantirsi la complicità di una guardia della prigione, era stato facile, per lui, isolare il suo nemico dagli altri prigionieri, lasciandolo a languire nei sotterranei più angusti. Non ci sarebbe stata speranza di riscatto per Stephan Deinburg, l’uomo che gli aveva distrutto la vita, che non gli aveva concesso di riscattare Regina.
Ma il desiderio di rivedere il suo nemico e di togliergli ogni illusione si era fatto giorno dopo giorno tanto più ossessivo quanto più vedeva Regina rassegnata all’ostracismo della gente, trattata con freddezza anche dall’ultimo dei suoi servi; quanto più vedeva Rosa silenziosa e paziente, tenuta come una prigioniera lontano da lui. Non poteva accusare Deinburg della sua condotta verso Rosa, tuttavia non era in qualche modo responsabile anche di quello? Se tutto fosse andato come doveva,
Regina sarebbe stata sua e lui non avrebbe pensato a Rosa; non si sarebbe sentito dilaniato dal rimorso, né da quel cupo, insistente rimpianto di qualcosa che non poteva avere più e che non avrebbe mai dovuto prendere.
Ora, davanti alla cella del suo nemico, quando la guardia gli aprì la porta, provò un attimo di esitazione. Il lezzo che stagnava lì dentro gli ricordava troppo la sua prigionia a Lodi e istintivamente si passò una mano sul polso, dove cominciavano appena a svanire i segni delle catene. Sistemò la torcia nel gancio e avanzò di un passo, allontanandosi un poco dalla luce.
― Vattene ― ordinò alla guardia.
L’uomo lo guardò perplesso. ― È furioso. Ha cercato di strangolarmi con le catene quando l’ho portato qui. L’ho frustato e non gli ho fatto avere cibo per tre giorni, per calmarlo.
― Vattene, ho detto ― ripeté Guido. Non aveva mai temuto lo svevo; poteva forse temerlo ora?
Affamato e rinchiuso in una cella dal soffitto tanto basso da costringere un uomo di media statura a curvarsi. Condizioni che avrebbero finito per spezzare anche un uomo in perfetta salute, e lo svevo era ferito.
Stephan alzò appena la testa e non si mosse dalla posizione in cui era, seduto a terra, la spalla sana appoggiata contro il muro. Fissò il nuovo venuto con indifferenza, senza chiedersi chi fosse né cosa volesse. Che importanza poteva avere? Sapeva di dovere le condizioni particolari della sua prigionia a Regina e al suo amante; sapeva che non sarebbe mai stato riscattato; per questo aveva cercato di uccidere la guardia che lo stava conducendo in quel lurido buco, in un disperato, inutile, pazzo tentativo di fuga.
― Non mi chiedete chi sono? ― chiese seccamente Guido, indispettito dall’indifferenza del prigioniero.
Stephan lo osservò con più attenzione: aveva già visto quell’uomo, lo tormentava nei suoi incubi perché teneva Regina fra le braccia.
Il rumore delle catene, che rivelarono nel prigioniero l’impulso di alzarsi, disse a Guido che il suo nemico conosceva la sua identità, o, quantomeno, la immaginava.
― Non è necessario ― rispose infatti Stephan, sforzandosi di mantenere la voce ferma per non rivelare la propria debolezza fisica. ― Mi domando perché siate venuto, e mi chiedo anche perché non mi abbiate finito sul campo di battaglia; vi sarei stato molto più utile da morto.
― Perché, ora credete di essere vivo?
Stephan non reagì a quelle parole. Lui stesso sapeva di essere condannato.
― Respiro ancora ― disse soltanto. ― È questo a tenere in ansia Regina?
― Non osate nominarla!
― E perché mai? Siete qui per lei. Non siete l’amante di mia moglie?
L’uomo che Guido era stato riaffiorò un istante in lui, e il giovane aprì la bocca per negare. Ma il demone della vendetta lo vinse. ― Sì! ― disse brutalmente. ― Regina è infine dove voleva essere:
con me! Lo sapete che cosa ci avete fatto?
Stephan non rispose. La bocca divenne una linea dura, gli occhi sembravano due fessure. Con un balzo, dimenticando il dolore della ferita, gli fu addosso cercando di strangolarlo a mani nude. Lo sapeva, quel dannato milanese, che cosa loro avevano fatto a lui? La forza gli veniva dalla rabbia, dalla disperazione, dalla gelosia. Non gli importava di uscirne vivo: voleva soltanto uccidere quell’uomo.
A fatica Guido riuscì a liberarsi dal corpo massiccio che gli stava sopra, dalle dita che gli si chiudevano intorno alla gola come artigli. Lo rigettò indietro, sollevandosi agilmente.
― Potrei uccidervi per questo, e nessuno direbbe una parola in vostra difesa; ma una morte veloce sarebbe una grazia, per voi. Sì, da questa cella uscirete solo avvolto in un sudario. Vedo che siete ancora forte, ma presto non lo sarete più. Presto, quando qualcuno gliene darà notizia, sarete morto anche per vostro fratello. Chissà, magari ne godrà, dal momento che erediterà il vostro titolo.
Stephan si sollevò e riprese la posizione consueta. Il dolore alla ferita era quasi insopportabile e il braccio sinistro sembrava inerte. Tuttavia, guardando il milanese con occhi febbrili, disse con una punta d’ironia: ― Queste vendette troppo lente a volte costano care. Io preferirei non fidarmene. Vi conviene uccidermi subito, o sarò io, un giorno, a uccidere voi!
Guido non rispose. Gli voltò le spalle e si avvicinò alla porta. Prese la torcia e solo allora si voltò a guardare il suo rivale. La fiamma gli illuminava il volto, ma la mano che reggeva la torcia tremava appena, e l’oscillare della fiamma dava al suo volto un aspetto demoniaco. ― Non illudetevi ―
disse. ― L’illusione non farà che rendere più aspra la vostra agonia.
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