Scritto il 29/07/2026
da MIRIAM FORMENTI


⏱ ~16 min · 3211 parole

PARTE TERZA

Il dubbio è una catena che nemmeno l'abbraccio più sincero sa spezzare

 

1159. Avvenimenti dell’estate 

Milano, Sestiere Porta Nuova

Palazzo Bossi

Distesa sull’erba, nell’angolo più appartato del giardino, Regina gioì nel sentire l’erba fresca e profumata fra le dita e il sole caldo del primo mattino accarezzarle il viso.

Niente le piaceva come quel piccolo paradiso, quel silenzio spezzato solo dal cinguettio degli uccelli, lontano dalla gente che viveva in quella casa, che ormai la soffocava. La stessa casa in cui aveva sognato di vivere con Guido, dove avrebbe voluto crescere i loro figli. Un desiderio che, ormai, apparteneva a un’altra vita.

I suoi pensieri, in quel momento, erano solo per Stephan. Se chiudeva gli occhi, le pareva di sentire le sue braccia stringerla e la bocca sfiorare la sua. Udiva le sue risate e ricordava le sue furie improvvise. Non lo avrebbe dimenticato mai. Rimpiangeva, e avrebbe continuato a rimpiangere tutto di lui, persino la stessa violenza cui, a volte, aveva ceduto. Stephan era Stephan, con le sue tenerezze e le sue furie, con i suoi pregi e i suoi difetti. Non migliore, né peggiore di altri uomini, forse. E lui era morto; si era fatto uccidere senza credere che lei lo amasse.

― Non ti odiavo, Stephan. Ti amavo, ti amo… ― sussurrò.

Era ormai la metà di giugno; erano passati venticinque giorni dalla morte di suo marito e lei non sapeva ancora cosa avrebbe fatto della propria vita. Emise un lungo sospiro, ma un singhiozzo che non era suo spezzò quel silenzio. Si sollevò di scatto e vide la povera Freda uscire dai cespugli.

La ragazza era in condizioni orribili: il vestito fradicio, i capelli chiari incollati alla testa e il viso, sempre pallidissimo sotto le efelidi, era livido.

― Mi ha fatto capire che eravate qui e l’ho portata da voi.

Dietro la sveva era apparsa Rosa, anche lei con la veste bagnata, anche se solo su parte della manica.

Regina corse da Freda e le circondò affettuosamente le spalle con un braccio. ― Che cosa è accaduto?

― Uno scherzo in cucina. Le hanno gettato addosso dell’acqua fingendo che fosse olio bollente per sentire se avrebbe gridato. Lei lo ha creduto, ed è ancora sconvolta, poveretta ― spiegò Rosa.

― Ma perché… perché tanta cattiveria? ― chiese Regina, ricordando quello che anche lei aveva subìto al castello. Povera Freda, che non parlava, non sentiva, e che meno di altre era in grado di difendersi. Scandì lentamente alcune rassicuranti parole in germanico, guardando bene in viso la ragazza, che sapeva leggere i movimenti delle labbra. ― Sono sciocche e spietate! ― esclamò infine sdegnata, affondando il suo sguardo violetto in quello nocciola di Rosa.

― Vi prometto, Regina, che quelle domestiche saranno punite. Ho già detto a Tullia…

― Oh… quella! Forse è stata lei a istigarle!

Rosa scosse la testa. ― Non dite questo. Tullia è una brava donna. Dovete capirla se è sospettosa e… forse un poco ingiusta. Ha perso suo figlio durante l’assedio dello scorso anno. Marchino aveva solo quattordici anni.

Sì, Regina capiva. Quante volte anche lei era stata ingiusta? Annuì, quindi. ― Voi non provate risentimento nei miei confronti?

Rosa si morse lievemente il labbro superiore. Per lei era stato un colpo terribile vedere Guido tornare a palazzo con la Balestrieri. Per assurdo non se l’era aspettato, e avrebbe tanto voluto essere altrove. In verità aveva provato più volte a chiedere al padrino di mandarla in convento; era sicura che fra quelle mura si sarebbe sentita tanto più in pace che in quella casa, costretta a vedere ogni giorno la sua rivale. Ciò nonostante, non era riuscita a portarle rancore. Regina non aveva colpe se

Guido la preferiva a lei e se, dopo averla fatta prigioniera, uno svevo aveva voluto sposarla.

Si era costretta, quindi, a fingere indifferenza, eppure non sopportava il modo in cui quella giovane donna veniva trattata. Tra i servi, non appena lei voltava le spalle, era bersaglio dei nomi più infami, e questo non era giusto. Se tutti immaginavano che Regina avesse subìto un tale oltraggio, perché non mostrare compassione invece di giudicare?

― No, e mi dispiace per voi. Non sopporto quando sento donne ignoranti dire che avreste dovuto uccidervi piuttosto che cedere alla violenza.

― Non è stato facile all’inizio ― sussurrò Regina ― ma Stephan non mi ha mai amata con violenza. Lui era… ― sospirò e tacque, incapace di proseguire.

Rosa abbassò lo sguardo, colta da un improvviso rossore. Non si erano mai parlate e ora si trovava ad ascoltare le confidenze più intime della sua rivale. Regina aveva appena ammesso che il suo sposo non le aveva mai usato violenza, piuttosto l’aveva amata. Amata… In quell'ammissione Rosa lesse un desiderio mai sopito e un rimpianto profondo che riconosceva anche in sé. Quella donna era stata innamorata del suo sposo e forse, proprio per questo, non avrebbe mai accettato Guido.

La sensazione di sollievo che provò a quel pensiero si espanse rapida dalla mente al corpo, facendola tremare. Se Regina avesse respinto Guido, certamente lui avrebbe onorato la promessa fatta al padre di sposarla; ma era quello che voleva davvero? Il sollievo svanì, per lasciar posto all’amarezza.

Avrebbe mai potuto accettare di diventare un obbligo, un semplice ripiego per l’uomo che amava?

― Come mai siete sola? ― mormorò Regina, uscendo dal suo silenzio. ― Credevo che la vostra balia non vi lasciasse mai e v’impedisse di avvicinarmi.

Rosa sollevò lo sguardo. ― Avete pensato questo? Oh, no, non dovete. Tullia può disapprovarvi, ma le ragioni che la tengono così legata a me sono… altre. Non è da voi che sono tenuta lontana.

― Forse da un corteggiatore non gradito?

― Sì ― ammise la fanciulla. Dopotutto, in parte era la verità. ― Ora Tullia non sta bene.

Allora forse potrete sedervi qui, vicino a me, se avete voglia di parlare ― la invitò Regina con una punta di timidezza.

Rosa annuì. Non parlava mai con nessuno, e non faceva mai nulla se non con la balia. ― Che ne dite, invece, di uscire con me per una passeggiata ― disse d’impulso, con un nuovo coraggio e una punta di ribellione. ― Volevo acquistare la stoffa per un abito e potremmo andare al vicino mercato.

― E la vostra balia non dirà nulla?

Rosa sapeva che Guido e suo padre non sarebbero tornati prima di sera, quindi Tullia non avrebbe avuto motivo di essere preoccupata. ― Le dirò semplicemente che andrò al mercato accompagnata da una domestica.

Era il primo gesto di simpatia che Regina riceveva da quando era a Milano, e le sembrò tanto prezioso che non volle respingerlo. Sorrise: ― Sì, se non vi dispiace la presenza di Freda. Temo di non poterla lasciare sola fino a quando non avrò parlato a messer Ulrico dell’incidente.

Anche Rosa sorrise. ― E, quindi, sarà lei la domestica che mi accompagnerà.


* * *

La piazzetta del mercato era gremita, ma le due giovani donne non erano infastidite dalla presenza di tante persone, di ogni età e condizione, o per il vociare confuso che vi regnava.

Passarono di banco in banco divertendosi a guardare e a contrattare il prezzo di stoffe e monili; entrambe dimentiche, seppur per poco, dei problemi che le assillavano. Ma Regina, mentre sorrideva alla sua compagna davanti a una coperta stracciata sommersa da decine di vasi in terracotta di discreta fattura, venne riportata bruscamente alla realtà.

― Ma guarda, la nostra contessina… oh, ma che dico… la baronessa di Hezen!

Regina sussultò. Aveva riconosciuto subito quella voce dai toni alti e un po’ striduli: l’aveva tormentata per tante settimane; ma ora non poteva più turbarla. Si trattenne per non girarsi di scatto e si voltò con calma. ― Sì ― confermò ― sono proprio io. Ora che… ― Le parole le morirono in gola alla vista di quella figuretta emaciata, diversissima dalla ragazza che aveva conosciuto. Matilde era malata, o lo era stata, in modo molto grave. La pelle del viso sembrava avvizzita, di un malsano colore grigiastro sul quale spiccavano profonde occhiaie, ed era così magra che sotto la veste si potevano contare una a una le ossa del torace.

― Pietà? ― chiese secca la ragazza.

Regina sospirò. Forse quella donna meritava ciò che le era accaduto, ma lei se ne sentiva responsabile poiché era chiaro che la sua vita era cambiata profondamente da quando l’aveva fatta scacciare dal feudo. ― No ― mentì tuttavia. ― Tu non potresti mai ispirarmi pietà.

Matilde spinse indietro la testa e inaspettatamente rise, mettendo in mostra una fila di denti perfetti e sorprendentemente bianchi. ― Sì, invece, e muori dalla voglia di mettermi in mano un paio di monetine per sentirti in pace.

― Forse, ma non le avrai.

Ignorando quell’ultimo commento, Matilde lanciò un’occhiata a Rosa, che si teneva discretamente in disparte, e a Freda, quasi nascosta dietro le spalle della fanciulla. ― Vedo che hai una dama di compagnia, e una serva. Me la ricordo quella stupida. Sai sollevarti in fretta dalle disgrazie ―

aggiunse poi con una nota di acredine. ― Ma anch’io, credimi. Ho un idiota che mi mantiene e sto guarendo da una malattia ai polmoni; giorno dopo giorno rimetto su carne, e i capelli ricrescono.

Quindi… togliti dagli occhi quella luce pietosa. Pensa a te, piuttosto. Hai di che tremare.

Regina la fissò gelida, la compassione svanita. Come osava minacciare, quella strega!

― Non capisci? Oh… ma certo, fingi! Dovresti sapere che i Deinburg non sono uomini disposti al perdono. Deve essere brutto vivere chiedendosi quando la loro vendetta ti colpirà ―. Guardò a destra e a sinistra e poi oltre le spalle di Regina. ― Nessuna scorta? Sei coraggiosa! Non sai che ci sono più uomini di quanti tu creda, in città, a parteggiare per l’imperatore, e che molti di loro ucciderebbero la madre per un pezzo di pane?

La giovane baronessa avrebbe voluto voltarle le spalle e andarsene, per non sentirla più; nonostante ciò rimase ferma, come un albero che aveva piantato le radici, e non seppe trattenersi dal dire:

― Non credo proprio che mio cognato pensi di assoldare dei sicari per me.

― Perché no? Forse non gli piacerà sapere che la baronessa di Hezen se la sta spassando con un nemico mentre suo fratello marcisce in prigione ― commentò Matilde con fare derisorio. ― Quando ho visto i prigionieri di San Martino entrare in città, mi sei venuta in mente tu, e ho gironzolato un po’ intorno alla casa dei Bossi. Così ho saputo che ti eri sistemata con il nobile Guido, buttandoti alle spalle quel bel maschio biondo che avevi sposato. Sai scegliere bene i tuoi uomini: affascinanti e potenti. Immagino, comunque, che sarà il barone stesso a volerti morta, se mai dovesse essere riscattato.

Erano solo infamie! Ma Regina non si curava di quello che dicevano di lei, e quel bel maschio biondo non sarebbe mai tornato, né per riprenderla, né per vendicarsi. ― Il barone è morto.

― Davvero? Quando l’ho visto, era su un carro insieme ai suoi uomini e sembrava vivo, per quanto sofferente. Oh, che sciocca sono. Senza dubbio ora sarà morto, ci avrà pensato il tuo bel cavaliere bruno. Ma… che sguardo! Hai paura, dunque?

Regina impallidì, scossa da un brivido improvviso. Stephan, vivo? Per un istante si aggrappò a quel miraggio, ma il ricordo di lui che cadeva era una ferita ancora aperta, e Guido ne aveva suggellato la fine confermandone la morte. Eppure, era stato proprio lui a sconsigliarle di vedere il marito per l’ultima volta; lo stesso Guido che ora le appariva come un estraneo, così diverso da quello che era un tempo.

No, era una follia. Quello che Matilde diceva era dettato solo dal desiderio di ferire.

― Non crederete alle menzogne di questa donna? ― mormorò Rosa. C’era una nota nuova nella sua voce, un’audacia che non le era mai appartenuta. Lei, da sempre ombra silenziosa e timida, sentiva ribollire dentro qualcosa di amaro: un misto di sdegno, delusione, rifiuto e anche consapevolezza. Poteva Guido aver calpestato la propria dignità – mentendo in modo tanto spietato – solo per possedere una donna che gli era preclusa? Era davvero caduto così in basso?

― Zitta! ― sibilò Matilde. ― Badate a voi, perché siete in compagnia di una sveva e di una donna che è vissuta con piacere fra i conquistatori. Potrei sollevare la folla contro di voi.

Regina sapeva che era facile, in momenti come quelli, attuare quella minaccia. Era certa, qualora

Rosa ne avesse dubitato, che se quella donna lo avesse voluto davvero, non avrebbe esitato a concretizzarla. ― Lasciatela dire, Rosa ― sussurrò, posando affettuosamente una mano su quella della sua nuova amica. Poi, rivolta a Matilde: ― Che gioco stai giocando? Che vuoi da me?

― Niente, ma mi diverte averti turbata. Forse non sapevi davvero che a San Martino tuo marito era ancora fra i vivi, e, chissà, pensandoci, potresti passare qualche nottata inquieta nel tuo bel letto morbido. Sogni d’oro, dunque ― sussurrò prima di voltarle le spalle.

Immobile, Regina seguì con lo sguardo la scarna figuretta stracciata che se ne andava. Le parve quasi che stesse danzando, come se l’averla ferita avesse rallegrato la sua giornata. E proprio quando

Matilde stava per essere inghiottita dalla folla, la richiamò. C’era una nota di disperata speranza nel suo tono, una vibrazione che non sfuggì a Rosa.

― Le credete, dunque?

Regina le rivolse uno sguardo colmo d’incertezza. ― Non so. Ma devo parlarle ancora. Devo sapere se mente. Se ci fosse una sola speranza, una piccola, sottile traccia che mi faccia supporre che lui sia ancora vivo, io la seguirò ―. Dopo si avvicinò a Matilde, che aspettava la raggiungesse con un sorriso sfrontato sul viso pallido. ― Hai davvero veduto il barone entrare in città?

― Oh… questo significa che lo credevi morto? Significa che lo… piangevi morto?

― Smettila di giocare, e dimmelo!

La ragazza fece una smorfia. ― Non sei in condizioni di darmi ordini, ma per il giusto prezzo potrei darti una risposta.

― Ho poco denaro con me, ma ti farò avere tutto quello che vorrai.

― Certo, manderai la tua serva stupida alla Vetra con un bel sacchetto pieno d’oro. Qui, subito!

― Guardò con cupidigia la catena che Regina portava al collo, della quale non poteva vedere il pendente nascosto sotto il vestito, e aggiunse: ― Voglio quella.

Regina si portò le mani alla gola, quasi a proteggere il gioiello dagli occhi avidi della donna.

Niente di ciò che Stephan le aveva donato aveva un significato tanto grande per lei: un rubino, un segno di passione, offerto in una notte di luna che sembrava fatta per l’amore. Portava solo la collana quel giorno, e un anello, piccolo e discreto, con soltanto un modesto zaffiro incastonato al centro. Se lo sfilò dal dito e lo mostrò a Matilde. ― Ti darò questo, ma tu giura che non mi mentirai!

Il sorriso soddisfatto e calcolatore della ragazza la preoccupò. ― Non ingannarmi! ― disse gelida.

― Lo scoprirei. E Bossi è potente a Milano, come Deinburg lo è fra la sua gente.

Matilde si fece ancora più pallida, rivelando a Regina di aver sentito il peso di quella minaccia.

― Solo se mi darai l’anello!

Regina tese la mano, ma esitò prima di cedere il gioiello. Il cuore le batteva disperatamente in petto: se mai la ragazza le avesse mentito sulla sorte di Stephan, sarebbe stato come perderlo una seconda volta.

― È vivo. Lo era quando l’ho visto io ― dichiarò Matilde in fretta, temendo che il guadagno le sfuggisse di mano. Quell’anello per lei significava cambiare vita. Matilde era sempre stata una sguattera, ma quella discesa nei bassifondi milanesi era stata il peggio del peggio. Vivere lì, in quell’acquitrino sporco e maleodorante che era la Vetra, tra i miasmi delle pelli macerate e l'ombra del patibolo, la povertà non aveva dignità; l'odore del conciatore con cui spartiva l'alloggio le ricordava ogni istante quanto fosse caduta in basso.

― Sei certa che fosse lui?

― Certa? ― ribatté l’altra stizzita. ― Dimentichi che l’ho conosciuto molto da vicino. Dammi l’anello, ora!

Regina aprì la mano e lasciò scivolare l’anello in quella tesa di Matilde, che senza più una parola si voltò e sparì fra la gente. Poi rimase in silenzio, la mente e il cuore come impazziti. Se l’informazione era vera, restava comunque vecchia di almeno tre settimane. Tante, troppe per un ferito rinchiuso in una prigione. Doveva trovare il modo di vedere Stephan. E sapeva come.

― Rosa, potete prestarmi il denaro che vi è rimasto?

― Sì, non è molto, ma che intendete fare?

― Accompagnate a casa Freda, vi prego. E, vi supplico, non dite a nessuno quanto è accaduto.

Rosa la guardò. ― State pensando a Guido, non è vero? Avete creduto a ciò che ha detto quella donna?

― Non mi fido di Matilde, ma ormai non mi fido più neppure di Guido. Non so a che cosa credere, ma posso dirvi… ― aggiunse, con un sorriso carico di nostalgia ― che è tanta la speranza che

Stephan sia ancora vivo che ora vorrei sentire con le mie orecchie e vedere con i miei occhi. Aiutatemi con il vostro silenzio, vi prego. Aiutatemi da donna a donna.

― Ma dove volete andare?

― Al Broletto, è lì che tengono i prigionieri ― rispose quieta Regina.

Rosa sussultò: ― E che cosa direte alle guardie? Che siete Regina Balestrieri e che volete vedere il vostro sposo svevo? Siete malvista, lo sapete. E una richiesta simile non farà che dar credito alle malvagità che dicono di voi.

Regina annuì. ― Non temete. Non sarò tanto pazza. Non rivelerò la mia vera identità e qualche moneta al momento giusto farà dimenticare domande che potrebbero imbarazzarmi.

― Come volete, ma allora verrò con voi.

Regina era risoluta, ma era anche spaventata. Avrebbe voluto un sostegno, ma non poteva permettere a quella ragazza gentile e mite di mettersi in una situazione tanto difficile. Se alla prigione avesse trovato davvero Stephan, avrebbe fatto qualsiasi cosa per liberarlo e, non c’era dubbio, questo era autentico tradimento!

― Non posso permettervelo, Rosa. Tutto questo, perdonatemi, non vi riguarda.

― Vi ingannate ―. Rosa strinse le labbra e sollevò il mento, in un gesto di improvvisa determinazione. ― Mi riguarda profondamente, invece. Tutto quanto coinvolge Guido riguarda anche me.

Anch’io, come voi, voglio finalmente vedere con i miei occhi e sentire con le mie orecchie. Ho pietà della vostra sorte, ho avuto pietà di quella di Guido; ma ora devo sapere se vi ha mentito, se ha mentito a noi tutti che lo amiamo, se ha mentito a se stesso, diventando un uomo che rifiuto di riconoscere! ― Di colpo arrossì, consapevole di aver rivelato il proprio segreto alla donna che aveva involontariamente causato quel terribile mutamento in lui. ― Vedete… vedete, dunque: devo venire con voi.

Regina annuì. Aveva compreso, ormai, e intuiva che quella coraggiosa ragazza non avrebbe voluto proprio da lei parole di conforto. Né avrebbe potuto offrirne: rasserenare Rosa, dopotutto, sarebbe stato come distruggere le proprie speranze. Guardò Freda ed emise un sospiro. ― Forse la vostra presenza potrà dar credito a quello che intendo dire alle guardie.

 

 





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